Il 27 ottobre il mediattivista americano William Bradley Roland è stato ucciso dai paramilitari messicani intervenuti in sostegno della polizia federale ad Oaxaca portando l’attenzione del mondo su questo lembo di terra messicana.
Il giornalista e cameraman newyorkese, noto anche come Brad Will su Indymedia, è stato ucciso mentre stava documentando le proteste degli insegnanti e di altri lavoratori contro il governo dello stato di Oaxaca, controllato dal PRI. Bradley, prima di occuparsi di questo conflitto, è stato a lungo corrispondente ed attivista presso le principali occupazioni del globo: in USA, in Argentina, in Ecuador, in Brasile e in Bolivia.
Da quanto emerge dai resoconti del New York City Independent Media Center e dal quotidiano messicano La Jornada, Bradley, 36 anni, è stato colpito, mentre documentava l’attacco armato dei paramilitari contro l’Assemblea Popolare del Popolo di Oaxaca, da una distanza di 30–40 metri allo stomaco da paramilitari ed è morto nel viaggio in ambulanza verso l’ospedale.
Il Centro de Medias Libres a Città del Messico sostiene di aver riconosciuto, proprio dai filmati girati da Bradley (vedi), almeno uno dei paramilitari colpevoli dell’omicidio: Pedro Carmona, ex-presidente di Felipe Carrillo Puerto de Santa Lucia del Camino, una colonia dello stato di Oaxaca.
Bradley è solo uno dei quattro morti dell’assedio del 27 ottobre, insieme ad altri 26 feriti, causati dai paramilitari e dalla polizia federale, nel tentativo di riprendere possesso della città. La città infatti è nelle mani dell’APPO, una coalizione di insegnanti in sciopero e altre organizzazioni di base che reclamano la democrazia in Messico, da cinque mesi.
Nel tentativo di sedare le proteste, da giugno 2006 ad oggi, la polizia federale a Oaxaca ha coperto decine di assassini di esponenti delle lotte sociali della APPO da parte dei gruppi paramilitari. Da cinque mesi gli insegnanti sono in sciopero ed hanno raccolto, strada facendo, il sostegno dei cittadini in cerca di giustizia, democrazia e dignità. Le proteste bloccano gli accessi alla città chiedendo la destituzione di Ulises Ruiz Ortiz, governatore dello Stato. Il 29 ottobre, però, le proteste vengono sedate, lo sciopero interrotto e la città di Oaxaca torna sotto il controllo dei paramilitari e della polizia federale messicana.
La reazione internazionale preme da un lato verso il governo USA per un’inchiesta internazionale che individui responsabili dell’omicidio di Bradley, richiesta perorata da Indymedia e da Reporters Senza Frontiere. Dall’altro si è levato l’appello del subcomandante insurgente Marcos ai media alternativi e liberi del mondo per reclamare giustizia per questo “compañero ucciso”.
Alle mobilitazioni fisiche davanti ad amabasciate e consolati messicani, si affiancano Net-Strike contro i siti del governo messicano per bloccarli. Anche l’Italia è coinvolta nelle mobilitazioni: giovedì 2 novembre (18.00) ci sarà una sit-in davanti l’ambasciata messicana a Roma (via lazzaro spallanzani 16) con o senza le bici, delle quali era un convinto sostenitore il mediattivista ammazzato dai paramilitari messicani.
Il sacrificio di Bradley è rivolto a tutti noi che avremmo potuto ricevere informazioni su questi 5 mesi di sciopero degli insegnanti o sulla lotta del popolo indigeno che dura da 500 anni. Se i media mainstream fossero interessati ancora al mestiere del giornalismo, se la copertura dei temi non fossero decisi dalle offerte degli spot commerciali. Senza questi se Bradly non avrebbe affrontato gli scontri di Oaxaca riparandosi solo dietro il debole scudo del suo passaporto statunitense e del tesserino della stampa straniera.