pubblicato il 14 Marzo 2008 · 1,704 letture
Cronache da Alkatraz 4-Log in
di Annamaria Ciampaglia
Il Sistema Informativo crasha improvvisamente sabotato da un utente sconosciuto. La mia testa parallelamente crasha sabotata da vecchi, inconfondibili incubi e ricordi….
3 Log-in ….
A place inside my brain, another kind of pain You don’t know the changes. I’m so blind! “BLIND”. KORN
Ad ognuno la sua foresta e il suo piccolo totem. A me l’astronave, per volare fuori di qui, direttamente dal terrazzo dell’ottavo piano di Alkatraz…fino alle stelle, nel cielo sempre più scuro del tramonto, con lo stomaco bloccato dalla cintura di sicurezza e gli occhi spalancati dietro il vetro di comando…
“Che succede?…”. La voce del Comandante ci raggiunge ancora pervasa da un barlume di speranza. Ad un cenno della sua mano abbassiamo le cornette e poi le appoggiamo di fianco agli apparecchi. Per un lunghissimo istante sentiamo distintamente le voci degli utenti che ci chiamano per nome e chi chiedono perché, come e quando la situazione tornerà normale. Poi, quel suono si allontana, diventa un mormorio indistinto, inutile.
Il Comandante avanza al centro della sala: accelera il passo e si porta proprio davanti a me e Roul. Deve aver seguito la situazione dalla sua plancia di monitoraggio e sembra più sorpreso che spaventato. Intuisco che i suoi pensieri si stanno già posizionando sulle procedure d’emergenza.
A sorpresa, gira sui tacchi e si volta verso il tenete Lola
“I server?” Lola deglutisce.
“Tutti in funzione”
“Le basi dati?” Lola si toglie gli occhiali e chiude gli occhi. Li tiene stretti e poi li riapre catapultando due pupille prive di speranza sul suo volto tesissimo.
“ Non c’è più un solo record….”
Ho lo stomaco stretto. Sete, silenzio. Il comandante e il tenente stanno freneticamente chiamando il Centro Elaborazione Dati per il l’attivazione dei back up.
Le loro voci concitate dettano ordini al telefono, poi restano entrambi in silenzio ad attendere risposte in un linguaggio che per me diviene sempre più incomprensibile. Siamo ben oltre il familiare lineare A o B. Stanno analizzando tutte le vie per risolvere la situazione più velocemente possibile e ripristinare il tutto nel giro di qualche ora. I
o so soltanto che il Sistema, ogni notte, duplica su un ubicazione diversa e segreta tutto quanto viene effettuato durante il giorno. Quindi i dati ci sono, bisogna solo ripristinarli.
Sono le 15.00. Teniamo accesa l’aria condizionata ma ho l’impressione che la temperatura si sia alzata incredibilmente. All’esterno e dentro di me. Perché sta succedendo questo?. Deve esserci stato un guasto o qualcuno, da qualche parte, deve aver commesso un enorme sbaglio, perché un guasto, viene sempre causato da qualcosa o da qualcuno, io ne sono perfettamente al corrente. Nel frattempo, cerchiamo di recuperare il recuperabile. La posta elettronica, naturalmente funziona. Il mio compito ora, consiste nel comporre velocemente un comunicato in cui segnalo a tutto l’ospedale che per “motivi tecnici” l’intero sistema informativo è “temporaneamente disattivato”. Da quando ho appoggiato la cornetta del telefono sulla scrivania, il mormorio degli utenti si è confuso con il rumore metallico delle ciotole. Le sentinelle sono a lavoro. C’è una calma apparente una sorta di quiete prima della tempesta che mi permette però concentrarmi e scrivere:
“Gentili utenti Siamo spiacenti di comunicare che a causa di un serio incidente, le cui cause ci sono al momento ancora sconosciute, avrà luogo una sospensione di tutte le funzionalità del Sistema Informativo. Ogni operazione dovrà pertanto far riferimento al supporto cartaceo”
Sembra l’epigrafe di una lapide te ne sei accorta?
Stacco le mani dalla tastiera e per un attimo sono lì a pensare, estranea, impietrita. Procedura cartacea…cosa credi che faranno? Tutto a mano, si torna ai registri, alla penna…immagino i portantini rosso porpora che corrono su e giù coi fogli di ricovero e di trasferimento perchè il sistema di accettazione Dimissione e Trasferimento pazienti…oh cosa? Una cosuccia, semplicemente non c’è più e con lui se ne sono andati tutti i pazienti, la loro storia, i ricoveri, gli interventi, i referti, le pellicole radiologiche….le visite ambulatoriali, i day hospital, i day service, i codici paziente, quelli temporanei, gli stati dell’atto, le attività, i contatti, le terapie … i laboratori: l’analizzatore annaspa su codici di riconoscimento pazienti messi sui cappucci delle provette nella speranza che gli sparino a monitor nome cognome, indirizzo e data di nascita del proprietario di quel liquido rosso o magari del campione di midollo spinale o del siero…
Non c’è più nessuno. Litri e litri di sangue che non appartengono più a nessuno.
“Ehi, per caso hai visto il padrone di quell’herpes che ho trovato in questa provetta? “ “Mah…vediamo….e che ne dici di queste urine, per me sono di Pinco Pallino….dai me ne accorgo dal colore…chi poteva avere un’urina così…????”
Sono irrigidita dietro la tastiera. Annaspo, come l’analizzatore…in cerca delle parole giuste. Dalla stanza accanto sento la voce del Comandante che sta parlando con gli addetti al servizio tecnico per risalire alle cause dell’incidente. Crash. Ci penso un attimo e all’improvviso mi vengono i brividi. La mente si azzera. Scompaiono i dati i ricordi, le sensazioni.
Chi sei? Io non mi ricordo più di te. Perché non crasha la mia testa?
Sento sulla mia spalla una leggerissima pressione. È la mano di Jody che cerca di farmi coraggio. Non mi ero accorta che accanto a me erano tutti riuniti in un circoletto per leggere cosa sto scrivendo. Lei sta in piedi alle mie spalle, magrissima. Ha gli occhi verde chiaro e i capelli scuri corti a caschetto: somiglia alle donnine manga, perfetta in questo ambiente, dove però a tutti noi manca l’astronave per volare tra le stelle, quando la striscia rosa scuro si dipinge all’orizzonte e usciamo a turno fuori con le nostre sigarette o semplicemente ciascuno con i suoi pensieri, ricordi, azioni, intenzioni.
Ad ognuno la sua foresta e il suo piccolo totem… A me l’astronave, per volare fuori di qui, direttamente dal terrazzo dell’ottavo piano di Alkatraz…fino alle stelle, nel cielo sempre più scuro del tramonto, con lo stomaco bloccato dalla cintura di sicurezza e gli occhi spalancati dietro il vetro di comando…
“Per ulteriori chiarimenti rivolgersi alla Direzione Sanitaria che avrà cura di comunicare tempestivamente il ripristino del servizio.
Distinti saluti
Tra di noi, seduti alle nostre scrivanie non riusciamo a scambiare molte parole. Decido di uscire e avventurarmi per i corridoi di Alkatraz, assente e malata.
Sto cercando di ricordare e dimenticare allo stesso tempo. Le sentinelle soffiano dimenticanza, Alkatraz, invece, ricordo. Affondo nell’oro del sole che dipinge e getta raffiche di scintille sulle pareti verde marcio del Miglio Verde.
Ricordo: la schiavitù di una maledizione da cui non ero capace in nessun modo di uscire, fino a quando la mia testa si è ribellata e ha avuto un crash, proprio come quello del Sistema Informativo.
E la professoressa Grant, “Faccia di Luna Piena”, mi ha restituito la ragione e la vita, insegnandomi a fidarmi delle sentinelle e facendomi rinchiudere tutto in nelle carceri profonde, sprofondate a loro volta sotto la mia corteccia celebrale: l’Alkatraz oscura e ribelle che vive dentro di me. Ora sono viva. Sto andando da qualche parte: attraverso il corridoio lungo e sinuoso che conduce agli ascensori del Pronto Soccorso ma le pareti, le pareti…mio Dio le pareti si stanno piegando in questa solitudine. E in barba a tutte le terapie di supporto psichico, ho paura.
Antica sensazione, sapore metallico, qui nella mia bocca. Per questo ho sete. Ma per quante sorsate d’acqua minerale abbia bevuto, mi sembra di tenere sotto la lingua una monetina da cinque centesimi.
E TUTT’OK: “non è vero, non è vero, calmati. Sei soltanto paranoica”.
Il mio cuore è gonfio e vuoto allo stesso tempo ed ora sono di nuovo in ginocchio sotto il bancone della caposala al piano meno due o sotto le uniformi verdi da fantasma che stanno penzolando incoscienti nella Sala Tipo. Incrocio una barella spinta da un Ota verde-acqua che mi passa accanto: sopra, distesa, c’è una sagoma millenaria rattrappita con mille aghi e cannule che gli stanno spuntando dal braccio e gli occhi semichiusi che respira a fatica, aria, l’ultima aria, non so quanta aria. Mi passa accanto e sparisce nella Zona Franca. Ho detto “Zona Franca” ma in realtà non so neanche dove mi sto dirigendo….e ho detto anche “ota verde-acqua”…l’ho detto o l’ho soltanto pensato?
Mio Dio… Io non so dove sono. Senza i miei ricordi io non esisto, sono un fantasma anch’io.
“Signora Grant perché mi sembra di impazzire….?”
SMETTI DI PENSARE: “No mia cara, tu non sei malata, la tua insicurezza, il tuo panico, il tuo senso di colpa era solo una menzogna…”
E’ TUTT’OK: “Esatto. Tu non c’entri con la sua malattia, tu non hai nulla a che vedere con la sua cecità…”
E allora perché ho sete, perché queste pareti mi stanno schiacciando sul pavimento, perché un attimo fa non era un uomo, ma la mummia incartapecorita d’un antico faraone, con gli occhi rossi, implacabili ed eterni a maledirmi dalla barella che ho appena incrociato nel corridoio, perché il verde marcio di questo posto mi riempie i polmoni d’acqua di palude mentre sprofondo nelle sabbie mobili e la mia bocca si riempie di salmastro e la pelle, le ossa, gelano e si sgretolano…e perché la mia mente torna lucida se io lo incontro e lui torna a vedere e allora perché, perché, perché, perché ho creduto di essere pazza, perché ha potuto convincermi di tutto questo e perché perche?????_
E’ TUTT’OK a SMETTI DI PENSARE : “Ferma i prigionieri…stanno facendo troppa pressione sulle sbarre. Cederanno.”
Liberali, io voglio vedere chi e cosa ho rinchiuso in queste maledette celle!!!
Prof.ssa Grant: “Non devi farlo. Potrebbero ucciderti, sono pieni di rancore e di veleno….Vogliono la tua testa… il tuo cuore e la tua anima…”
Rientro di corsa. Ma non faccio in tempo a riguadagnare la mia scrivania e la mia postazione che il Comandante mi chiama e mi fa cenno di entrare nella sua stanzetta.
Devo ancora avere bella stampata sul volto la mia aria assente e spaventata.
Provo a sorridere. Lui no, è serissimo e mi scruta attentamente. Realizzo che ha chiamato me, solo me. Che mi ha fatto cenno di chiudere la porta e di sedermi. E nello stesso istante mi rendo conto che sto tremando. Non capisco perché, non ho fatto nulla, è il mio Comandante, non ho nulla da temere. Continua a scrutarmi come se si attendesse una risposta da me a tutto il dannato crash del Sistema Informativo.
Dalla porta del balcone, attraverso le veneziane entra una cascata di luce che si riflette sul suo monitor buio e sulle mie mani che sto tenendo poggiate con palmo aperto sulla sua scrivania, come se mi aspettassi una bacchettata.
Poi, tutto si svolge in fretta, troppo perché possa immediatamente rendermi conto delle sue parole che mi piovono addosso in un linguaggio che è ancora più oscuro e folle di qualunque codice di programmazione.
“Siamo risaliti alla causa dell’errore”
Ma perché lo sta dicendo a me? Solo a me?
“E, sembra che il processo di arresto del sistema e distruzione di tutti i dati sia stato volutamente causato da uno di noi”
Lo guardo, sorpresa. Dentro di me c’è spazio solo per la catastrofe assurda, inaspettata e insensata che sta per investirmi. La sento arrivare da lontano, come un temporale-
“Guarda, guarda quelle nuvole…”
Siamo in macchina sulla strada che ci porta a casa mentre il tramonto si allunga sul vialetto della tua piccola casa di periferia…
“Guarda come sono scure…Ci sarà un temporale…rientriamo…”
“Ne sei così sicuro?”
“Sì, non ho dubbi…”
E non ne ho neanch’io, perché nel verde azzurro dei tuoi occhi è appena passata un onda scura…e tu ci vedi sempre meno…ed io sono sempre più pazza…
“Che vuoi dire?” “Che la persona che ha agito, ha effettuato la log-in con la tua password e, quindi, per l’ospedale, si tratta di te. Sei tu.
Hai mandato in crash tutto il Sistema Informativo”














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