pubblicato il 11 Aprile 2008 · 998 letture
Roma “stupenda e misera”: una recensione di Cover Boy
di Letizia Tavani
“Stupenda e misera città che mi hai fatto fare esperienza di quella vita ignota: fino a farmi scoprire ciò che, in ognun, era il mondo” (Pier Paolo Pasolini)
La rivoluzione in Romania vista con gli occhi di un bambino che sta perdendo il padre, che lo vede assassinato, corpo morto cadere in terra come in molte foto di reportage che non lo abbandoneranno mai, ricordi di un’infanzia mai più vissuta e scenari e chiacchierate senza tempo con lo sguardo che attraversa l’acqua, come se l’orizzonte intero fosse il Delta del Danubio, dritto verso un futuro che non ci sarebbe mai stato.
Poi il viaggio. Per puro caso, il destino che sbatte quello stesso bambino - cresciuto - tra le braccia di Mamma Roma, nella sua grandezza e dispersività, nel suo rumore e nella solitudine in cui ci può lasciare. Ma anche lo spalleggiarsi con il prossimo, seppure sconosciuto.
Fino a legarsi, e, poi, amare, silenziosamente, e, silenziosamente, toccare la felicità nella presenza dell’altro, per sprofondare, stavolta accompagnati dall’assordante e violento vociare di un vecchio comizio di Berlusconi, nella propria ombra.
E così italianissimo precariato e clandestinità intrecciano le proprie esistenze, incarnate nei due personaggi di Ioan (Eduard Gabia) e Michele (Luca Lionello) amici, amanti inconsapevoli e compagni di un viaggio che Michele non vedrà mai. E percorrono una Roma fatta dei senzatetto che bazzicano dietro la Stazione Termini, di leggi che non consentono di uscire dalla clandestinità, di integrarsi, se non vendendo la propria storia, la storia del proprio popolo, il proprio destino ed emigrare al Nord, nella Milano della Moda e dei ragazzi copertina, nell’arte che si è piegata a spettacolo che denatura fino a non comprendere più il senso degli eventi stessi che sta ritraendo… e, ancora, di lavoretti rimediati (anche fingendosi straniero, ma in fondo, come dice Lionello “se non hai le spalle parate, sei straniero in patria”) e del piccolo razzismo da cui sono bersagliate diverse comunità.
Una Roma che è anche la mia Roma, composta di sampietrini che calpesto tutti i giorni, di insegne di cui conosco tutti i segreti, di comparse della mia vita con cui ci si saluta e non si sa neanche perché e come si è cominciato… eppure una Roma così lontana, non familiare, che riscopro, inghiottita dalle mie giornate ben scandite di impegni e lavoro, nelle immagini del film, io precaria tra precari con cui non mi riconosco.
Una Roma il cui studio dei personaggi e dei contesti ricorda tanto la Roma che rivelava Pasolini, gonfia della realtà della periferia, di baracche e abusivismi.
Ai margini, ma terribilmente vera e presente.
Dove terribile è la chiusura senza speranza, la morte senza amore, senza il corpo, quando tutto il film ci aveva accompagnato e ancorato alla storia una fisicità fresca, umanissima, piena di sensibilità e di desiderio. Solo l’ombra allungata di gambe che non toccheranno più la terra e un discorso urlato di Berlusconi Presidente del Consiglio che ci rammenta l’Italia che ci potrebbe aspettare dalla prossima settimana.
Questo è Cover Boy, raro esempio di film indipendente italiano come raro esempio di Cinema tout court: andatelo a vedere, punto.
Il pianto della scavatrice (Pier Paolo Pasolini)
Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,
scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d’esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare
ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni
di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.
Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire
che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell’avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.
(…)
Cover Boy - L’ultima rivoluzione, Info tecniche: Un film di Carmine Amoroso. Con Eduard Gabia, Luca Lionello, Chiara Caselli, Francesco Dominedò, Gabriel Spahiu, Luciana Littizzetto. Genere Drammatico, colore 97 minuti. - Produzione Italia 2006. - Distribuzione Istituto Luce - [Uscita nelle sale venerdì 21 marzo 2008]














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