pubblicato il 29 Febbraio 2008 · 2,128 letture
SIGNORINAEFFE. La superficialità malvestita da impegno
di Michele Squadrilli
Prendete una storia dallo spessore di fotoromanzo, incastrate alcuni bravi attori in ruoli telenovellistici: la bella tormentata, l’operaio rude ma impegnato, il fidanzato moderato ma che “il dolore rende cattivo”, il padre meridionale crumiro ex operaio, e via almanaccando luoghi comuni; poi metteteci di sfondo uno dei passaggi cruciali della storia italiana: la crisi sindacale a seguito dello scontro con la Fiat nel settembre dell’80. Frullate tutto in un velocissimo rincorrersi di microavvenimenti buttati lì come nella tipica fiction italiota. Infine fate una campagna marketing abusando largamente della parola “impegno”. Avrete Signorinaeffe.
La trama: una ragazza viene assegnata (complice il suo fidanzato capo ingegnere?) al nuovo reparto informatico della Fiat; andandoci incrocia un operaio, in sciopero causa cassa integrazione alle porte, che se ne innamora; nel pomeriggio l’operaio aiuta un tizio che per sistemare la sorella zitella lo invita a casa sua, dominata da padre ex operaio conformista e due sorelle di cui una è la zita, l’altra la bella tormentata; lui la convince ad amarlo benché sia operaio rude e riottoso; la sorella non più zitella (ama l’amico di lui) fa la spia penitente; allora incredibilmente scoppiano i casini: il padre si incazza e partecipa all’organizzazione della marcia dei quarantamila (!), il fidanzato mollato si incazza e se la piglia cogli operai (!), allora la figlia ribelle accetta di tornare a casa e dal fidanzato per salvare il suo rude dal licenziamento. Ma ormai tutti sono incazzati cogli operai. Che infatti vengono licenziati in quindicimila. Lui anni dopo sarà uguale ma farà il tassista, lei invecchierà e sarà pure licenziata. Grande spreco di filmati d’epoca e della parola operaio.
A essere buoni, avrete un film sciapo, e soprattutto che sciupa malamente l’occasione di trattare con spessore sia un momento di tale rilevanza per la società italiana, sia anche la storia personale di chi si trova nel dramma di dover scegliere per forza di stare col padrone per necessità piuttosto che col servo per amore e dignità.
A essere più carogne, avrete un film che annacqua, in un melodrammino banale che manco le sceneggiature più schematiche di Dylan Dog, le lotte di classe e di lavoro e la crisi industriale e la società inizi ottanta, le rende sfondo ma molto in fondo, contesto indistinto, accenno, suppellettile, accessorio, e che peggio si fregia di un impegno che invece è vanagloria che inganna e svia, facendo credere di aver affrontato un nodo velenoso mentre invece lo si è banalizzato, lo si è omeopaticizzato per un pubblico di mitridatizzati di belle intenzioni.
Tra i film con soggetto simile, evito il paragone con La classe operaia va in paradiso.
Potrei proporre il contraltare del pulito e degno La fabbrica della Comencini, passato in tarda notte giorni fa, ma si potrebbe obiettare che questo è un documentario.
Prendo però La meglio gioventù con la storia dell’operaio siciliano, della lettera di licenziamento al matrimonio dell’amico, della caparbietà nel diventare padroncino, la dignità della sua rabbia e della reazione se possibile; insomma, la tensione sottesa, l’anelito etico, per quanto pure troppo ottimista, di questo bel film finta fiction non hanno paragoni nella fiction finta film di Signorinaeffe.
Da Carla Vangelista forse no, ma da Starnone sceneggiatore poi ci si aspettava di più: in contesto operaista, Il posto dell’anima, pur con delle ingenuità, è più bello e più sincero e pure più equilibrato, pure là la storia d’amore c’è, perché serve in quanto è nella vita dei protagonisti, ma appunto per questo regge, è vera e non moccesca, e soprattutto si integra e non sopraffa e monopolizza un film che parla d’altro.
Insomma, Signorinaeffe è il classico film per la tv di vago contesto storico che va di moda ultimamente. Forse è stato dato al cinema perché ormai la televisione italiana ha paura di trasmettere qualsiasi cosa che abbia il minimo odore politico o sociale. Forse troverà la sua collocazione naturale su RaiTre dopo le undici.
Quando uscirà in dvd, se siete indecisi tra Alien vs Predator e Signorinaeffe, prendetelo.
Se cercate un film sulla crisi del sindacato, sulla vita degli operai, sulla società italiana nel 1980, no.














Commenti
8 commenti per il momento.
michele ha detto:”un pubblico di mitridatizzati di belle intenzioni.”
riferimento a qualcuno in particolare? hahaha ciao!!!
intendi a qualcuno di preciso?
mmmm, credo di no, non di preciso, nel senso di una persona.
ma ho letto molti giudizi entusiastici sull’afflato politico del film, e come ho scritto non sono per niente d’accordo.
per spiegarmi meglio, credo che filmetti simili siano (o vogliano essere) del genere: vado a vederli perchè sono intelligente e di sinistra, mentre lo vedo mi sento intelligente e di sinistra, esco dal cinema e ne parlo cogli amici e mi ci sento proprio, intelligente e di sinistra, anzi anche più a sinistra di come ero prima: un fico!
poi mi stiracchio un attimo e proseguo come prima, vivo come ho sempre vissuto, ma sempre sempre sempre, lavoro come ho sempre lavorato, voto o non voto come al solito, insomma, continuo. a sinistra, certo. come prima.
insomma, film del genere sono comodi, omeopatici per non dire placebo, per chi (e mi ci metto pure io) è ormai ben abituato a digerire cose ben più pesanti e gravi di una storiella d’amore a grana grossa su un fondale di fabbrice e scioperanti.
avrei preferito un film che mi disturbasse davvero, che mi facesse andare a casa di pessimo umore e con tanta voglia di solidarizzare e di fare una bella autocritica feroce, che mi facesse venire la voglia di approfondire l’argomento sociale. non che mi facesse sentire fico (tra l’altro nemmeno ci è riuscito).
brutalizzando, o altanizzando, questi sono film vaselina che ti fanno credere impegnato quando invece ti hanno venduto vapore acqueo.
no, è che il pezzo che ho scritto ieri dà una breve recensione “entusiastica” di signorinaeffe e nella premessa mi dico mitridatizzato!! coincidenze astrali?;)
Michele ha scritto”avrei preferito un film che mi disturbasse davvero, che mi facesse andare a casa di pessimo umore e con tanta voglia di solidarizzare e di fare una bella autocritica feroce, che mi facesse venire la voglia di approfondire l’argomento sociale.”
Cioè vuoi uno di quei film che parlano della realtà per quella che è, la nuda e cruda realtà di totale e globale
desolazione, tipo le 100 giornate di pasolini, il portiere di notte della cavani, o magari un film sugli intrighi insondabili del grande fratello tipo piazza delle cinque lune, o meglio ancora un bel documentario su qualche genocidio in nome del sistema occidentale. uno di quei film che ti fanno sentire una nullità, complice impotente di un sistema, che ti fanno stare male per una settimana e che sono tanto bravi a creare l’apatia o la rabbia distruttiva. O peggio ancora la sindrome da crocerossina. del pianta un albero per sotterrare la coscienza.
“non che mi facesse sentire fico (tra l’altro nemmeno ci è riuscito).”
Io su Signorinaeffe ho letto soprattutto recensioni negative, e mi chiedo: su che base dici che serva a far sentire fico/a (non figo/a che fa troppo borgata) uno/una di sinistra? soprattutto se poi in effetti non ti sei sentito affato fico all’uscita? forse non sei di sinistra… forse hai un’idea piuttosto brutta dell’essere di sinistra.
Comunque la tua analisi non mi trova davvero daccordo. Se c’è qualcosa di davvero interessante nel film è proprio la storia d’amore “a grana grossa”. E’ un significativo e assolutamente nuovo tema per il cinema italiano, quello di un’identità femminile che tenta la realizzazione umana, nella scelta di un partner non per comodità, di una figura maschile libera da paternalismi. La scena dell’esame è significativa in questo. L’amore e il lasciarsi prendere dalla passione irrazionale non necessariamente significa rinuncia alle proprie potenzialità di realizzazione professionale, ad uno sfaldamento della propria realtà sociale. Il film farà pure sentire qualcuno fico, Ma qualcun altro ci ha visto invece una serie di cose che sono spunti di dibattito fondamentali per la sinistra: l’identità umana sessuale, il lavoro ed il ruolo che ha avuto ed ha nel definire un’identità di sinistra forse superata e parziale.
Poi la Labate non avrà avuto il coraggio di portare fino in fondo questa scelta. Ed il finale è la principale pecca del film a mio giudizio. Ma questo voler giudicare il film in base a qualche giudizio entusiastico e superficiale di qualche fricchettone/a mi sembra ingiusto. Se vogliamo parlare di polpettoni televisivi, allora, perdonami, la meglio gioventù è piena di cipolla lacrimogena e, soprattutto, di messaggi discutibili. Tra le altre cose, onora una elite di “sinistra” di matrice sessantottina che è diventata molto presto “padroncina” o forse meglio ancora: “padrona” benpensante delle agorà italiane. E che oggi come allora vorrebbe far sparire quelle “belle intenzioni” di chi è stato sconfitto, chi si è lanciato senza paracadute, chi ci ha lasciato le penne perchè cieco.
se ci riesco cerco di essere breve, che senno faccio quello che si commenta addosso.
però alcune delle tue considerazioni mi sembrano una polemica per la polemica.
sono andato a leggermi il tuo pezzo, e sì, usi e conosci il termine mitridatizzato, e lo hai postato per primo. e dunque? non so di coincidenze astrali, e non capisco tanto il senso di quello che dici: vuoi il brevetto del termine mitridatizzato e derivati?
a parte questo, molte delle cose che hai scritto lì mi sembrano interessanti, ma siamo in perfetto disaccordo su signorinaeffe.
secondo me sei andato a vederlo col preconcetto che il film fosse bello e impegnato ed è appunto questo che hai visto: il tuo preconcetto. non il film.
da qui conseguono una serie di tue conclusioni astratte e tirate per i capelli, con al primo posto la considerazione che è originale la storia della donna tormentata tra l’operaio scomodo e il dirigente comodo claustrofobico (lo dici veramente?!)
dico che il film è brutto e superficiale perchè per me lo è, mica per ripicca verso qualche fricchettone
non sono nè dei parioli nè di borgata, e manco romano: sono di lioni av. ha senso per te questionare sull’uso della c o della g nella parola fico/figo?
ultimo: la questione “sei di sinistra” “non sei di sinistra” “sei la sinistra padrona” mi fa venire l’orticaria, soprattutto nel modo in cui la esponi o la usi come arma di denigrazione e consenso. insomma, che vuoi che ti dica. non credo di essere così bravo da riuscire a spiegarti che sono di sinistra. mi sembra tu abbia già deciso chi sono. quindi almeno facciamo che ognuno la pensa come gli pare. pensi di riuscire ad accettare la cosa?
tra parentesi: piazza delle cinque lune è una cagata pazzesca.
perdonami se ho frainteso, ma la coincidenza è davvero curiosa, e quando parlavi di “mitridatizzati di belle intenzioni”, ritenendo erroneamente che chi scrive su nbp legga anche i post degli altri autori, pensavo ti riferissi a me…Nessuna vis polemica, a maggior ragione se mi dici che non c’era riferimento personale al mio post. Ho solo ipotizzato che tu, parlando in modo non proprio lusinghiero di chi è di sinistra, non lo fossi. Piuttosto sei tu che hai già deciso chi sono io: uno che quando va al cinema ci va con già il giudizio preconfezionato. E anche se fosse, leggiti un po’ di recensioni in giro. La critica l’ha massacrato! Avrei dovuto ritenerlo un filmaccio, e l’averlo visto non avrebbe scalfitto le mie certezze. Su quanto detto nella mia recensione, confermo quello che ho detto. Per me sono temi nuovi, quantomeno nel panorama cinematografico italiano. E bada bene, sono nuove non le tipologie umane descritte, ma la dinamica che propongono e i possibili esiti che lasciano intravvedere (e che poi la Labate ritratta nel finale, tradendo la fantasia iniziale)
scusami, ma ti leggo solo ora (assente per malattia bambino) e quindi solo ora ti rispondo.
scrivi “tu, parlando in modo non proprio lusinghiero di chi è di sinistra”
dove ho parlato male di chi è di sinistra?
ho criticato alcuni attaggiamenti “faciloni” di alcuni della sinistra, e mi ci sono messo dentro pure io.
la tua frase completa è “Ho solo ipotizzato che tu, parlando in modo non proprio lusinghiero di chi è di sinistra, non lo fossi.”
il sillogismo “chi parla male di quelli di sinistra, non è di sinistra” è per me manicheo e intollerante.
tu non pensi così. vero?
Basta polemiche che, ammetto ho cominciato io per una paranoica (ma giustificabile viste le coincidenze) reazione personale rispetto al mio post! Spero che il bimbo stia bene:)
Comunque ti confermo che non sono totalmente daccordo! tutto sta nel come si utilizza la parola “sinistra”. Se, come è per me, l’essere di sinistra, come tutti gli ideali, si connota necessariamente in modo positivo; se essere davvero di sinistra significa cioè pensare in un certo modo, condividere una certa ricerca, un certo modo di vedere che ha presupposti molto definiti, allora non si può parlarne male ed esserlo, perchè sarebbe un’aggressione alla propria identità. Non è infatti una condizione materiale o sociale: posso essere avvocato e parlar male della categoria senza per questo entrare in contraddizione con la mia identità più profonda. Sono daccordo che essere di sinistra presupponga anche una feroce attività di critica ed autocritica. Ma dire “vado a vederlo perchè sono intelligente e di sinistra” sembra suggerire una condizione narcisistica, snob e di facciata che non si concilia con l’identità di sinistra. capisci cosa intendo?
capisco. ma la condizione, o la tendenza, narcisistica della sinistra, di facciata, nimby, fighetta, figlia di papà, generazionale, di comodo, di pigrizia, di convenienza, è una cosa che ahimè cmq esiste, non penso di aver detto poi chissà quale novità. è un rischio che, a essere ottimisti, cova in tutti quelli (in tutti noi) di sinistra, e che ad essere pessimisti, spesso vien fuori alla grande. penso che essere di sinistra sia impegnativo, sia nel riconoscere le proprie devianze, sia nel vedere le piaggerie diffuse. per me la critica e l’autocritica servono appunto a tutelare e monitorare la propria identità.