pubblicato il 29 Maggio 2006 · 3,245 letture
La borghesia e la classe creativa
di Stefano Minguzzi
Su Repubblica di domenica 28 maggio 2006, Eugenio Scalfari, da uomo della sua epoca, si sfoga contro la borghesia italiana che è “irrazionale” ed “ideologica”, protesa ad inseguire le ombre della caverna berlusconiana piuttosto che la serietà prodiana. Ma la borghesia italiana potrebbe non essere più il motore della società ed il cuore del rinnovamento potrebbe già battere altrove.
Al di là della condivisibile rabbia di un ottantenne per un paese al quale ha dato molto, se non tutto della sua storia personale, c’è ovviamente anche un aspetto più generale che travalica le note biografiche del fondatore di La Repubblica. Cosa vuole la borghesia italiana? Questa domanda di Scalfari trasuda delusione se non vero e proprio fastidio. Sentimenti ed emozioni che non nascondo ho condiviso completamente durante la lettura. Il punto però separa le sensazioni della lettura dalle riflessioni successive.
Scalfari ragiona in termini strettamente logici: il governo Berlusconi (e nello specifico Berlusconi) è rimpianto dalla classe produttiva del paese. Lo si è visto alla riunione confindustriale di Vicenza, durante la campagna elettorale, ma lo si è visto anche pochi giorni fa a Milano. Al di là delle opinioni della dirigenza di Confindustria la pancia dell’imprenditoria italiana sta a destra e per questa destra.
Come è possibile? Il rapporto deficit/PIL è schizzato ad oltre il 4% dal 3,1% ereditato dai precedenti governi ulivisti, la riduzione delle tasse dello 0,7% in 5 anni non ha praticamente dato alcun frutto in termini di lotta all’evasione o rivitalizzazione dei consumi, inoltre ci viene chiesta una manovra da 7 miliardi per rimettere in sesto i conti statali. E allora cosa si rimpiange? Difficile dirlo, Scalfari di fatto se la prende con l’illogicità della borghesia e pertanto non risponde.
Partiamo da un altro inizio: che cosa è la borghesia italiana? L’insieme composto dagli imprenditori, i professionisti, i quadri ed i dirigenti pubblici. Probabilmente ci si potrebbe aggiungere anche la stragrande maggioranza dei baby-boomers ormai pensionati. Se questo mix di persone fosse davvero la borghesia cosa vuole dalle istituzioni?
La risposta diventa un poco più facile. Se escludiamo, per un momento soltanto, gli imprenditori tutti gli altri soggetti sono evidentemente lontani dall’idea della borghesia che potrebbe avere Scalfari: laboriosa, produttiva, perciò progressista, interessata all’innovazione ed alla formazione oltre che alla ricerca. Tutt’altro.
Abbiamo davanti un vasto numero di persone che ritengono che nelle ore di lavoro si esauriscano i loro doveri verso lo Stato e, cosa ancor più grave, verso la Società. Anzi il fatto stesso di lavorare e di produrre è di per sé IL contributo al Paese, per cui tutto poi è dovuto in una sorta di arroganza costituzionale che vede nel lavoratore l’unico soggetto di diritto. Pertanto qualsiasi altra richiesta (dalle tasse fino all’impegno civico) è visto come un impedimento, un “lacciolo” da eludere per veder riconosciuta la propria libertà costituzionale.
Questa borghesia vuole perciò uno Stato che, quando è sistema politico, sia leggero e quasi inesistente, mentre quando diventa Amministrazione, risolva invece che produca i problemi. Un obiettivo che, si badi bene, in astratto è utopisticamente condivisibile, ma certo non realizzato in Italia oggi. Abbiamo uno Stato pesante, onnipresente ed inefficiente. Pertanto va riformato, ma per farlo c’è bisogno di impegno civico e capacità teorica che rivitalizzi dal basso prima il corpo sociale e poi le istituzioni che esso si dà.
Ad una borghesia incapace di assumersi il proprio ruolo storico di guida del progressismo fa da contraltare la stasi comatosa della restante parte della società: umiliata e marginalizzata da 10 anni di fallimenti del “pensiero unico neoliberista”. La risposta che la nostra borghesia ha imparato a dare dagli anni ‘70 in poi è fuggire dalla realtà. Come ammoniva Pasolini nei primi anni ‘70 si crea una narrazione alternativa che si disfa del presente arcaico e ci proietta direttamente in un oggi meraviglioso quanto impalpabile. Una sorta di fuga tossica.
Perciò questa borghesia non è in grado di rimboccarsi le maniche ed affrontare i problemi come, forse, avrebbe fatto negli anni ‘60, ma preferisce un’altra narrazione per poter continuare a vivere con il suo stile di vita, con la sua etica del lavoro egoista. Non ci sono sfide da cogliere o da lanciare, ma solo un presente da perpetrare.
A sinistra questa narrazione non la si comprendeva ai tempi di Pasolini, figuriamoci oggi. Al contrario Berlusconi è la via di fuga che sostiene che oggi non si sia più indebitati, che non ci sia meno sicurezza, che non ci sia alcun problema economico nel sistema paese, che tutto si possa risolvere semplicemente continuando così, anzi, proprio ripetendo all’ennesima potenza l’ordinario.
Imprenditori: da classe produttiva ad aristocrazia.
Gli imprenditori, dicevamo. Chi dovrebbe essere l’elemento propulsivo del sistema se non chi ha in mano le leve per incidere sull’etica del lavoro, sull’idea stessa di innovazione, sugli orizzonti da raggiungere (si pensi al lavoro intellettuale svolto da gente come Olivetti o Mattei)? L’impotenza e l’incapacità di svolgere questo ruolo è invece sotto gli occhi di tutti: lo scaricabarile istituzionale, la ricerca fuori dai confini delle cause della crisi, la mancanza di propensione agli investimenti in tecnologia e ricerca, la violazione delle norme ambientali, il ricorso sistematico alla precarietà o persino all’evasione fiscale.
Il perché è presto detto: questa è in massima parte una classe imprenditoriale “abusiva”, che non si è dovuta confrontare quasi mai con il mercato, che ha sempre trovato nella trita retorica nazionalista uno scudo per non andare oltre la mera sopravvivenza, perché invece di crescere ha preferito godere, che è sopravvissuta grazie agli intrallazzi, alle amicizie, ai favori.
Una classe sociale che è semplicemente figlia della borghesia che ha modernizzato l’Italia 40 anni fa. Una borghesia che disprezza il cambiamento se non addirittura ne ha timore non può essere motore, ma piuttosto è un freno.
La Dolce Vita e la Famiglia sono a ben guardare le peggiori sventure dell’Italia degli anni successivi al boom economico. L’idea che dopo “aver fatto i soldi” restasse solo da godersi il frutto del proprio lavoro, ha completamente svuotato di energie la nostra classe imprenditoriale. Incapace di futuro che non sia l’inseguire la moda del momento. L’etica del lavoro dei nostri nonni è stata tradotta in una versione distorta del viver bene. Una variazione consumista e vuota che non ha prodotto altro che ricconi pacchiani, sfruttamento, illegalità e perdita di competitività.
Una sorta di ribaltamento del Calvinismo si è impossessato sia degli ex dipendenti che si sono messi in proprio, che delle piccole attività familiari. Il motore del nostro sviluppo, la piccola e media impresa, ha subito uno svuotamento etico e civico che ha portato il paese a non avere più produzione che non sia tradotta biecamente in consumo invece che in investimenti.
Il caso Autostrade-Abertis ne è solo l’ultima prova. Imprenditori incapaci di scommettere su di sé o sul sistema paese che preferiscono consumare il prima possibile i propri guadagni. In questo modo svanisce il sistema paese e l’interesse nazionale. In questo modo rimane solo la famiglia e l’interesse personale. In questo modo Berlusconi incarna le vere necessità della borghesia italiana: continuare a sopravvivere senza un futuro, ma all’interno di un eterno presente.
Come uscirne? O meglio, come può essere creata una via alternativa a questo sfascio sociale? Smettendo di considerare la politica un mondo a parte dalla società la prima cosa da fare è rivolgersi a quei cittadini che danno corpo ed anima ad un modo diverso di vivere la società.
Ribaltiamo la domanda di Scalfari: questi cittadini chi sono e cosa vogliono?
Faccio un’ipotesi. Esistono in Italia dei cittadini che stiano fuori dalla narrazione del berlusconismo? Pensiamo di si: sicuramente gli emarginati, gli impoveriti, i migranti, ma anche gli esclusi di sempre. Base molto fragili per costruire un nuovo sistema paese, una nuova etica del lavoro, una nuova classe dirigente.
Possiamo anche ipotizzare che vi siano molti cittadini italiani sia dentro alla borghesia di cui abbiamo parlato finora che magari subito fuori da essa che abbiano già un’altra etica del lavoro, un’altra idea di partecipazione civica e di responsabilità sociale.
Li individuiamo in gran parte negli under40 sottoccupati e sottoutilizzati, ma anche nella cosiddetta società creativa composta da precari che per istruzione, tradizione familiare e valori non può non dirsi borghese, ma per reddito e consumi è proletarizzata. Si parla probabilmente anche di una quota della vecchia borghesia del recente passato della quale Scalfari può essere il testimone: ravveduta o nostalgica che sia, ma comunque disgustata o anche solo preoccupata dal rapido decadimento morale che investe la nostra società.
La posta in gioco è non perdere queste persone facendole scivolare nel cinismo o peggio vedendole emigrare. E’ necessario intervenire e sostenere questa fascia di popolazione compiendo rapidamente un vasto rinnovamento generazionale che tenga alto il vessillo del progressismo, unico valore in grado di far uscire dal sogno drogato di questo eterno presente e dare una chance di futuro alla nostra Repubblica.
PS1
Si noterà che Berlusconi in questo quadro non è il “principe del male”, ma un semplice attore.
PS2
La sfida di rappresentare ed interpretare i desideri e le aspirazioni di questa nuova classe creativa auspico che sia accettata dalla Sinistra italiana, ma non c’è nulla che impedisca (se non lo stesso Berlusconi) che lo sia dalla Destra.














Commenti
Nessun commento per il momento.