pubblicato il 04 Febbraio 2002 · 2,698 letture
Tobin Hood
di Luca Egitto
La presenza di un’eccessiva e destabilizzante libertà dei movimenti speculativi di capitale ed il susseguirsi delle crisi finanziarie ha motivato la richiesta di regolamentare i flussi di capitale internazionali. Una delle proposte è legata all’attuazione della Tobin Tax, dal nome del premio nobel per l’economia che la propose nel 1972, un prelievo fiscale applicato alle transazioni valutarie internazionali al fine di mettere un freno alle attività finanziarie speculative e per rilanciare l’autonomia della politica monetaria nazionale.
I capitali finanziari internazionali sono valutati nell’ordine di 28.000 miliardi di dollari, un ammontare che é piú che raddoppiato negli ultimi dieci anni e che supera di gran lunghe il PIL di tutti i paesi industrializzati. Sono raggruppati nei portafogli di investimento sui mercati finanziari (azioni, obbligazioni, prodotti derivati ed altri strumenti finanziari) e detenuti sostanzialmente da quattro categorie di organismi: i fondi pensione, le compagnie assicurative, i fondi comuni di investimento e le grande banche internazionali. Di questo enorme ammontare circa il 95% ha una natura instabile e volatile, ovvero non riguarda transazioni di beni durevoli, né investimenti a lungo termine, bensí é soltanto speculativo nell’immediato.L’attuale sistema monetario internazionale é caratterizzato da una serie di gravi disfunzioni: l’eccessiva volatilitá dei tassi di cambio e i loro persistenti scostamenti, il susseguirsi di crisi finanziarie, l’ineguale ridistribuzione del credito a livello internazionale e la mancanza di coordinamento fra le politiche economiche dei principali paesi industrializzati. E’ urgente che i governi introducano meccanismi di controllo di fenomeni preoccupanti come la speculazione, promuovano crescita e stabilitá economica e distribuiscano in maniera piú equa il gettito fiscale.E’ difficile sostenere che la speculazione sia uno strumento utile ai cittadini, o alle aziende, o all’economia di un paese. La speculazione (ai fini della Tobin tax rientrerebbero in questa categoria tutte le transazioni di “durata” inferiore a 30 giorni) non produce ricchezza bensí la sposta. E la sposta esclusivamente nella direzione di chi puó effettuarla professionalmente e cioé le entitá finanziarie. Il sistema produttivo non ha certo bisogno della speculazione, anzi essa rischia di danneggiare con la sua imprevedibilitá progetti complessi. La speculazione puó far fallire un’azienda come mettere in crisi uno stato. E se é vero che gli speculatori si muovono sulla base di dati economici, é anche sicuro che gli effetti delle loro azioni superano ampiamente qualsiasi realtá economica (a meno che non si creda che l’economia di uno stato possa perdere il 90% del suo valore in una settimana come successo tra il 97 ed il 98 in Malesia, Indonesia, Corea…).Per far fronte ad un tale scenario, nell’ipotesi originale di Tobin, si tratta di un imposta molto limitata, pari allo 0,05/0,1%, da applicare a tutte le transazioni valutarie, ovvero a tutte quelle operazioni finalizzate alla conversione di una valuta in un’altra. Un’aliquota cosi bassa non disincentiverebbe gli investimenti produttivi di medio –lungo periodo, mentre renderebbe piú costosi quelli speculativi a breve termine, contribuendo cosí a disincentivarli. Si riuscirebbe in tal modo a ridurre il volume dei flussi di capitale di breve periodo assicurando una maggiore stabilitá al sistema. Tuttavia in presenza di iperspeculazione finanziaria un’aliquota compresa tra lo 0,05/0,1% non ridurrebbe i profitti degli speculatori in maniera sufficiente ad ostacolare la loro azione. In tal caso l’economista tedesco P.B. Spahn ha proposto l’introduzione di un’aliquota piú elevata da impiegare solo in caso di forte volatilitá dei tassi di cambio e secondo criteri quantitativi molto precisi, con possibili esenzioni per le transazioni di cambio legate al commercio e all’investimento produttivo.Il gettito da esso ricavato, secondo una stima prudente tra i novanta e i cento miliardi di dollari l’anno, una cifra che corrisponde al doppio di quanto é oggi destinato alla cooperazione allo sviluppo, sarebbe raccolto a livello nazionale dalle Banche Centrali che ne tratterrebbero una quota per attivitá nazionali (interventi sociali, programmi per l’occupazione), destinando la restante parte ad attivitá internazionali (riduzione del debito, cooperazione allo sviluppo, salvaguardia dell’ambiente, tutela dei diritti umani).La realizzazione di quest’imposta consentirebbe, inoltre, il monitoraggio dei flussi finanziari al fine di combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio dei proventi di traffici illeciti, cosí come il finanziamento di gruppi terroristici e il traffico illegale di armi. Inoltre, proteggerebbe le valute nazionali in momenti di crisi, evitando alle Banche Centrali di bruciare ingenti quantitá delle loro riserve in tentativi, spesso tanto eroici quanto inutili, di scongiurare una massiccia svalutazione. La Tassa Tobin é diventata il simbolo di tutti coloro che vogliono favorire il ritorno della politica sulla finanza: un “granello di sabbia” negli ingranaggi della speculazione a favore degli investimenti sociali e della solidarietá internazionale.













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