mag 08

assaggio Se il Popolo è Sovrano, chi ten­terà di avve­le­narlo? E come? Sarà una pietanza servita da una multi­nazionale, o, più sot­til­mente, un film d’autore, un caso di cronaca, un libro dalla cop­er­tina accat­ti­vante, un decreto legge? Dopo anni di mitri­da­tiz­zazione, con questa rubrica mi presto a fare l’assaggiatore del Re, a mio ris­chio e peri­colo. E com­in­cio subito con un avver­ti­mento: ciò che ingrassa ammazza!
p.s.: Dopo il numero pilota la rubrica parte uffi­cial­mente in for­mato men­sile. Nùtriti di conoscenza anche questo maggio.

UN LIBRO

succoso

Il Vestito di Vel­luto Rosso — Rac­conti di Donne Sudafricane

10 donne ci rac­con­tano le mille sfac­cettature di un Sudafrica che non esaurisce la sua dialet­tica cul­tur­ale nel binomio bianchi-neri. Un paese che parla undici lingue uffi­ciali. Durante l’Apartheid pre­sero piede i rac­conti brevi, che pote­vano cir­co­lare facil­mente. Si scriveva in inglese, la lin­gua dei coloni dal volto buono, con­trap­posto all’afrikaans, l’aspro idioma dei boeri seg­regazion­isti. Inglese che fu (ed è rimasto) lin­gua franca, la lin­gua degli attivisti dell’ANC per gri­dare al mondo l’ingiustizia di un popolo schi­avo nella sua stessa terra, la lin­gua che eluse il ris­chio della fram­men­tazione e inco­mu­ni­ca­bil­ità interetnica per la difesa di un diritto con­di­viso. Ma comunque arric­chito dai vocaboli nde­bele, xhosa, afrikaans e hindi delle sue genti.
Final­mente questa ric­chezza arriva anche a noi, gra­zie al lavoro egre­gio di scelta e traduzione di Maria Paola Guarducci. Scelta davvero eccel­lente che affi­anca autrici ben note come Nadine Gordimer ad altre, come Zoe Wicomb, altri­menti sconosciute al pub­blico italiano.

Il lungo tun­nel dell’inumano che diventa nor­male, banale. Poi la lib­er­azione e il tri­bunale per la ver­ità e la ric­on­cil­i­azione… l’orrore urlato del prima e il silen­zio vuoto del dopo ci arrivano diritti al cuore; è davvero un infi­larsi nella pelle degli altri, di qual­si­asi col­ore essa sia: dal nero pece Zulu e Xhosa per­duti nelle fetide town­ship; al noc­ci­ola di un met­ic­ciato alla ricerca di un’identità e rifi­u­tato dalle comu­nità di orig­ine; all’ambra degli Indi­ani ora vit­time ora art­efici della dis­crim­i­nazione; al rosa di pochi, attivisti anti­a­partheid o feroci assas­sini. Un arcobaleno seg­nato, che ancora non ha la forza di splen­dere, in cui la vio­lenza rimane e rimarrà a mar­cire ancora a lungo negli animi di molti, forse invis­i­bile, o mascher­ata. Eppure… eppure si rimarrà sor­presi a sco­prire che l’etnia delle autrici non sem­pre cor­risponde a quella delle pro­tag­o­niste. L’arte, la scrit­tura e nello speci­fico i rac­conti di donne scritti da donne, ci dicono che la razza non è vera diver­sità. E forse in questo mes­sag­gio antic­i­pano una pos­si­bil­ità, un’opportunità per questa nazione dagli occhi sec­chi, senza più lacrime, di tornare a vedere i col­ori.
Il Vestito di Vel­luto Rosso — aa.vv. — Traduzione e pre­fazione di Maria Paola Guarducci — Edi­zioni Gorée — PP. 256 Prezzo 15 euro
UN FILM NELLE SALE

non ingoiare

Mio Fratello è Figlio Unico — di Daniele Luchetti

Sedotto dall’occhio lesso di uno sca­mar­cio mi avvi­cino a questo film che suona come una can­zone di Rino Gae­tano. L’opera ultima luchet­tiana, una sorta di edi­zione pon­tina del fotoro­manzo “la peg­gio gioventù” di Marco Tul­lio Gior­dana. Fu pro­prio Gior­dana a sco­prire Sca­mar­cio: era il 2003 e il bel tene­broso com­parsava nell’Heimat-polpettone in salsa ital­iana dal titolo pasoliniano.

A quei tempi Elio Ger­mano già calca le scene da un anno (Respiro — 2002), dimostrando da subito un tal­ento acerbo che esplode nello spon­taneismo inter­pre­ta­tivo di “Sangue — la Morte non Esiste” (2005). Eccoli ora insieme: Ger­mano è fratello di Sca­mar­cio, ma figlio unico quanto a resa inter­pre­ta­tiva. E’ lui Accio il mat­ta­tore, folle pagli­ac­cio, l’ingenuo estrem­ista che rimane bam­bino e ci fa rid­ere, il fascista per caso, che parla con parole altrui senza capirle e quindi senza con­di­viderle. senza di lui e la sua goliar­dia il film non esisterebbe, salvo forse i camei di Zin­garetti e della Finoc­chiaro (Angela). Va bene e fa bene rid­ere e sor­rid­ere su quest’italietta igno­rante. L’importante è rid­ere senza con­di­videre, met­tere tra par­entesi l’idea, sec­ondo me poco onesta, che para­dos­salmente pro­prio l’estro di Ger­mano aiuta a trasmet­tere. L’idea che a quei tempi (fine anni ’60) non ci fosse scelta. Che fosse pura casu­al­ità se uno si trovava a cantare bandiera rossa o fac­cetta nera. No, questo no. E’ figlia dell’idea che porta a equiparare i fascisti di Salò con i Par­ti­giani, per­chè erano solo ragazz­ini. Questa illu­sione muore davanti al volto di un ebreo, di un pover­ac­cio gam­biz­zato. Lì l’ingenuità sparisce e la realtà parla una lin­gua che si può rifi­utare o meno. E questo è ciò che dis­crim­ina, che fa la dif­ferenza.
Italia 2007 — 100 minuti — col­ore
UN DOLCE

succoso

Les Mac­arons

Ammetto di essere rimasto fol­go­rato da questa Pâtis­serie di lusso che fa impazz­ire i cug­ini d’oltralpe! Questi pic­coli bis­cotti col­orati dai mille gusti sono una delle raf­fi­natezze che ren­dono i francesi maestri indis­cussi di stile e gusto. Infatti, sebbene il nome (e anche la sto­ria) ne indichi un’ascendenza ital­iana, è alla corte di Fran­cia che la ricetta viene raf­fi­nata e gli ingre­di­enti dosati fino a rag­giun­gere la perfezione..

Il nome “mac­ca­roni”, già in epoca medievale, è indis­tin­ta­mente uti­liz­zato per indi­care un una sorta di zuppa a base di pasta e un dolce com­posto da bianco d’uovo e pol­vere di man­dorle. Poi, insp­ie­ga­bil­mente, il gus­toso dol­cetto fa perdere le pro­prie tracce nella penisola, per riap­parire , al seguito di Cate­rina de’ Medici, nella Fran­cia rinasci­men­tale, paese che elegge a patria d’adozione. Infine, negli anni ’30 del sec­olo scorso, gra­zie alla per­izia di uno chef boulanger parig­ino, Ladurée, il Mac­aron trova la sua forma defin­i­tiva: un doppio sof­fice bis­cotto farcito di crema “ton sur ton”, gioia che gli occhi si vedono rubata dal palato; come i Mac­aron che Maria Antoni­etta divora senza ritegno nell’omonimo film della Cop­pola, per­don­abile anacro­nismo glam.
Questo gâteau, citato da Nos­tradamus in per­sona, è un vero arti­colo da gioiel­le­ria: il suo prezzo si aggira tra i 45 e i 65 euro al kg. I gusti, sug­ger­iti dai col­ori sgar­gianti, sono innu­merevoli, dai più popo­lari lam­pone e pis­tac­chio, agli intri­g­anti caramello salato o liqu­i­rizia. Scon­siglio di provare a farli in casa, data la labo­riosità della ricetta… niente di meglio allora che orga­niz­zare un viag­gio a Parigi per una visita ad uno dei tem­pli della Patis­serie francese, come Ladurée, Pierre Hermé o la catena di pâtis­serie di qual­ità Lenôtre.

UN SIMBOLO

good luckLo Stemma di Papa Benedetto XVI

chi ha come me l’abitudine di cam­minare con il naso per aria avrà fatto caso che i vec­chi stemmi azzurro stinto di papa Wojtyla, quelli seg­nati da una croce gialla e dal carat­tere fil­i­forme di una M, stanno a poco a poco cedendo il passo ai bla­soni met­al­liz­zati del Ratzinger, nuovi fiammanti. All’inizio nes­suno ci doveva credere troppo che il vec­chio Karol avesse reso l’anima, o forse pen­sa­vano che questo veg­liardo neoeletto non sarebbe durato tanto. Sta di fatto che per un annetto buono le vec­chie insegne sono rimaste lì, appese.

Poi hanno visto che Benedetto reggeva e hanno com­in­ci­ato ad esporre il suo stemma. E’ davvero un segno dei tempi in effetti. Il sim­bolo del pon­tefice polacco si carat­ter­iz­zava per la sem­plic­ità nelle forme, si lim­i­tava a sot­to­lin­eare la devozione mar­i­ana del papa polacco, ed era ormai parte del pae­sag­gio urbano. Questi nuovi scudi invece sem­brano un po’ corpi estranei, forse infas­tidis­cono per i col­ori pac­chi­ani, gri­dati. In linea con la nuova linea inter­ven­tista della chiesa cat­tolica. Ratzinger ha scelto meti­colosa­mente i sim­boli del suo pap­ato e ne ha fatto un man­i­festo del pro­prio pro­gramma. Dal sito del Vat­i­cano: “(…) nel punto più nobile dello scudo, vi è una grande conchiglia di oro (…) Nella parte dello scudo denom­i­nata “cappa”, vi sono anche due sim­boli venuti dalla tradizione della Baviera, che Joseph Ratzinger divenuto nel 1977 Arcivescovo di Monaco e Frisinga aveva introdotto nel suo stemma arcivescov­ile. Nel can­tone destro dello scudo (a sin­is­tra di chi guarda) vi è una testa di moro al nat­u­rale (ovvero di col­ore bruno) con lab­bra, corona e col­lare di rosso (…) Nel can­tone sin­istro della cappa, com­pare un orso, di col­ore bruno (al nat­u­rale), che porta un fardello sul dorso.”

La conchiglia si rifà ad una leggenda legata a sant’Agostino e allude alla incon­cepi­bil­ità div­ina, che traval­ica quindi le pos­si­bil­ità di conoscenza umana (e fin qui ci staremmo pure).
Veni­amo al moro, detto il “Moro di Frisin­gen”: com­parve per la prima volta sullo stemma del Vescovo Ottone di Frisinga per cel­e­brare la sua parte­ci­pazione alla alla Sec­onda Cro­ci­ata, par­tita da Regens­burg (Ratis­bona) nel mag­gio del 1147.<!–[if !sup­port­Line­BreakNew­Line]–>
Per com­pren­dere il sig­ni­fi­cato dell’orso andi­amo a leg­gere su questo sito vicino al pon­tefice: si tratta del cosid­detto “orso di Corbini­ano”. Corbini­ano fu l’evangelizzatore della Baviera dell’ottavo sec­olo dopo Cristo. Durante un viag­gio verso Roma, un orso divorò la sua bes­tia da soma. San Corbini­ano comandò alla belva di portare essa stessa fino a Roma il suo bagaglio, las­cian­dola poi lib­era di ritornare nei boschi della sua patria. “Il sig­ni­fi­cato è chiaro – spiega la nota dell’arcidiocesi di Frisinga — Il cris­tianes­imo ammansì e addo­mes­ticò il sel­vag­gio paganes­imo e pose così nell’antica Baviera i fon­da­menti di una grande cul­tura”.
Come si vede il pro­gramma è sem­plice e facil­mente intel­leg­gi­bile. Basta alzare gli occhi al cielo…

UN FILM USCITO IN DVD (e in Divx)

bottarfegatoA Skan­ner Darkly — di Richard Linklater

Un Oscuro Scrutare (A Scan­ner Darkly) fu la mia prima volta con Philip Kin­dred Dick. Era un peri­odo gri­gio in cui vita e let­ture si sostenevano a vicenda, scam­bian­dosi con­ferme o piut­tosto col­lu­sioni , inter­pre­tazioni che erano citazioni, illu­mi­nazioni che si riv­ela­vano illu­sioni. Non a caso mi trovai a mio agio colla pro­gres­siva degen­er­azione di Bob Arc­tor, agente infil­trato nel giro dei tossici e spac­cia­tori, in un futuro (il libro usciva nel 1977) che è il nos­tro presente.

Arc­tor, inter­pre­tato qui da Keanu Reeves, è intera­mente immerso nel mondo che dovrebbe inda­gare: innamorato di una spac­ciatrice, spac­cia­tore lui stesso e soprat­tutto con­suma­tore di una droga allora forse futur­is­tica, ma oggi per­fet­ta­mente verosim­ile, la Sostanza M, chia­mata dai tossici sem­plice­mente Morte. Il sis­tema, la polizia, invade ogni spazio vitale di tele­camere e micro­foni, alla ricerca della radice del male, un fiore blu da cui si estrae la Morte.
Il tutto in una Cal­i­for­nia che è un hotel senza uscita, le moquette defor­mate dalla mescalina. Un lager aperto nel ’69, popo­lato da hippy logor­roici e scon­clu­sion­ati. All’ombra dei suoi palmizi si aggi­rano Charles Man­son e Jef­frey Lebowsky, ignari l’uno dell’altro. Ma potremmo essere ovunque. Il pae­sag­gio qui è quello inte­ri­ore; pro­tag­o­nista la mente in via di dis­truzione di Arc­tor. Bob Arc­tor o Fred Arc­tor? un cog­nome che suona come “Actor”(attore), due nomi e due iden­tità che si spar­tis­cono una sola mente, occu­pando cias­cuna un lobo cere­brale. L’oscuro scrutare non ha nulla dell’autoanalisi. E’ in realtà una pro­fanazione, un guardarsi den­tro attra­verso gli occhi geo­metrici dell’insetto. Kafkiano fino al pla­gio! Quando la dis­so­ci­azione si è con­clusa anche la dis­truzione è irre­versibile. La fol­lia di Arc­tor è indotta, deter­mi­nata, sec­ondo un’idea tutta amer­i­cana è lesione cere­brale, come in “Memento”. E a provo­carla è il ruolo sociale, l’identità imposta dal lavoro. Danno irrepara­bile ma nec­es­sario. nec­es­sario a sco­prire i seg­reti del Nuovo Sen­tiero, la comu­nità di dis­in­tossi­cazione dove Arc­tor, decer­e­brato, com­pirà l’ultima mis­sione.
Un’ultima nota: il reg­ista Lin­klater, non nuovo a questi truc­chi, ha trat­tato le immag­ini col Roto­scope, e l’effetto ritaglio pho­to­shop è stra­ni­ante: se vogliamo, rende ancora più gelido e anti­cre­ativo questo film dif­fi­cile da finire.
Usa 2006 — 100 minuti — colore


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No Responses to “L’Assaggiatore 05/2007”

  1. Semmelweis scrive:

    non è un caso che scrivesse solo k. Non avrebbe ven­duto un libro con quel nome! o forse avrebbe avuto suc­cesso scrivendo guide di birdwatching…

  2. che bello! ora so che vuol dire la Kappa di Philip K. Dick :-)

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