pubblicato il 25 Novembre 2006 · 3,110 letture
“Le lacrime amare di Petra von Kant” tornano a teatro
di Letizia Tavani
“Ogni volta che due persone si incontrano e stabiliscono una relazione si tratta di vedere chi domina l’altro. La gente non ha imparato ad amare. Il prerequisito per potere amare senza dominare l’altro è che il tuo corpo impari, dal momento in cui abbandona il ventre della madre, che può morire. Il punto è che credo di potere esprimere meglio quello che sento quando uso un personaggio femminile come centro.” (Rainer Werner Fassbinder)
E’ difficile sfidare, andare oltre un regista che ha saputo dare voce - la sua voce, crudele e spietata - agli emarginati e ai diversi che sono accanto e dentro di noi, scavare con il suo sguardo impietoso negli stereotipi (culturali, sociali, di classe, di genere…) rivelandone gli aspetti più morbosi e ridicoli e - per questo - pi� reali, molto prima che Almodovar ne sfumasse i contorni nell’universo patinato della Soap, molto prima che noi, quelli “normali”, ci accorgessimo realmente della loro (o nostra?) esistenza, che ne prendessimo una qualche coscienza, prima personale, poi forse sociale e, finalmente, politica.
Non avrebbe potuto essere possibile se non ribaltando quel cinema che si era, nella versione filmica delle Lacrime, piegato al teatro, alla claustrofobia dello spazio chiuso e dei movimenti di una scena disegnata attorno all’ingombrante letto di Petra, in uno spazio teatrale che non è costruito solo su sentieri di pieni e di vuoti, di corpi-presenze e corpi-assenze, ma si trasfigura nella verticalità di un titanico idolo femminile che giganteggia e definisce proprio quei sentieri di assenza e presenza, di entrata o di uscita, di fuga; come nel biancore verticale del pannello attraverso il quale “palesando il bisogno di penetrare fino in fondo la verit� dell�autore, il regista rivela al pubblico fin da subito il trucco con il quale proietta le ombre sul fondo della scena, mostra ci� che muove la suggestiva finzione, nel tentativo di fare il primo passo nei confronti di uno spettatore che non pu� non rivedere il proprio rapporto con la realt�, dopo aver assistito alla distruzione mentale e fisica della madre delle sue amare disillusioni” (Andrea Monti).
Cercando (e trovando) un allestimento splendido, incredibile: fatto di spiragli, suggestioni e allusioni di azioni, riferimenti agli altri luoghi della vita di Petra, quelli che sono anche i luoghi del suo successo ma che -per lei come per noi che assistiamo al suo dolore- sono solo suoni che rimbombano nella testa, ombre pi� o meno gigantesche e angoscianti, proiettate su un telo, una patina opaca che ci difende dalle verit� del mondo. Una trasposizione in cui la cura e l’indugiare su alcuni particolari e sui personaggi secondari (la figlia adolescente, per esempio, monito dei traumi che i nostri figli ereditano dai comportamenti di cui noi soli siamo responsabili) apre un nuovo ed interessante caleidoscopio di intinerari interpretativi che il film invece voleva chiudere alla speranza.
“Le lacrime amare di Petra Von Kant” era ed � la storia di una donna, tre donne, ma soprattutto era ed � una storia di dipendenza e di potere, la mise-en-sc�ne dell’amore in tutte le sue contraddizioni tra desiderio di possesso e libert�, potere e impotente bisogno, cruda e amara sincerit� e la lusinga che illude e fa sognare, tra ruoli interpretati e accettati socialmente e identit� pi� vera, pi� intima del s�. In cui uscire dal gioco delle convenzioni vuol dire solo, disperatamente, rimanere rinchiusi nella propria casa, intrappolati in un’altra finzione: lo spazio di una scena, il corpo di un’amante nuda in attesa che � soltanto un feticcio. Grandioso, bellissimo ma artificiale.
Senza lasciare la possibilit� di un’evoluzione, del cambiamento: le dialettiche classiche che qui ritornano servo/padrone e amore/denaro vengono infatti risolte in movimenti di scena pi� che in movimenti reali dove la protagonista, in un melodramma tipicamente fassbinderiano, si ritrova sempre nella situazione di partenza. Non c’� soluzione. Non c’� via d’uscita.
Cos� come Karin torna con suo marito, scomparendo dietro al velo da cui era venuta.
Cos� come la presenza di Marlene che, in questo adattamento, rimane, inquisitoria, al fianco di Petra.
Marlene, muta ed eloquente allo stesso tempo, bellissima.
Nel suo personaggio sta la maggiore distanza tra il film e la trasposizione teatrale: nel suo essere cos� bella, nel suo amore cos� servilmente quanto territorialmente femminile, nel suo non essere il marito di Petra.
Nel suo non andarsene da lei, da Petra, titano e fallimento, slancio d’amore e violenza gratuita, schiavo e schiavista, tragedia e ridicolo, quel capolavoro orribile e colpevole che siamo tutti.
Scheda del pezzo teatrale:
Autore: Rainer Werner Fassbinder
Regia: Antonio Latella
Interpreti: Laura Marinoni e Silvia Ajelli, Cinzia Span�, Sabrina Jorio, Stefania Troise, Barbara Schr�er
Spettacolo in corso: Roma, Teatro Argentina 21/11 - 3/12/2006
Scheda del film:
Autore/Regista: Rainer Werner Fassbinder
Interpreti: Hanna Schygulla, Eva Mattes, Margit Carstersen, Irm Herrmann
Anno: 1972
Nazione: RFT













Commenti
Nessun commento per il momento.