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pubblicato il 20 Gennaio 2002 · 2,652 letture

In principio era il Peer 2 Peer

di Daniele Tavani

Nonostante la sentenza che l’anno scorso ha tolto a Napster la possibilitá di fare del male all’industria del disco, l’argomento file sharing é ancora ben lungi dal trovare una soluzione.
L’interesse costante da parte della stampa specializzata allo scambio di file audio compressi tramite la rete, la lotta senza quartiere delle majors ai browsers di mp3, la ricerca continua da parte del popolo di internet sono fenomeni tutt’altro che diminuiti di intensitá.
Un argomento quanto mai spinoso, nel quale convergono altre questioni molto controverse come il caro cd e soprattutto il diritto d’autore. Da un lato i fruitori di musica, in particolare giovani, che cercano un modo per poter godere dei brani dei loro artisti preferiti in una maniera non troppo onerosa per i loro portafogli, dall’altro le (grandi) etichette discografiche che si difendono. In questo modo, affermano, il prezzo dei cd non potrá mai diminuire, perché se la concorrenza da affrontare é tale, mantenere gli stessi livelli di ricavi totali é possibile solo aumentando i prezzi di vendita unitari. Ma in questa battaglia una terza forza é in campo: quella dei musicisti, le cui posizioni non sono peró cosí nette. C’é chi é terrorizzato dalla possibilitá di essere scaricato online senza ricavarci una lira, c’é chi invece non nasconde le sue simpatie per i programmi peer 2 peer.
In effetti, tra tutte le argomentazioni portate dai vari attori di questa contesa, quella delle major sembra essere la piú debole. In molti studi effettuati sulla divisione del ricavato del prezzo di un cd é emerso come in effetti la destinazione di alcune percentuali sia oscura, e non é poi molto lontana nel tempo l’indagine delle commissioni antitrust che ha riscontrato accordi di cartello tra le “sette sorelle” del disco. Un cartello peraltro molto solido, visto che nessuna tra le multinazionali della musica ha mai pensato neanche lontanamente di “scartellare” abbassando i prezzi e conquistando quote di mercato. Certamente é vero che chi sostiene i rischi sono i distributori, ed é giusto che il premio per sopportare questi rischi sia cospicuo. Vero é anche che la mancanza di trasparenza su “chi ci guadagna” davvero dalla vendita di un cd non aiuta a capire perché acquistare musica debba essere cosí oneroso.
Inoltre, anche l’aliquota dell’iva sui dischi, che in Italia é al 20% sui dischi di musica leggera, non contribuisce di certo a rendere il prezzo di un cd piú accessibile. Peró, anche in questo caso bisogna stare attenti ai luoghi comuni: la riduzione dell’iva sui cd, auspicata tanto dalle etichette discografiche quanto dai consumatori, sarebbe solo la via piú facile per risolvere un problema complesso. Basta considerare da un lato che l’iva é un’imposta proporzionale, e quindi si riduce se applicata su un importo minore. Cioé, se su 20 euro si pagano 4 euro di iva, se il prezzo di un cd fosse 15 euro l’iva scenderebbe a 3. Ma ancora di piú si vede che il problema non é questo se si considera che riducendo solamente l’aliquota iva sui dischi, di fatto il loro prezzo scenderebbe di molto poco, non risolvendo la questione. Infine, il gettito da iva, cioé il ricavato del totale delle imposte applicate, in Italia é destinato alle regioni per coprire le spese sanitarie. Quindi, a pensarci bene, anche se il 20% di iva é sicuramente troppo, una discesa molto forte dell’aliquota potrebbe avere delle ripercussioni da qualche altra parte. Per ridurre la portata distruttiva del file sharing forse la strada piú efficace sarebbe quella di imporre a chi produce e distribuisce musica di essere trasparente sul calcolo del prezzo al dettaglio: in questo modo forse molte voci oscure di spesa, che vanno a gonfiare il costo per i consumatori, ridurrebbero il loro peso. Fino a quando i motivi per cui un cd costa 40 mila lire non saranno chiari, i discorsi sul caro cd resteranno campati per aria.

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