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pubblicato il 18 Febbraio 2008 · 2,206 letture

Cronache da Alkatraz 2

di Annamaria Ciampaglia

Alkatraz dorme silenziosa nel cielo del pomeriggio. Fa caldissimo: gli infissi delle finestre stanno sciogliendosi come gli “orologi molli”. Le pareti altissime, impercettibilmente, si piegano. Gocciolano calore, sudore, sofferenza.

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Crash, e non c’è più nessuno

 I am confused, fighting myself Wanting to give in, needing your help…

“Need to” KORN “

Non so più se la sete sia reale o un ennesimo parto della mia mente. Eppure c’è. Come c’è il desiderio continuo di sconfiggere per sempre il ricordo dell’uomo cieco. Ma per sconfiggerlo, devo ritrovarlo. E punirlo per avermi convinto di essere malata.”

Alkatraz dorme silenziosa nel cielo del pomeriggio. Fa caldissimo: gli infissi delle finestre stanno sciogliendosi come gli “orologi molli”. Le pareti altissime, impercettibilmente, si piegano. Gocciolano calore, sudore, sofferenza.

Il lamento dei prigionieri di questo posto è poco più d’un sussurro. Nessuno viene ad Alkatraz d’estate se non vi è costretto. Non ci sono controlli, terapie riabilitative, appuntamenti per prime visite. Il terzo piano, dove si prenotano gli ambulatoriali è mezzo vuoto. Invece, il decimo non si svuota mai. Il suo inquilino numero uno è l’odore dei chemioterapici pronti a bombardare le cellule leucemiche di una lunga fila di piccoli fantasmi trasparenti seduti sulle sedioline di plastica verde. A volte devo andarci per controllare eventuali malfunzionamenti nel sistema di prenotazione delle analisi del sangue. E’ di fondamentale importanza che i referti compaiano sui monitor dei computer entro poche ore dall’effettuazione del prelievo, perché in base allo stato dell’arte dei globuli, i generali decidono se si è ammessi o meno alla somministrazione della dose di “speranza giornaliera” e cioè le chemio. Le sostanze che si celano sotto il comune nome di “chemioterapici” hanno in realtà nomi strani, complicati, beffardi persino. Mi fanno pensare al muso degli aerei da guerra, bocche di squalo con sinistri messaggi d’augurio oppure ad allegre bambinette che se ne vanno a spasso a giocherellare per i boschi: Vincristina e Vinblastina , con loro portano il sacchetto della colazione, le cordicelle per saltare e tanti grappoletti di bombe ben sincronizzate per far fuori il lupo cattivo. Guardo e non guardo tutti quei fazzoletti in fila e in entrambi i casi mi sento colpevole, per il solo fatto di esistere. Ora sono qui. La mia postazione è al centro della sala. Da qualche mese ho deciso di uscire dall’isolamento a cui mi ero consegnata nei lunghi mesi d’oppressione prima dell’incidente al piano meno due. Ha funzionato: la mia squadra mi ha perdonato ed accolto, sono viva o almeno mi sento così per quasi tutta la durata della giornata lavorativa. Fatta eccezione per quei terribili momenti d’assenza .

La Prof.ssa Grant, che ha finito per prendersi cura dei miei incubi dice che passerà. Ed io voglio fidarmi di “Faccia di Luna Piena”. Lei c’era e se fosse tutto vero, sarebbe pazza quanto me. C’è una cosa che però non le ho confessato: accanto al mio monitor tengo sempre una bottiglia d’acqua da un litro e mezzo. Ho sete e devo bere continuamente. Non so più se la sete sia reale o un ennesimo parto della mia mente. Eppure c’è. Come c’è il desiderio continuo di sconfiggere per sempre il ricordo dell’uomo cieco. Ma per sconfiggerlo, devo ritrovarlo. E punirlo per avermi convinto di essere malata. Sul messenger quasi tutti i contatti sono in verde. Ho cambiato diverse volte la mia icona nel corso di questi mesi. Oggi, però, ho rispolverato quella di Kill Bill con la lama di Hattori Hanzo di traverso e gli occhi ghiacciati pronti a tutto. La usavo l’anno scorso, quando si connetteva Dave Mustine. Forse l’ho fatto perché desidero tanto che Dave torni a scrivermi. Lo vorrei, quando commetto errori e ho paura di non essere giusta neanche per questo posto dove vivo, lavoro, bevo caffè, chiacchiero, scrivo e mi muovo per nove lunghe ore al giorno. Ora Dave Mustine è partito per gli USA e la sua ESP nerissima lancia raffiche distorte su un pubblico oceanico. Ce l’ha fatta. E la sua icona m’ha lasciato. Non c’è più nessuno che si prende cura di me nei momenti di panico: solo io e “Faccia di Luna Piena”. A lei racconto di quando risale la sete e tutto torna e gli ascensori diventano la Zona Franca, i medici generali e Alkatraz respira forte seguendo il battito del mio cuore che accelera e mi spinge a cercarti.

Succede ancora e sta succedendo adesso. Per pura, maniaca ossessione richiamo continuamente i tuoi dati anagrafici su tutte le maschere applicative: accettazione, reparti, sale operatorie, day hospital. Poi lancio query per visualizzare i simboli che significano il tuo ricovero.

Sono dati immodificabili, come te. La mia mano trema dal desiderio di poterli manipolare e distruggere. La base dati mi osserva con aria istupidita: ogni casellina se ne sta lì beata col suo bel dato gonfio di senso compiuto. Le mie caselline, invece, sono tutte vuote. Le hai saccheggiate ed ora stai bivaccando con i miei record seduto sotto un grande tronco in una bella radura soleggiata al centro della foresta.

Aziono il “Cerca” nella maschera “Ricerca dati anagrafici”: una manciata di parole riempie i campi: nome, cognome, indirizzo.

E’ tutto falso. Io so che è tutto falso. Ti sei registrato così. Ma questi non sono i tuoi veri dati anagrafici. Come è falso tutto il mondo in cui mi hai imprigionato.Perché hai creato tutto questo?

Mi collego alla plancia di monitoraggio delle richieste di sangue e le radiografie. Seguo il flusso delle tue analisi fino ai laboratori, apro i referti in e li leggo per l’ennesima volta: tutto a posto. Il tuo sangue scorre ricco d’emoglobina, coi globuli bianchi a posto e le piastrine pronte a rimarginare le tue ferite. Poi, passo alla tua rx torace. Clicco sull’immagine attivando il “visualizzatore”: osservo la tua gabbia toracica di fronte a me stretta nell’abbraccio dalle costole. I tuoi polmoni sono due ombre grigie dietro le sbarre d’osso, ricurve. Posso focalizzare alcuni aspetti della radiografia: se clicco su “osso” le tue costole iniziano a biancheggiare sospese nel buio. Sono le sbarre di una piccola cella.  C’è qualcuno lì dentro. Voglio visualizzare il prigioniero. Clicco su “P” Polmone. Ed eccolo, qui. Al centro, un ombra scura, immobile, acquattato al centro di due grosse spugne ricurve che lo abbracciano, senza soffocarlo: ciò che in te è vivo, pulsa ed esiste. Il tuo cuore. Voglio ascoltare il suo battito perfettamente sintonizzato con il tuo ben oleato meccanismo biologico.

Tutto funziona, senza neanche un piccolo errore…oh, pardon, fatta eccezione per il particolare della vista, ma per quello, ci sono io vero?.

Poi, clicco su “precedenti paziente”. Questa funzione mi mostrerà per l’ennesima volta l’elenco di tutti i contatti di ricovero e le prestazioni ambulatoriali che hai svolto qui ad Alkatraz: poche parole in rosso cantano una filastrocca lenta e feroce.

Non ho mai smesso di recitarla da quando sono tornata qui e ho controllato che tutto sia a posto senza che una sola query sparata nel baratro della mia sete mi restituisse una risposta sensata, un’ unica goccia d’acqua sufficiente a pulire il marcio in cui, malgrado “Faccia di Luna Piena”, mi agito.

Eccola, come un coro di bambini. Fresco fresco dall’ultimo film splatter di quart’ordine.

Ma non per questo, meno agghiacciante e colmo di una verità, senz’appello.

…E’ guarito e se n’è andato…

ha lasciato l’ospedale e i gendarmi l’han fermato

ha pagato una penale…

ma poi l’hanno scarcerato…

Io, invece, Mr Whire, o chi tu sia in realtà sono ancora qui!

Fammi uscire. Non ti prego. Lo pretendo. Me lo devi. E lo avrò. Costi quel che costi. Sono pronta.

Continua

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