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Cronache da Alkatraz

Posted by Annamaria Ciampaglia | Posted in articolo | Posted on 14-09-2007

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Benvenuti al primo capitolo di Cronache da Alkatraz, breve storia che verrà pubblicata a puntate a scadenza settimanale.In un grande ospedale un gruppo di lavoro si occupa giornalmente della gestione informatica di tutto il flusso dei dati interni. Una donna, membro della squadra, sta impazzendo progressivamente e in segreto. Nella sua mente l’ospedale prende la forma di una grande prigione dove luoghi, persone e fatti si trasformano. A generare la follia, il manifestarsi di un antico bisogno legato al passato e a una sfida il cui epilogo deve aver luogo proprio nel grande ospedale. Autobiografico, d’impatto e molto d’azione.

Dedicato a: Simona, Aldo, Max (Il signor Xatt), Debby, Fernanda (Tenente LOLA), Letizia. Giovanni, Mimmo, Guido (Dave Mustine).
Voi, tenete lontano la foresta
.

1. La zona Franca

Stamattina Il Ministero della Propaganda ha sfoderato un autentica chicca.
Invisibili altoparlanti diffondono canti natalizi a tappeto, in ogni angolo di questo posto immenso.
Babbo Natale, sta allegramente impegnandosi nella versione speciale di “a Natale te ne freghi di tutto meno che della mia slitta e della carta di credito”. E ordina a tutti indistintamente grandi e piccini, vecchi, donne e bambini di uscire senza esitare dalle case, ovunque si trovino e “fiondarsi” sulla neve ad ammirare la sua Cometa nuova di zecca. Tutti avvisati: è venuta apposta da chissà dove per farsi guardare da voi e guai a contrariare le comete, sono piuttosto permalose di questi tempi …
Cammino verso gli ascensori. Sfioro con lo sguardo il cortiletto dell’ora d’aria dove è permesso fumare, i camici bianchi, le divise verde-acqua degli OTA, rosso porpora dei portantini, gli studenti radunati intorno ai pochi portacenere del quadrato, circondato dalle altissime mura grigie piene di finestre allineate una accanto all’altra a perdita d’occhio in lungo e in largo. Mi vengono in mente i bambini stretti intorno al fuoco delle caldarroste.
Tiro dritto. Il cielo stamattina è grigio come le mura e non vale neanche la pena guardarlo.
Incrocio uno, due, tre, quattro uomini e donne in divisa da degente. Ce n’è uno ha deciso di farsi notare: si avvia verso il bar, attaccato ad una specie di trespolo, da cui pendono una boccetta piena di liquido trasparente e una cannula che gli si infila dritta nel braccio, non si capisce bene però in quale punto. Procede: gli guardo bene la faccia: è rossiccia come quella di Babbo Natale dietro l’altoparlante, forse è proprio lui, travestito da degente, per non farsi riconoscere mentre va farsi il primo grappino della giornata di nascosto della cometa.
La cannula e la flebo servono a pretendere che gli si lasci via libera e gli si ceda il posto al bar. Un po’ come i vecchi rompiscatole alle poste o in autobus, quando ti mostrano il tesserino da invalido.
Piccole vendette quotidiane, ma ti servirà a poco. Una volta fuori, se uscirai, senza il trespolo, la flebo e la cannula, farai la fila come tutti gli altri, chiunque tu sia in realtà.
Dietro il vetro del servizio informazioni, c’è una giovane fantasma trasparente con la testa avvolta in un foulard bianchissimo. Riesco quasi a vedere attraverso il suo corpo fragilissimo come carta velina…ha i piedi piccolissimi quasi sospesi sulla moquette. Annaspo verso la zona franca.
Sto pensando che nell’ora d’aria, (che non sfrutto quasi mai per il consumare il rancio), mi camuffo da secondino, trovo gli altoparlanti e li faccio saltare. Sabotaggio. Li frantumo. Gli scaglio sopra uno dei monitor dei computer del servizio informazioni. Dietro l’altoparlante, immagino la faccia grassa e rubiconda di Babbo Natale con gli occhi stralunati e il sorriso baldanzoso…Che meraviglia… Immagino…immagino…e intanto arrivo all’ascensore.
“Eccomi. Buongiorno a tutti”. Sono nella zona franca.
Nella zona franca vige al legge dell’uguaglianza e cioè tutti salutano tutti. E’ anche vero che qui un po’ di cose vanno alla rovescia, nel senso che i generali, rispondono quasi sempre al saluto. Li riconosci da questo tra tutti gli altri camici bianchi. Se ti conoscono, ti salutano quasi sempre per primi o rispondono al tuo saluto. Essere generali, veterani li tiene al disopra delle parti. Le regole, qui le fanno loro, dentro i corridoi, nelle celle, nelle aule, ovunque. E la buona regola è: salutare. Negli ascensori però il saluto è più che una regola, un valore: ti saluti con tutti a qualunque livello.
Le prime volte che mi trovavo qui, questa regola fu una delle poche che mi colpirono positivamente. Ma ci misero poco a spiegarmi come stavano le cose in realtà. Quando incontri un generale, ti saluta e guarda dritto davanti a sé discutendo del polmone di tizio o la prostata di Caio con uno o due ufficiali di alto rango che gli stanno di fianco come guardie del corpo. Anche loro davanti al generale ti salutano, ma vedi che già le labbra sono più tirate e una scintilla fredda di asettica indifferenza gli balena dietro gli occhialetti da ordinanza.
Allora, guardi la scorta del generale che sfila di fianco a te e, dietro gli alti ufficiali indifferenti, ecco i giovani apprendisti, o gli ufficiali di grado inferiore, i caporali, che debbono accontentarsi di procedere un po’ distaccati rispetto allo stato maggiore, ma comunque fieri di portare lo strascico. Annuiscono quando riescono ad afferrare qualche brandello che lo stato maggiore si lancia dietro le spalle ben consapevole che in attimo se lo contenderanno tra le zanne peggio dei lupi affamati. Ma tu questo all’inizio non puoi saperlo e saluti con un bel sorriso da nuova arrivata l’ultimo specializzando proveniente dall’ultima università del profondo sud e lui o lei, tirano dritto e non rispondono. Fuori dagli ascensori, mai salutare davanti al generale, lo sapevi? Ma negli ascensori è zona franca e vige la legge dell’uguaglianza: buonasera, buongiorno, arrivederci, buona giornata. Tutti, sempre. E’ una regola, una vera regola e guai a trasgredire. Trasgredire, qui ad Alkatraz, è severamente vietato: si passa dalla parte dei cattivi .

2. La postazione

Il messenger è rimasto sordo e muto tutto il giorno. Pochi contatti in rosso, mi hanno guardato spenti, come corpi svuotati. A volte quell’anima s’accende e dice: “sono io, sono Claudia, Marina, Francesco…” ci sono, perché lo spazio virtuale, anche quando non ti dici niente, ti osserva.
La mia postazione è di spalle. Cioè tutti sono in cerchio con le scrivanie raccolte intorno ad un ipotetico, quanto invisibile altare centrale e si guardano in viso. Quando siamo al completo, tutta la squadra, siamo in sei. Io, appunto, tengo le spalle al cerchio e sulla destra c’è la porta aperta del nostro comandante. Se mi sporgo di qualche centimetro in avanti gli vedo i piedi. Finché li vedo, tutto è rassicurante. E’ se spariscono che c’è da preoccuparsi, vuol dire che si è alzato per venire a dare una sbirciatina dalle nostre parti. Ed io, sono la prima postazione che incontra

.…Continua

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