Sono stata a Genova. E sono tornata domenica.
E tuttora, a non so quante ore dal mio reintegro nella mia/nostra routine, provo una certa, innaturale, pesantezza all’idea di raccontarmi, di fare storia di qualcosa che –ancora– sento sulla pelle, m’impregna lo sguardo, i miei smarrimenti: che ancora non é –per me– né passato, né chiuso. E non é facile neanche tornare alla propria vita di sempre, ripristinare, reimmergersi nelle proprie abitudini, non rimuginare, non aver visto.
Cosa é stato poi per me “andare a Genova” ancora non lo so…
Sono partita, siamo partiti, noi quattro, senza un’effettiva preparazione, con idee tutte nostre, e anche poco socializzate, condivise tra noi… senza un percorso, un progetto, un gruppo, non solo costruito, ma anche pensato…
e alla fine, peró, spero che come me siano partiti cosí molti altri, che abbiano visto, toccato, annusato, come me, siano rimasti scottati, come me, e ora vogliano altro.
Io, per esempio, sentivo urgente l’imperativo di democratizzare il movimento… ora, “dopo” non so piú cosa voglia dire…
Lí ho visto isole felici accarezzare di cori P.za Manin, ho visto la festa di stare insieme, di imbrattarsi di simboli, un po’ scordandosi, forse, lo sfondo di realtá su cui noi possiamo ritagliarci quella possibilitá di manifestare, che ci permette a) di avere i nostri privilegi, b) di lamentarci pure… anche la scelta della posizione era indicativa di tanto spirito della Rete di Lilliput: P.za Manin, in alto, nascosta alla fine di qualche salitella tipico-genovese, assolata, alberata…
e se scendi, un quarto d’ora piú in basso, polvere, grigio, violenza, ingiustizie…
Ed é quello che abbiamo fatto: voci di scontri ci hanno portati, chi piú, chi meno convinto, giú in zona Brignole a vedere…
Ho visto spiegamenti di forze in attesa di non si sa quale corteo, visto che il piú vicino, quello nero, non solo é rimasto intonso, ma si é potuto anche frantumare in piccole pattuglie di “disturbo” che hanno dato il la –ora sí– ad interventi di carica della polizia. Ho visto un mio amico essere inghiottito dietro una barricata, unica colpa la sua presenza lí, un paio di foto, aver ascoltato parlare di cariche future prossime due poliziotti. L’ho visto non riuscire a non piangere perché tradito con calci, schiaffi, minacce e sfregi (rullino strappato via, macchina fotografica danneggiata) da chi avrebbe dovuto –e poteva– garantirci. Ho visto poco piú in lá bandiere nere –l’unico vero corteo nero a Genova– come schiacciasassi calpestare e distruggere la cittá, seminare violenza. Indisturbati. Animali. Un armadio umano, tutto coperto di nero, incendiare una macchina– l’ennesima!- e una figura sottile e lunga, volto coperto, canottiera bianca buttarci acqua sopra, riparare, essere scaraventato a terra, immediatamente, senza freni, pura aggressivitá. Altri correre minacciosi, rabbiosi, contro i voyeurs dilettanti che volevano filmarli o fotografarli. Ho sentito lo smarrimento di avere tutte le vie bloccate dalle incursioni anarchiche nelle piazze pacifiste. Lo sgomento per la carica a P.za Manin, solo poco prima isola felice, per l’uomo con i grumi di sangue sulla parte di fronte non coperta dalle prime medicazioni, per il ragazzo con la schiena rigida e un cerotto improvvisato sulla nuca, per quella bottiglia chiazzata da rigagnoli di sangue non ancora coagulato, prima tappa di un percorso di gocce e di macchie molto fresche su una scalinata.
Ho toccato la disorganizzazione del movimento, la disinformazione, che ci rendevano facilissimo bersaglio di manipolazione, di disgregazione: tremila diverse versioni della morte di Carlo Giuliani rotolavano giú con noi verso Brignole, insospettendoci, giocando con la nostra rabbia, disorientandoci alla voce dell’incursione a P.zale Kennedy.
Ma ho toccato anche la tenacia del movimento, che, senza un leader, senza punti di riferimento, senza un percorso sicuro, senza piú voce (eravamo con i Pink, c’erano i tamburi, nessuno slogan, solo presenza, un po’ di rumore, qualche urlo ritmato, e l’intenzione di continuare insieme) si incammina spontaneamente, non perde di vista se stesso di fronte alla proposta di marciare con i Black, non vacilla quando si accorge che la polizia avanza, e dopo aver corso un po’ ha la forza di fermarsi e di alzare ancora mani nonviolente verso (e non contro) i tutori di –quale?!- ordine. Ho visto, in quel momento, che Genova non ci aveva disarmato. E forse ancora non c’é riuscita.
C’é un brano di Nekrasov che racconta del bombardamento di Stalingrado, di come rischi di crollare l’edificio in cui si trovavano, lui e i suoi compagni, e di come poi si siano messi a preparare la cena. C’é una frase, lí, dell’autore, che Ejsenstein amava definire con i suoi studenti la risposta del popolo sovietico: alla domanda se volesse mangiare qualcosa, scrive “io non so se ho fame oppure no, ma dico sí”…
Non mi fraintendete, non sono un’esaltata, non lo sono mai stata: peró é stato un po’ cosí. Ci siamo ritrovati lo stesso a P.za Kennedy ripristinata, c’é stato lo stesso un comizio. E, mentre la piazza si riempiva di mille voci di racconti ed esperienze simili, di tante domande su cosa era successo, sulla notte, sul corteo del giorno dopo, la gente cominciava a sedersi nei neo-allestiti punti di ristoro a cenare.
Ho sentito anche la fragilitá del movimento, quando é stato possibile che un gruppetto di 5/6 ragazzini (chissá di quale provenienza) irrompessero nella trasmissione di Lerner, per altro –guarda un po’!- senza servizio d’ordine, interrompendola con la forza, con insulti, fieri dell’autoritá conferita loro solo da nuova violenza gettata sugli altri. Tutti gli altri. Anche me, anche noi. Il noi che non li avrebbe mai appoggiati, che sperava in un dialogo di contenuti (finalmente!) col resto d’Italia che ci poteva guardare, il noi che credeva nell’opportunitá… e nell’ansia… di potersi (finalmente! forse) spiegare.
E ho sentito salire il senso di assedio, ho sentito la volontá di snervarci fino alla fine con la presenza, con il rumore, con lo sguardo perenne di controllo dell’elicottero che ci sorvegliava, che ci sorvolava. E, nei campeggi, aumentare la sfiducia, gli sguardi torvi.
“chi sei?! perché dici cosí?! cosa nascondi?! sei arrivato adesso!”…
alimentando le sette, le nicchie, l’incomprensione, la differenza…
non quella bella, vitale, che costruisce, ma quella che si sospetta,
che chiude.
Ho vissuto, di sabato, lo sfuggire dei fatti alla mia comprensione: disordini, fumo, nessun servizio d’ordine, qualche sprovveduto a fare cordone per deviare il corteo e preservarlo da non si sa bene chi…
ho vissuto il terrore far correre la folla attonita, ma soprattutto disomogenea, disorganizzata, impreparata a rispondere, ad alzare le mani…
ho vissuto la mia solitudine, il mio smarrimento, il mio senso di assedio, mentre cercavo di ritrovare la parte di corteo che é arrivata alla fine, che é stata a una bellissima manifestazione, piena di slogan e di colori;
e ogni volta mi trovavo invece su una rinnovata linea del fronte, lacrimogeni e non so cos’altro tra i piedi, fumo ovunque volessi guardare per capire dove dirigermi, chi poter raggiungere. I miei amici. Mio fratello. Qualcuno.
Ho odiato l’esaltazione gratuita cui sono stati pompati poliziotti e carabinieri, ho odiato la loro non volontá di ascoltare un gruppetto inerme intorno a un corpo sdraiato sull’asfalto privo di sensi, che urlava “c’é un ferito: non sparate i lacrimogeni (almeno qui!)! chiamate un’ambulanza! un’ambulanza! c’é un ferito!” ho visto un carabiniere uscire dalla formazione per brandire il suo manganello addosso a una ragazza, in lacrime, accovacciata per terra, le mani alzate, ancora bianche, che stava appunto chiedendo loro l’ambulanza…
Ho disprezzato lo stile coreografico da film-tv del nostro nuovo governo nelle avanzate delle squadre anti-sommossa a ritmo di manganello sullo scudo, che sfilavano gratuitamente, novelle prime donne, le divise lucide, intonse, quando ai lati della strada, diventata tutta loro, c’erano solo giornalisti e qualche sparuto ex-manifestante, e scortavano l’idrante puntato non si sapeva piú verso chi, per due cassonetti rivoltati e qualche lacrimogeno tirato indietro da due (solo due!) ragazzi col volto coperto, forse, neanche dal passamontagna, ma da maschere antigas….
E la beffa, l’umiliazione, di essere “schizzati” anche noi , gli sparuti, durante la manovra di inversione della camionetta.
Ho sentito il sollievo di sapere che almeno una parte del corteo era giunta alla fine, che c’era stato il comizio,
e poi, di nuovo, la paura, le corse non capite, le minacce di carica quando la manifestazione si era ormai sciolta e molti volevano solo tornare a casa. Rifiutati, non si sapeva dove attendere, dove ritrovarci, dove andare, se c’erano treni, se la stazione era agibile, se non sfollavano gli stadi. E ancora l’elicottero sulle nostre teste, ancora minacce, ancora pericolo. Quando, completamente stremati, l’unica cosa che potevamo fare era incamminarci.
E non era piú un corteo, anche se qualcuno ancora cantava:
non ne potevamo piú…
Ho pensato, mentre aspettavo, in pizzeria, che fosse finito lí, quel sabato. Mi rilassavo nella fila, nell’attesa, nel silenzio amico. Di nuovo la cena, la pizza, di nuovo parole sui ricordi, di nuovo rincollare i nostri pezzetti di storia in un’unica esperienza… e invece quel sabato é finito moltissime ore dopo…
Dovevo ancora ritrovarmi in assemblea spontanea alla notizia dell’incursione-massacro-devastazione al centro stampa del GSF, per la cronaca tv–quasi– soltanto un dormitorio dove si sarebbero rinvenute presunte armi (molotov scariche? cioé bottiglie di birra? vuote? e tute nere, pare, pulitissime)… accerchiati da continue soffiate di un’imminente visitina della polizia… senza parole all’unica frase di risposta alla nostra telefonata “che fare?” al numero di avvocati cui potevamo fare riferimento “qua é tutto sangue, non possiamo piú garantire la sicurezza da nessuna parte!”… un numero del Diaz… sconvolti!
E dovevo ancora essere evacuata e deportata a tempo di record via da Genova, senza l’allestimento del promesso treno speciale, con un percorso di cambi che neanche col biglietto bije….
verso Quarto, verso Sestri, verso vie traverse che mi hanno diretto, da clandestina, a casa, dove, di nuovo, una volta entrata, avrei potuto essere cittadina.
E vivo, qui, ora, l’ennesimo privilegio (uno in piú, oltre quelli che mi avevano mosso a partire):
che mi sia andata BENONE…!
di essere tornata, io, Letizia Tavani, 23 anni, sesso femminile, capelli e occhi castani, famiglia medio-borghese, studentessa universitaria, romanista, senza segni, un graffio, un bozzo, in piedi, nella mia cittá, Roma, dove Carlo Giuliani, ex 23enne, punkabbestia, romanista, non potrá piú tornare.
Non vittima, testimone.