set 14

Cronache da Alkatraz

By Annamaria Ciampaglia articolo Add comments

Ben­venuti al primo capi­tolo di Cronache da Alkatraz, breve sto­ria che verrà pub­bli­cata a pun­tate a sca­denza set­ti­manale.In un grande ospedale un gruppo di lavoro si occupa gior­nal­mente della ges­tione infor­mat­ica di tutto il flusso dei dati interni. Una donna, mem­bro della squadra, sta impazzendo pro­gres­si­va­mente e in seg­reto. Nella sua mente l’ospedale prende la forma di una grande pri­gione dove luoghi, per­sone e fatti si trasfor­mano. A gener­are la fol­lia, il man­i­fes­tarsi di un antico bisogno legato al pas­sato e a una sfida il cui epi­l­ogo deve aver luogo pro­prio nel grande ospedale. Auto­bi­ografico, d’impatto e molto d’azione.

Ded­i­cato a: Simona, Aldo, Max (Il signor Xatt), Debby, Fer­nanda (Tenente LOLA), Letizia. Gio­vanni, Mimmo, Guido (Dave Mus­tine).
Voi, tenete lon­tano la foresta
.

1. La zona Franca

Sta­mat­tina Il Min­is­tero della Pro­pa­ganda ha sfoder­ato un aut­en­tica chicca.
Invis­i­bili altopar­lanti dif­fon­dono canti natal­izi a tap­peto, in ogni angolo di questo posto immenso.
Babbo Natale, sta alle­gra­mente impeg­nan­dosi nella ver­sione spe­ciale di “a Natale te ne freghi di tutto meno che della mia slitta e della carta di cred­ito”. E ordina a tutti indis­tin­ta­mente grandi e pic­cini, vec­chi, donne e bam­bini di uscire senza esitare dalle case, ovunque si tro­vino e “fion­darsi” sulla neve ad ammi­rare la sua Cometa nuova di zecca. Tutti avvisati: è venuta apposta da chissà dove per farsi guardare da voi e guai a con­trari­are le comete, sono piut­tosto permalose di questi tempi …
Cam­mino verso gli ascen­sori. Sfioro con lo sguardo il cor­tiletto dell’ora d’aria dove è per­me­sso fumare, i cam­ici bianchi, le divise verde-acqua degli OTA, rosso por­pora dei por­tan­tini, gli stu­denti radunati intorno ai pochi por­tacenere del quadrato, cir­condato dalle altissime mura grigie piene di finestre allineate una accanto all’altra a perdita d’occhio in lungo e in largo. Mi ven­gono in mente i bam­bini stretti intorno al fuoco delle cal­dar­roste.
Tiro dritto. Il cielo sta­mat­tina è gri­gio come le mura e non vale neanche la pena guardarlo.
Incro­cio uno, due, tre, quat­tro uomini e donne in divisa da degente. Ce n’è uno ha deciso di farsi notare: si avvia verso il bar, attac­cato ad una specie di tre­spolo, da cui pen­dono una boc­cetta piena di liq­uido traspar­ente e una can­nula che gli si infila dritta nel brac­cio, non si capisce bene però in quale punto. Pro­cede: gli guardo bene la fac­cia: è ross­ic­cia come quella di Babbo Natale dietro l’altoparlante, forse è pro­prio lui, trav­es­tito da degente, per non farsi riconoscere men­tre va farsi il primo grap­pino della gior­nata di nascosto della cometa.
La can­nula e la flebo ser­vono a pre­tendere che gli si lasci via lib­era e gli si ceda il posto al bar. Un po’ come i vec­chi romp­is­cat­ole alle poste o in auto­bus, quando ti mostrano il tesserino da invalido.
Pic­cole vendette quo­tid­i­ane, ma ti servirà a poco. Una volta fuori, se usci­rai, senza il tre­spolo, la flebo e la can­nula, farai la fila come tutti gli altri, chi­unque tu sia in realtà.
Dietro il vetro del servizio infor­mazioni, c’è una gio­vane fan­tasma traspar­ente con la testa avvolta in un foulard bian­chissimo. Riesco quasi a vedere attra­verso il suo corpo frag­ilis­simo come carta velina…ha i piedi pic­col­is­simi quasi sospesi sulla moquette. Annaspo verso la zona franca.
Sto pen­sando che nell’ora d’aria, (che non sfrutto quasi mai per il con­sumare il ran­cio), mi camuffo da sec­ondino, trovo gli altopar­lanti e li fac­cio saltare. Sab­o­tag­gio. Li fran­tumo. Gli scaglio sopra uno dei mon­i­tor dei com­puter del servizio infor­mazioni. Dietro l’altoparlante, immag­ino la fac­cia grassa e rubi­conda di Babbo Natale con gli occhi stralu­nati e il sor­riso baldanzoso…Che mer­av­iglia… Immagino…immagino…e intanto arrivo all’ascensore.
“Eccomi. Buon­giorno a tutti”. Sono nella zona franca.
Nella zona franca vige al legge dell’uguaglianza e cioè tutti salu­tano tutti. E’ anche vero che qui un po’ di cose vanno alla roves­cia, nel senso che i gen­er­ali, rispon­dono quasi sem­pre al saluto. Li riconosci da questo tra tutti gli altri cam­ici bianchi. Se ti conoscono, ti salu­tano quasi sem­pre per primi o rispon­dono al tuo saluto. Essere gen­er­ali, vet­erani li tiene al diso­pra delle parti. Le regole, qui le fanno loro, den­tro i cor­ri­doi, nelle celle, nelle aule, ovunque. E la buona regola è: salutare. Negli ascen­sori però il saluto è più che una regola, un val­ore: ti saluti con tutti a qualunque liv­ello.
Le prime volte che mi trovavo qui, questa regola fu una delle poche che mi colpirono pos­i­ti­va­mente. Ma ci mis­ero poco a spie­garmi come sta­vano le cose in realtà. Quando incon­tri un gen­erale, ti saluta e guarda dritto davanti a sé dis­cu­tendo del pol­mone di tizio o la prostata di Caio con uno o due uffi­ciali di alto rango che gli stanno di fianco come guardie del corpo. Anche loro davanti al gen­erale ti salu­tano, ma vedi che già le lab­bra sono più tirate e una scin­tilla fredda di aset­tica indif­ferenza gli balena dietro gli occhialetti da ordi­nanza.
Allora, guardi la scorta del gen­erale che sfila di fianco a te e, dietro gli alti uffi­ciali indif­fer­enti, ecco i gio­vani apprendisti, o gli uffi­ciali di grado infe­ri­ore, i capo­rali, che deb­bono accon­tentarsi di pro­cedere un po’ dis­tac­cati rispetto allo stato mag­giore, ma comunque fieri di portare lo strascico. Annuis­cono quando riescono ad affer­rare qualche bran­dello che lo stato mag­giore si lan­cia dietro le spalle ben con­sapev­ole che in attimo se lo con­tender­anno tra le zanne peg­gio dei lupi affamati. Ma tu questo all’inizio non puoi saperlo e saluti con un bel sor­riso da nuova arrivata l’ultimo spe­cial­iz­zando prove­niente dall’ultima uni­ver­sità del pro­fondo sud e lui o lei, tirano dritto e non rispon­dono. Fuori dagli ascen­sori, mai salutare davanti al gen­erale, lo sapevi? Ma negli ascen­sori è zona franca e vige la legge dell’uguaglianza: buonasera, buon­giorno, arrived­erci, buona gior­nata. Tutti, sem­pre. E’ una regola, una vera regola e guai a trasgredire. Trasgredire, qui ad Alkatraz, è sev­era­mente vietato: si passa dalla parte dei cat­tivi .

2. La postazione

Il mes­sen­ger è rimasto sordo e muto tutto il giorno. Pochi con­tatti in rosso, mi hanno guardato spenti, come corpi svuo­tati. A volte quell’anima s’accende e dice: “sono io, sono Clau­dia, Marina, Francesco…” ci sono, per­ché lo spazio vir­tuale, anche quando non ti dici niente, ti osserva.
La mia postazione è di spalle. Cioè tutti sono in cer­chio con le scrivanie rac­colte intorno ad un ipotetico, quanto invis­i­bile altare cen­trale e si guardano in viso. Quando siamo al com­pleto, tutta la squadra, siamo in sei. Io, appunto, tengo le spalle al cer­chio e sulla destra c’è la porta aperta del nos­tro coman­dante. Se mi sporgo di qualche cen­timetro in avanti gli vedo i piedi. Finché li vedo, tutto è ras­si­cu­rante. E’ se spariscono che c’è da pre­oc­cu­parsi, vuol dire che si è alzato per venire a dare una sbir­ci­atina dalle nos­tre parti. Ed io, sono la prima postazione che incontra

.…Con­tinua

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