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pubblicato il 19 Febbraio 2002 · 2,580 letture

Brucio nel vento

di Letizia Tavani

GENERE: drammatico
CAST: Ivan Franek, Barbara Lukesova
REGIA: Silvio Soldini
FILMOGRAFIA: Le acrobate, Pane e tulipani
TRAMA: Tobias Horvath vive da dieci anni in Svizzera, lavorando come operaio e facendosi chiamare Dalibor. Il suo é un mondo di parole scritte, di incubi silenziosi, di un passato non detto di figlio della bella puttana del villaggio, di bambino che, una sera, capisce che il maestro di scuola che gli passa i vestiti é suo padre e vuole liberarsi di lui, e di sua madre: lo accoltella, forse entrambi, e, convinto del suo delitto, scappa via. E, sempre nel suo mondo, c’é il sogno Line: donna immaginaria che ama e che aspetta nervosamente, cercandola in ogni donna che incontra. Poi, un giorno, la riconosce: eccola nella sua fabbrica, sposata e con una figlia, quella “peste”della sua compagna di banco, la figlia (lei, legittima) del maestro.
Da quel momento Tobias-Dalibor si introduce febbrile, ossessionante, nella vita di lei: i suoi occhi, la sua presenza inseguono Line, incessanti e senza pace, nelle sue finte sicurezze, e nel suo matrimonio senza passione.
Fino a conquistarla.

Fino a farle odiare il marito che la costringe ad un aborto, perché dubbioso sulla paternitá (ma che, nel frattempo, sembra evidente abbia un’altra); fino a sognare, Tobias, di rinnovare il delitto, di accoltellarlo, come punizione del male che ha fatto a Line; fino ad accoltellarlo, lei, in una lite violenta, che la porta a scappare e a scegliere definitivamente Tobias e il sole.
È la fine della storia. Lieta, a differenza del romanzo. Il viaggio insieme, verso un altro paese straniero, un’altra lingua, un’altra miseria. Ma piú caldo: e i paesaggi che prima si aprivano solo negli incubi di Tobias, si perdono ora, reali, spaziando nel mare assolato.

Tratto dal romanzo Hier di Agota Kristof di cui ripropone soprattutto lo stile scarno e duramente onirico che, solo, puó descrivere una storia di emigranti. Film apolide: i due protagonisti sono originari di un paesino dell’est che potrebbe essere ovunque, e si ritrovano in quell’insieme di altrove e incrocio che é la Svizzera. E il nostro lui é cosí deraciné che scrive il suo romanzo “nella lingua di qui” (il francese, uno degli idiomi su cui gioca questa pellicola bilingue, l’altro sará il ceco) come le risponderá ad un certo punto. I riferimenti spaziali sono, e rimarranno sempre, vaghi; cosí come quelli temporali: avvertiamo il tempo che passa solo mediante l’alternarsi delle stagioni, perché ogni giorno é uguale per un operaio lontano dalla sua terra…
Ma parliamo, appunto, del personaggio maschile, attorno a cui ruota tutto (la figura femminile -lo possiamo dire con tranquillitá- ha molto meno spessore), e vera forza dell’ultima pellicola del regista di Pane e Tulipani. Tobias (interpretato dalla vera scoperta Ivan Franek, attore e marionettista praghese), alias Dalibor, é bellissimo come la notte, capelli neri e morbidi, sguardo solitario e silenzioso di chi é dovuto fuggire, voce contratta, che si fa scorrere addosso il nulla naturale della vita, che legge e scrive al di fuori delle convenzioni e del riconoscimento sociale del suo status di scrittore (c’é chi gli ha dato dell’idiota, in senso dostoevskijano). E che ama. Ama ossessivamente (ma non ha tempo di amare “perché troppe cose a cui pensare: il vento…”, come dirá all’inizio) una donna immaginaria, che, peró, non é realmente immaginaria, ma un frammento del suo passato terribile di presunto parricida, che appare nella sua vita come una proiezione esteriore e di carne del suo dentro ossessionante e rabbioso. Di una parte della sua storia indicibile. Indicibile per tutti. Tranne che per lei, Line, la sua eletta: sorella di sangue e di pugnale.

Film indovinato, dunque, che parte da una bella storia e ce ne mostra una bella trasposizione, e che si gestisce bene la tanta carne al fuoco che getta: dal tema dell’incesto, alla vita nella fabbrica, al mondo degli immigrati…
Ma non perfetto, indubbiamente. A partire da un paio di “sfondoni” formali quasi clamorosi, come l’abuso degli effetti notte o la canzone pop che accompagna la scena di Tobias che abbandona la festa di capodanno in cui era, per correre sotto la finestra di lei, e trovare la casa vuota. E le luci spente. Scena che dovrebbe essere molto forte, ma la cui resa si abbassa decisamente alla metá.

Senza contare la scelta quanto meno dubbia di mettere in bocca ad un personaggio ritroso, introverso e difficile come Tobias-Dalibor la confessione/confidenza che serve ad introdurre a inizio pellicola i bei flash-back nella campagna ceca- della sua infanzia: allo psichiatra che lo sta sondando, no, e questo é coerente; a noi spettatori, invece, (di cui vuole forse la simpatia? e perché?!) sí.
E, no: non convince.

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