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pubblicato il 26 Febbraio 2008 · 2,103 letture

Il vento fa il suo giro

di Letizia Tavani

locandinaLa piccola comunità occitana di Chersogno si trova ad accogliere / non accogliere un pastore francese che vorrebbe impiantarsi a vivere lì, con la sua giovane famiglia, le sue capre e la sua produzione di formaggio: un’isperata, quanto difficilmente comprensibile ai più, possibilità di rinascita per il paesino. Ma la diffidenza iniziale si fa incomprensioni, malintesi, rigidità fino ad un ritorno su se stessi, al punto di inizio. Solo con un pizzico in più di consapevolezza della propria ipocrisia.

LocandinaQuesto film - sul rapporto con la diversità ma in fondo sullo specchio che la diversità è di noi stessi, con le nostre piccolezze e insoddisfazioni - è stato realizzato con il Patrocinio del Ministero dell’Interno - Area Minoranze linguistiche, della Regione Piemonte, della Provincia di Cuneo, della Città di Torino, della Città di Cuneo, della Comunità Montana Valle Maira. La nota interessante in questa informazione è che tale patrocinio viene proprio da coloro i quali nel film vengono dipinti come ostili, diffidenti, incapaci di uscire veramente dai propri schemi e dalle proprie cose, seppur insignificanti o misere. E questo, insieme alla formula produttiva adottata per la confezione, che ha reso tutti i partecipanti coproduttori del film, rende il giudizio benevolo. Direi a prescindere.

Certo è che alcune cose non convincono comunque e, a volte, risultano macchinose, manierismo, anzi, danno alla storia quel sapore di accademico e di manierato che stona con il plot e con lo stile generale adottato per cui si passa dalla fiction del francese che vede nascere una relazione tra sua moglie e il musicista, senza che questa nota abbia una relae ricaduta nel corso delle vicende, alla camera a mano che accompagna una poesia che parla di un uomo che cammina recitata al funerale dell’immancabile, mi sia perdonato il cinismo, “scemo del villaggio”, l’unico veramente e senza secondi fini vicino alla famiglia francese. Perché si sa, dalla Ragazza del Lago (ma forse anche da prima) in poi, nei piccoli centri non può non esserci un diversamente abile come emblema della non integrazione, della diversità foriera dei più saggi messaggi.

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Commenti

2 commenti per il momento.

  • di semmel (27.02.2008 alle 11:19) semmel Identicon Icon

    ho trovato anch’io poco digeribile questo film, statico e manierato. Il messaggio e l’idea sono encomiabili, ed anche la storia ha un che di magico a raccontarla, ma…. l’immagine e la recitazione in questo caso non sono state generose con noi cinefili coraggiosi! sulla retorica dell’handicap mi trovo molto daccordo. Aggiungo che è molto cristiano questo buonismo che confonde la mansuetudine con una ricchezza d’animo e una profondità di sentimenti superiore attribuita a chi ha handicap mentali o fisici. L’errore e la mistificazione in sostanza è questa: handicappato = bambino. Se invertiamo i termini dell’uguaglianza il concetto latente mostra la sua cattiveria: bambino = handicappato.

  • di Letizia (3.03.2008 alle 15:11) Letizia Identicon Icon

    Sono pienamente d’accordo con il tuo commento, che ha puntualizzato un po’ meglio quello che avevo scritto…
    Aggiungo all’elenco di macchinose&manierate scelte formali la circolarità della narrazione della storia, che parte con la scena finale e poi torna indietro di 9 mesi, direi in modo completamente gratuito e scollegato dall’orizzonte di senso della storia stessa.