set 12

La mia Genova

By Letizia Tavani articolo Add comments

Sono stata a Gen­ova. E sono tor­nata domenica.
E tut­tora, a non so quante ore dal mio rein­te­gro nella mia/nostra rou­tine, provo una certa, innat­u­rale, pesan­tezza all’idea di rac­con­tarmi, di fare sto­ria di qual­cosa che –ancora– sento sulla pelle, m’impregna lo sguardo, i miei smar­ri­menti: che ancora non é –per me– né pas­sato, né chiuso. E non é facile neanche tornare alla pro­pria vita di sem­pre, ripristinare, reim­merg­ersi nelle pro­prie abi­tu­dini, non rimug­inare, non aver visto.
Cosa é stato poi per me “andare a Gen­ova” ancora non lo so…
Sono par­tita, siamo par­titi, noi quat­tro, senza un’effettiva preparazione, con idee tutte nos­tre, e anche poco social­iz­zate, con­di­vise tra noi… senza un per­corso, un prog­etto, un gruppo, non solo costru­ito, ma anche pen­sato…
e alla fine, peró, spero che come me siano par­titi cosí molti altri, che abbiano visto, toc­cato, annusato, come me, siano rimasti scot­tati, come me, e ora vogliano altro.
Io, per esem­pio, sen­tivo urgente l’imperativo di democ­ra­tiz­zare il movi­mento… ora, “dopo” non so piú cosa voglia dire…
Lí ho visto isole felici accarez­zare di cori P.za Manin, ho visto la festa di stare insieme, di imbrat­tarsi di sim­boli, un po’ scor­dan­dosi, forse, lo sfondo di realtá su cui noi pos­si­amo ritagliarci quella pos­si­bil­itá di man­i­festare, che ci per­me­tte a) di avere i nos­tri priv­i­legi, b) di lamentarci pure… anche la scelta della posizione era indica­tiva di tanto spir­ito della Rete di Lil­liput: P.za Manin, in alto, nascosta alla fine di qualche salitella tipico-genovese, asso­lata, alber­ata…
e se scendi, un quarto d’ora piú in basso, pol­vere, gri­gio, vio­lenza, ingius­tizie…
Ed é quello che abbi­amo fatto: voci di scon­tri ci hanno por­tati, chi piú, chi meno con­vinto, giú in zona Brig­nole a vedere…
Ho visto spie­ga­menti di forze in attesa di non si sa quale cor­teo, visto che il piú vicino, quello nero, non solo é rimasto intonso, ma si é potuto anche fran­tu­mare in pic­cole pat­tuglie di “dis­turbo” che hanno dato il la –ora sí– ad inter­venti di car­ica della polizia. Ho visto un mio amico essere inghiot­tito dietro una bar­ri­cata, unica colpa la sua pre­senza lí, un paio di foto, aver ascoltato par­lare di cariche future prossime due poliziotti. L’ho visto non rius­cire a non pian­gere per­ché tra­dito con calci, schi­affi, minacce e sfregi (rullino strap­pato via, macchina fotografica dan­neg­giata) da chi avrebbe dovuto –e poteva– garan­tirci. Ho visto poco piú in lá bandiere nere –l’unico vero cor­teo nero a Gen­ova– come schi­ac­ciasassi calpestare e dis­trug­gere la cittá, sem­i­nare vio­lenza. Indis­tur­bati. Ani­mali. Un arma­dio umano, tutto cop­erto di nero, incen­di­are una macchina– l’ennesima!- e una figura sot­tile e lunga, volto cop­erto, can­ot­tiera bianca buttarci acqua sopra, riparare, essere scar­aven­tato a terra, imme­di­ata­mente, senza freni, pura aggres­siv­itá. Altri cor­rere minac­ciosi, rab­biosi, con­tro i voyeurs dilet­tanti che vol­e­vano fil­marli o fotogra­farli. Ho sen­tito lo smar­ri­mento di avere tutte le vie bloc­cate dalle incur­sioni anar­chiche nelle piazze paci­fiste. Lo sgo­mento per la car­ica a P.za Manin, solo poco prima isola felice, per l’uomo con i grumi di sangue sulla parte di fronte non cop­erta dalle prime med­icazioni, per il ragazzo con la schiena rigida e un cerotto improvvisato sulla nuca, per quella bot­tiglia chi­az­zata da rigag­noli di sangue non ancora coag­u­lato, prima tappa di un per­corso di gocce e di mac­chie molto fres­che su una scali­nata.
Ho toc­cato la dis­or­ga­niz­zazione del movi­mento, la dis­in­for­mazione, che ci ren­de­vano facilis­simo bersaglio di manipo­lazione, di dis­gregazione: trem­ila diverse ver­sioni della morte di Carlo Giu­liani rotola­vano giú con noi verso Brig­nole, insospet­ten­doci, gio­cando con la nos­tra rab­bia, dis­ori­en­tan­doci alla voce dell’incursione a P.zale Kennedy.
Ma ho toc­cato anche la tena­cia del movi­mento, che, senza un leader, senza punti di rifer­i­mento, senza un per­corso sicuro, senza piú voce (eravamo con i Pink, c’erano i tam­buri, nes­suno slo­gan, solo pre­senza, un po’ di rumore, qualche urlo rit­mato, e l’intenzione di con­tin­uare insieme) si incam­mina spon­tanea­mente, non perde di vista se stesso di fronte alla pro­posta di mar­ciare con i Black, non vac­illa quando si accorge che la polizia avanza, e dopo aver corso un po’ ha la forza di fer­marsi e di alzare ancora mani non­vi­o­lente verso (e non con­tro) i tutori di –quale?!- ordine. Ho visto, in quel momento, che Gen­ova non ci aveva dis­ar­mato. E forse ancora non c’é rius­cita.
C’é un brano di Nekrasov che rac­conta del bom­bar­da­mento di Stal­in­grado, di come rischi di crol­lare l’edificio in cui si trova­vano, lui e i suoi com­pagni, e di come poi si siano messi a preparare la cena. C’é una frase, lí, dell’autore, che Ejsen­stein amava definire con i suoi stu­denti la risposta del popolo sovi­etico: alla domanda se volesse man­giare qual­cosa, scrive “io non so se ho fame oppure no, ma dico sí”…
Non mi frain­ten­dete, non sono un’esaltata, non lo sono mai stata: peró é stato un po’ cosí. Ci siamo ritrovati lo stesso a P.za Kennedy ripristi­nata, c’é stato lo stesso un comizio. E, men­tre la piazza si riem­piva di mille voci di rac­conti ed espe­rienze sim­ili, di tante domande su cosa era suc­cesso, sulla notte, sul cor­teo del giorno dopo, la gente com­in­ci­ava a sedersi nei neo-allestiti punti di ris­toro a cenare.
Ho sen­tito anche la fragilitá del movi­mento, quando é stato pos­si­bile che un grup­petto di 5/6 ragazz­ini (chissá di quale prove­nienza) irrompessero nella trasmis­sione di Lerner, per altro –guarda un po’!- senza servizio d’ordine, inter­rompen­dola con la forza, con insulti, fieri dell’autoritá con­ferita loro solo da nuova vio­lenza get­tata sugli altri. Tutti gli altri. Anche me, anche noi. Il noi che non li avrebbe mai appog­giati, che sper­ava in un dial­ogo di con­tenuti (final­mente!) col resto d’Italia che ci poteva guardare, il noi che cre­deva nell’opportunitá… e nell’ansia… di pot­ersi (final­mente! forse) spie­gare.
E ho sen­tito salire il senso di asse­dio, ho sen­tito la volontá di sner­varci fino alla fine con la pre­senza, con il rumore, con lo sguardo perenne di con­trollo dell’elicottero che ci sorveg­li­ava, che ci sor­volava. E, nei campeggi, aumentare la sfidu­cia, gli sguardi torvi.
“chi sei?! per­ché dici cosí?! cosa nascondi?! sei arrivato adesso!”…
ali­men­tando le sette, le nic­chie, l’incomprensione, la dif­ferenza…
non quella bella, vitale, che costru­isce, ma quella che si sospetta,
che chi­ude.
Ho vis­suto, di sabato, lo sfug­gire dei fatti alla mia com­pren­sione: dis­or­dini, fumo, nes­sun servizio d’ordine, qualche sprovve­duto a fare cor­done per deviare il cor­teo e preser­varlo da non si sa bene chi…
ho vis­suto il ter­rore far cor­rere la folla attonita, ma soprat­tutto dis­o­mo­ge­nea, dis­or­ga­niz­zata, impreparata a rispon­dere, ad alzare le mani…
ho vis­suto la mia soli­tu­dine, il mio smar­ri­mento, il mio senso di asse­dio, men­tre cer­cavo di ritrovare la parte di cor­teo che é arrivata alla fine, che é stata a una bel­lis­sima man­i­fes­tazione, piena di slo­gan e di col­ori;
e ogni volta mi trovavo invece su una rin­no­vata linea del fronte, lac­rimo­geni e non so cos’altro tra i piedi, fumo ovunque volessi guardare per capire dove dirigermi, chi poter rag­giun­gere. I miei amici. Mio fratello. Qual­cuno.
Ho odi­ato l’esaltazione gra­tuita cui sono stati pom­pati poliziotti e cara­binieri, ho odi­ato la loro non volontá di ascoltare un grup­petto inerme intorno a un corpo sdra­iato sull’asfalto privo di sensi, che urlava “c’é un fer­ito: non sparate i lac­rimo­geni (almeno qui!)! chia­mate un’ambulanza! un’ambulanza! c’é un fer­ito!” ho visto un cara­biniere uscire dalla for­mazione per brandire il suo man­ganello addosso a una ragazza, in lacrime, acco­v­ac­ciata per terra, le mani alzate, ancora bianche, che stava appunto chiedendo loro l’ambulanza…
Ho dis­prez­zato lo stile core­ografico da film-tv del nos­tro nuovo gov­erno nelle avan­zate delle squadre anti-sommossa a ritmo di man­ganello sullo scudo, che sfila­vano gra­tuita­mente, nov­elle prime donne, le divise lucide, intonse, quando ai lati della strada, diven­tata tutta loro, c’erano solo gior­nal­isti e qualche sparuto ex-manifestante, e scor­ta­vano l’idrante pun­tato non si sapeva piú verso chi, per due cas­sonetti riv­oltati e qualche lac­rimogeno tirato indi­etro da due (solo due!) ragazzi col volto cop­erto, forse, neanche dal pas­sa­mon­tagna, ma da maschere anti­gas….
E la beffa, l’umiliazione, di essere “schiz­zati” anche noi , gli sparuti, durante la manovra di inver­sione della camionetta.
Ho sen­tito il sol­lievo di sapere che almeno una parte del cor­teo era giunta alla fine, che c’era stato il comizio,
e poi, di nuovo, la paura, le corse non capite, le minacce di car­ica quando la man­i­fes­tazione si era ormai sci­olta e molti vol­e­vano solo tornare a casa. Rifi­u­tati, non si sapeva dove atten­dere, dove ritrovarci, dove andare, se c’erano treni, se la stazione era agi­bile, se non sfolla­vano gli stadi. E ancora l’elicottero sulle nos­tre teste, ancora minacce, ancora peri­colo. Quando, com­ple­ta­mente stremati, l’unica cosa che pote­vamo fare era incam­mi­narci.
E non era piú un cor­teo, anche se qual­cuno ancora can­tava:
non ne pote­vamo piú…
Ho pen­sato, men­tre aspet­tavo, in pizze­ria, che fosse finito lí, quel sabato. Mi rilas­savo nella fila, nell’attesa, nel silen­zio amico. Di nuovo la cena, la pizza, di nuovo parole sui ricordi, di nuovo rin­col­lare i nos­tri pezzetti di sto­ria in un’unica espe­rienza… e invece quel sabato é finito moltissime ore dopo…
Dovevo ancora ritrovarmi in assem­blea spon­tanea alla notizia dell’incursione-massacro-devastazione al cen­tro stampa del GSF, per la cronaca tv–quasi– soltanto un dor­mi­to­rio dove si sareb­bero rin­venute pre­sunte armi (molo­tov scariche? cioé bot­tiglie di birra? vuote? e tute nere, pare, puli­tis­sime)… accer­chiati da con­tinue sof­fi­ate di un’imminente vis­itina della polizia… senza parole all’unica frase di risposta alla nos­tra tele­fonata “che fare?” al numero di avvo­cati cui pote­vamo fare rifer­i­mento “qua é tutto sangue, non pos­si­amo piú garan­tire la sicurezza da nes­suna parte!”… un numero del Diaz… scon­volti!
E dovevo ancora essere evac­u­ata e depor­tata a tempo di record via da Gen­ova, senza l’allestimento del promesso treno spe­ciale, con un per­corso di cambi che neanche col bigli­etto bije….
verso Quarto, verso Ses­tri, verso vie tra­verse che mi hanno diretto, da clan­des­tina, a casa, dove, di nuovo, una volta entrata, avrei potuto essere cit­tad­ina.
E vivo, qui, ora, l’ennesimo priv­i­le­gio (uno in piú, oltre quelli che mi ave­vano mosso a par­tire):
che mi sia andata BENONE…!
di essere tor­nata, io, Letizia Tavani, 23 anni, sesso fem­minile, capelli e occhi cas­tani, famiglia medio-borghese, stu­dentessa uni­ver­si­taria, roman­ista, senza segni, un graf­fio, un bozzo, in piedi, nella mia cittá, Roma, dove Carlo Giu­liani, ex 23enne, punk­abbes­tia, roman­ista, non potrá piú tornare.
Non vit­tima, testimone.

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