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Esse e Acca (una storia europea)
di Babsi Jones · 03 Maggio 2004
Ogni individuo ha diritto alla liberta’ di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potra’ essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, ne’ del diritto di mutare cittadinanza. [Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo]articolo originale
Le frontiere mi hanno sempre messa in ansia, innervosita: i territori, i paesi, i villaggi non terminano, semplicemente si diluiscono l’uno dentro l’altro, e le frontiere sono impedimenti innaturali. Mi sono chiesta spesso come si vive in una citta’ di frontiera, ancor di piu’ come possa essere la vita in quei minuscoli villaggi spezzati in due da una sottile striscia di terra di nessuno: uno stato a destra, uno a sinistra. E’ indubbio che gli abitanti si percepiscano come un unico corpo sociale, che tutto si sia mescolato è la lingua, i sapori del cibo, i colori del paesaggio, le amicizie, gli amori - e che la frontiera stia li’ a far da frattura forzata in un luogo che non accetterebbe spaccature naturali. Mi sono sempre chiesta perche’ non abolirle, le frontiere. Perche’ non lasciar libera la gente di andare dove vuole. Perche’ non dare a tutti il diritto ad essere cittadini dello stesso mondo. Tornando dai Balcani mi e’ capitato spesso di dover scegliere fra lo sportello Schengen e quello non-Schengen, ai posti di frontiera. Io sono una persona di tipo “Schengen”, che mi piaccia o no. Mi e’ capitato spesso di dovermi separare fisicamente dagli amici con i quali viaggiavo, che erano persone di tipo “non Schengen”. L’ho vissuta, questa separazione, come un’umiliazione. Molte pagine dei miei taccuini raccontano l’orrore delle frontiere e dei posti di blocco, e l’ipocrisia dell’Europa che si dice “unione di uomini” e altro non e’ che traffico di merci, ciclopico ipermercato dove i containers vanno senza intoppi e dove gli uomini vengono respinti, rigettati, fermati, incasellati. Ci sono aspetti dell’Europa che mi fanno ribrezzo: il concetto di “clandestino”, i centri di “accoglienza” per forestieri, la logica dei bastioni. Un continente chiuso, un continente che respinge il nomade o il viandante e’ un continente destinato a una morte lenta. Ancor piu’ paradossale e’ l’idea che questa abbottonatura, questa selezione e questa chiusura siano la nuova logica di un luogo geografico come il Mediterraneo, che e’ la culla della civilta’ proprio perche’ e’ un mare aperto. Se Bossi e Fini avessero avuto avi somiglianti, oggi non possiederemmo ne’ la filosofia ateniese ne’ l’architettura veneziana. Chissa’ se gliene frega qualcosa, agli uomini che fanno le leggi sull’immigrazione. La storia di Esse e di suo fratello Acca mi ha colpita molto per questa semplice ragione: e’ la prova di un’Europa che non c’e’, che non sappiamo costruire, che lasciamo precipitare nelle mani viscide delle burocrazie o delle polizie (o degli isterismi nazionali?) e sottraiamo agli uomini. La storia di Esse, che sto per raccontarvi, e’ una storia vera. Ho conosciuto Esse grazie ad un’amica comune, ci siamo scritti alcune lettere nelle quali lui mi ha raccontato, nei dettagli, quanto e’ accaduto alla sua famiglia. Gli ho chiesto il permesso di narrare daccapo la sua storia con parole mie, e spero di riuscire nell’intento: mi piacerebbe che provaste un po’ di sana paura, leggendola. Qualcosa di vagamente kafkiano, quell’inquietudine che ti fa riporre il libro per pensare: potrebbe accadere benissimo anche a me.
Al principio, la storia e’ lineare: Esse vive in una citta’ del nord Italia, diremo Milano per comodita’, con il fratello Acca, che ha una moglie e due bambini ancora piccoli. Esse e Acca appartengono ad una famiglia di rom Khorakhane’, il cui luogo di origine e’ il Kosovo. E’ una famiglia ampia, la loro, allargata, come spesso accade nelle famiglie d’origine nomade. Esse e’ nato “per puro caso” a Zagabria, ed e’ entrato in Italia da bambino, molti anni fa: da clandestino, attraverso i boschi. in Italia e’ cresciuto, si e’ diplomato, vive e lavora, ed e’ – naturalmente – cittadino italiano. Suo fratello Acca, invece, e’ ancora cittadino serbo: lo ha raggiunto piu’ recentemente, e vive e lavora a Milano – come moltissimi – grazie a un permesso di soggiorno che, con pazienza, potra’ un giorno diventare una cittadinanza. I tempi, per chi si sposta in quest’Europa poco confortevole, sono lunghi, e la burocrazia e’ insensibile alle esistenze (e spesso anche ai diritti). La burocrazia gioca con cifre, sigle, calcoli: basta pochissimo per trovarsi avviluppati nel filo spinato dei pubblici ufficiali, dei colletti bianchi, delle dogane. Basta una serata storta. La serata storta di Acca accade a Gorizia, a fine ottobre: Acca e’ stato a una festa ospite di amici; Gorizia non la conosce affatto, ed e’ gia’ stanco. Lo aspettano a Milano la moglie ed i bambini e suo fratello Esse, sicche’ Acca si mette in macchina di buona lena e si avvia verso l’autostrada. Capita a tutti di sbagliare, di confondere un luogo per un altro, basta una distrazione. Quando Acca nota la segnaletica in un’altra lingua si rende conto d’essere in Slovenia, quel piccolo paese che da ieri e’ parte dell’Europa schengeniana. Ma siamo nell’ottobre del 2003, e Acca ha di fatto ha passato un confine incustodito. Chissa’ dov’era il doganiere: a bersi un buon caffe’, probabilmente. Acca si rende conto in fretta del guaio in cui potrebbe essersi cacciato: inversione a U e torna immediatamente indietro. Purtroppo per lui, il caffe’ del doganiere era un caffe’ ristretto, perche’ al suo passaggio scende la sbarra e al nostro Acca vengono chiesti i documenti. “Favorisca il passaporto”: la frase d’ordinanza che siamo abituati a sentire. Ma Acca il passaporto (serbo) non ce l’ha, l’ha lasciato a Milano, a casa. Ha la carta d’identita’ italiana, con se’. “Favorisca il permesso di soggiorno”, insiste il doganiere. Acca prende dal portafogli la denuncia di smarrimento del permesso di soggiorno, perche’ Acca il permesso di soggiorno l’ha perduto nel mese di agosto, e l’ufficio competente gliene ha promesso uno nuovo per il 24 di novembre: tempi lunghi, quelli dei burocrati. Naturalmente, a rigor di logica, e’ tutto perfettamente regolare: la denuncia di smarrimento, scrupolosamente emessa da una questura italiana, sostituisce il foglio rubato a tutti gli effetti. Non dovrebbe esserci problema, pensa Acca: invece il problema c’e’. Il doganiere probabilmente non si fida, vorrebbe il passaporto, la legge e’ legge, e senza chiedersi qual e’ la storia personale di un uomo che ha commesso, ahi ahi, il gravissimo errore di sbagliare strada in una buia cittadina di confine e di aver lasciato a Milano il suo stramaledetto passaporto, il doganiere gli intima di tornarsene in Slovenia. Dieci metri piu’ in la’, nella terra di nessuno. Dieci metri piu’ in la’ non viene accolto con ricchi premi e cotillions, il nostro Acca: la legge e’ legge anche in Slovenia, Acca e’ cittadino serbo senza passaporto, dei documenti italiani gli sloveni non sanno che farsene, sicche’ viene dichiarato, su due piedi, clandestino. Guardate: clandestino e’ una parola agghiacciante. Letteralmente significa “di nascosto”, in pratica significa “privato dei diritti”. Il clandestino, canta Manu Chao, e’ anche un desaparecido. E’ uno scomparso, un numero che rischia di non apparire sul quadrante della storia. E’ cosi’ che, in meno di un’ora, Acca passa da una festa con amici in quel di Gorizia a un centro di “accoglienza per stranieri” in Slovenia. Il nostro sistema politico, lo sapete, modifica il linguaggio, lo adatta alle esigenze del potere. Io i centri di “accoglienza” li ho visti da vicino (chi si ricorda Via Corelli?), e l’accoglienza e’ un paradosso. I centri di “accoglienza” sono carceri speciali: carceri per innocenti. Fa freddo, si mangia poco, si ha diritto a trenta minuti di visite, a qualche telefonata (chi ha gli spiccioli), e si annega nella solitudine, nelle domande (che fare per uscire di qui, io non ho fatto niente): puniti per essere di un altro luogo, puniti per un timbro che manca (e spesso manca per negligenza dell’apparato, che dei destini individuali se ne frega), puniti per un foglio firmato di sghembo, o – come accade a Acca – per un passaporto lasciato a casa nel cassetto d’un comodino.
Acca comunque e’ ottimista: basta una telefonata, basta che suo fratello Esse faccia una volata a Gorizia, poco dopo il confine, e gli porti quel passaporto: poche ore e tutto va a posto. Cosi’ crede Acca, e cosi’ crede anche Esse, che da Milano in fretta e furia lo raggiunge. E si porta appresso, da uomo previdente, tutti i documenti che provano l’esistenza di Acca, i suoi diritti: ha un lavoro, suo fratello, con un contratto regolare; ha una casa in affitto, suo fratello, con un contratto regolare; ha un codice fiscale, un tesserino sanitario, un certificato di residenza. E’ ovvio che si tratti di un errore: e’ ovvio per la storia degli uomini, ma le segreterie e gli uffici l’errore non lo calcolano, ne’ sanno comprendere il malinteso, la svista. I documenti che Esse porta a suo fratello Acca non bastano, c’e’ un piccolo dettaglio che non quadra: il passaporto di Acca e’ scaduto. D’accordo, ma i tempi tecnici di rinnovo sono di sei mesi, accidenti: entro sei mesi l’avrebbe rinnovato, che fretta c’e’, la legge lo prevede. Sono discorsi a cui i burocrati sono sordi: Acca e’ gia’ caduto nella trappola della clandestinita’, e da questo punto in poi il percorso si fa labirintico; troppe coincidenze, troppi dettagli di cui tenere conto. Acca e’ un rinchiuso, ormai. I giorni naturalmente passano, e lui deve affidarsi a suo fratello Esse, che smuove mari e monti: avvocati (si pagano, e si pagano cari), associazioni varie, chiunque possa aiutare un ipotetico clandestino – che clandestino non e’ - a ritornarsene a casa sua e lasciarsi alle spalle un episodio tanto kafkiano. Le soluzioni, legalmente parlando, sembrano due: domandare alle autorita’ slovene d’inoltrare alle autorita’ italiane una richiesta di rimpatrio, e attendere la risposta italiana, oppure domandare di essere trasferito in Serbia da cittadino serbo: in Serbia Acca potrebbe rinnovare il passaporto, far richiesta di ingresso in Italia nuovamente, e ripartire da zero. Gia’, come la fanno facile, i nostri burocrati: ogni timbro e’ denaro, ogni spostamento e’ denaro, ogni giorno perso e’ denaro sprecato, e come ben sapete non tutti i portatori di permesso di soggiorno hanno la rendita del nostro audace Cavaliere. Perche’ i documenti si paghino, poi, nessuno se l’e’ mai domandato? E si pagano carissimi: ogni frontiera ingoia soldi, ogni ufficio estorce marche da bollo. E ogni viaggio che Esse e’ costretto a fare per raggiungere suo fratello Acca in Slovenia costa soldi, fatica, frustrazioni. Gli sloveni, per facilitare i due, d’ufficio prendono Acca e lo sbattono in un secondo centro di “accoglienza”: al confine con l’Ungheria, stavolta. Chissenefrega? Questioni logistiche, normale ridistribuzione degli “accolti” sul territorio nazionale. Nessuno sa che i viaggi di Esse – avanti e indietro per tirar fuori suo fratello da quel dedalo di timbri e pile di cartacce – raddoppiano il chilometraggio. Dieci ore di viaggio per trenta minuti di colloquio. Avanti e indietro. E i giorni passano, le settimane passano.
Dovendo scegliere fra burocrazia serba e burocrazia italiana, voi a chi affidereste la vostra misera sorte? E’ un bel dilemma. Quella italiana a Esse e Acca sembra piu’ affidabile: dopotutto, gli sloveni hanno assicurato che una richiesta di rimpatrio viene evasa in minimo due giorni, massimo due settimane. Di certo, pero’, non ci puo’ essere niente. Chissa’ se i segretari che smistano i fascicoli con i nostri nomi sanno che attaccato ad ogni nome-e-cognome c’e’ un individuo: probabilmente no, vista la negligenza. Ai primi di dicembre, della risposta italiana alla richiesta slovena ancora non c’e’ traccia: Acca e’ ancora incastrato li’, destino in bilico, sbattuto in un buco sloveno ai margini dell’Ungheria. Mangia quello che c’e’, dorme quando puo’. Ma come diavolo funziona una procedura di richiesta di rimpatrio? Mentre Acca si deprime, Esse si mette in contatto con chiunque possa dargli una risposta decente, e scopre il complesso di ingranaggi: la Slovenia chiede formalmente il rimpatrio al Ministero degli Interni italiano, il quale gira la domanda alla Questura di competenza; quindi la Questura, in caso di risposta affermativa, invia il nullaosta al Ministero degli Interni a Roma, il quale provvede a rigirarlo al Ministero degli Interni sloveno affinche’ venga comunicato al centro d’accoglienza. Itinerario di un incubo. La richiesta di Acca e’ ferma su una scrivania da settimane. Esse, con l’aiuto di un’associazione, sollecita la pratica: in Italia si puo’ dimenticare un cittadino? Certo che si puo’. E un cittadino, imparatelo ora, puo’ avere anche una data di scadenza: il termine massimo di permanenza per un clandestino in Slovenia e’ di sessanta giorni, trascorsi i quali scatta l’espatrio: se Roma non da’ risposta entro il 27 di dicembre, Ljubljana espelle Acca, direzione Belgrado. Quanto hanno sperato, Acca e suo fratello Esse, di farcela in tempo? Forse domani, forse fra due giorni, forse dopodomani. I carteggi fra ministeri e questure non computano mai le giornate di lavoro perso, le bollette del telefono che Esse paga e ripaga per coprire le tante, troppe telefonate internazionali (attenda in linea! Ma lo sanno, quelli che ci parcheggiano li’ con le loro musichette, che dietro una telefonata a un consolato, a un’associazione, puo’ esserci qualcuno che non avra’ i soldi per pagare la telefonata e che ha bisogno di quella dannata informazione?)… E le questure e i ministeri non tengono conto dei bambini di Acca che chiedono dov’e’ papa’, perche’ non torna a casa per il mio compleanno, ma non torna nemmeno per Natale? Sperano invano, Esse e Acca: le autorita’ slovene consigliano di non sperare piu’, e di far richiesta di espatrio prima che scatti il decreto di espulsione. E’ una storia brutta, il decreto di espulsione, e se Acca ne ricevesse uno potrebbe mettere una bella croce sopra la Slovenia per sempre: niente transito, niente turismo. Meglio domandare d’essere mandati a Belgrado spontaneamente, prima che l’orologio dei clandestini batta il suo sessantesimo giorno. Il pomeriggio del 22 dicembre, Acca viene caricato sull’aereo che lo scarichera’ a Belgrado.
In Serbia, Esse e Acca hanno l’anziano padre. I rapporti non sono granche’, ma meglio di niente: puo’ dare un supporto logistico, vive a Nis, e poi Acca almeno e’ libero. Puo’ camminare per la strada, puo’ muoversi, puo’ esistere. Acca si fionda all’ambasciata serba, dove conta di rinnovare il passaporto: dopotutto e’ solo un timbro, o cosi’ crede. “Serve la carta d’identita’ serba”, gli spiega l’impiegato. Ma quale carta d’identita’ serba? Acca se n’e’ andato dalla Serbia che era un ragazzino, la carta d’identita’ nemmeno l’ha mai avuta, ha quella italiana, vive in Italia, che dovrebbe mai farsene d’una licna karta? “La legge e’ legge”, spiega l’impiegato: anche in Serbia. Per ottenere una carta d’identita’, dopotutto, basta soltanto procurarsi certificato di nascita e di cittadinanza. Lei dov’e’ nato?, domanda l’impiegato. A Vucitrn, risponde Acca, sono nato a Vucitrn. Chi di voi ha familiarita’ con la geografia jugoslava e’ gia’ rabbrividito, perche’ Vucitrn di fatto vuol dire: Kosovo i Metohija, laggiu’, nel territorio stile far west amministrato malamente da Onu e Nato. Dio, com’e’ facile venir scaraventati da una festa con amici a Gorizia fin nel profondo buco nero delle guerre… Al nostro Acca tocca andare a fino a Vucitrn, dove probabilmente l’impiegato di servizio, nel suo gabbiotto scrostato, lo fissa sconsolato: c’e’ stata una guerra, molte guerriglie, i documenti vanno persi, si spostano, bruciano, scompaiono: e Acca e’ serbo, e i serbi in Kosovo non hanno piu’ un’esistenza. I documenti Acca deve andare a Kraljevo a domandarli. Kraljevo, piu’ su, in Serbia. Immaginate Acca che per due settimane transita da Nis a Belgrado, da Belgrado a Nis, da Nis a Vucitrn, da Vucitrn a Nis, da Nis a Kraljevo, da Kraljevo a Nis. Fino alla prefettura, dove esibisce, finalmente, tutti i suoi incartamenti regolari e freschi di timbratura. “Ma lei e’ un serbo kosovaro…”, sospira l’impiegato della prefettura, lasciando presagire il peggio. In questo frammento di vita di Acca c’e’ tutta la tragedia di un pezzo di popolo che nessuno vuole piu’: i serbi del Kosovo hanno perduto il Kosovo, cacciati, e non sono mai veramente divenuti serbi. Cosi’: uomini sospesi nella storia che ha giocato loro un brutto tiro. Hai voglia a discutere se la colpa sia stata di Milosevic o di Thaci: ma che ne sanno, Thaci e Milosevic, dei tanti poveri cristi fatti dondolare da un territorio a un altro, gli albanesi in fuga in Albania, i serbi in fuga in Serbia, e se non hai i documenti non lavori, e se non lavori non mangi, e se non hai i documenti non transiti, non passi, torni indietro, ma indietro dove? Non ho piu’ niente, indietro, la guerra s’e’ divorata tutto: quante volte ho letto, ho sentito, ho trascritto queste piccole frasi. Acca sospira: dove devo andare, in Kosovo, per rinnovare questo passaporto? Chissa’. Il Kosovo, signori miei, e’ un casino. A Vucitrn, dove Acca e’ nato? Pare di no: Vucitrn e’ un posto piccolo piccolo, mica ci sara’ una prefettura. Forse a Pristina, ecco, si’, a Pristina, che e’ il capoluogo. No, nemmeno Pristina va bene, ormai e’ albanese: i documenti serbi a Pristina non si fanno piu’. Bisogna andare a Mitrovica, quella Mitrovica divisa in due, dove – qualche mese dopo – bruceranno le case e gli ospedali. A Mitrovica Acca scopre di essere caduto dentro un pozzo: per cominciare, perche’ non ha portato il modulo di richiesta del rinvio del servizio militare? Perche’ nessuno mi ha detto che era indispensabile, risponde Acca… E poi, perche’ il suo nome e’ ACCA I e qui c’e’ scritto ACCA U? Naturalmente un errore. Un errore? Eh gia’, l’alfabeto cirillico: la I che sembra una U latina, scritta in corsivo. Chi ha trascritto il nome di Acca il cirillico probabilmente non lo sa: e’ facile che accada, in Kosovo. Questi dettagli – una dimenticanza, una trascrizione frettolosa – costano a Acca quattro settimane di attesa: avanti e indietro, da Nis a Mitrovica, da Mitrovica a Nis. Siamo a meta’ marzo, e Acca deve fare in fretta: il suo permesso di soggiorno (si’, quello smarrito, che deve essere rifatto e rinnovato in Italia) scade il 19 aprile. Se Acca non torna e’ fuori dall’Italia: ci sono i suoi due bambini, in Italia, c’e’ sua moglie, che non vede da una buia sera di ottobre in cui, a Gorizia, ha soltanto sbagliato strada.
Questa storia e’ finita quasi bene: c’e’ voluta ancora una buona dose di fatica, altre telefonate per affrettare le pratiche dell’ambasciata, il nullaosta di Roma, altri giorni di attesa e su e giu’ fra Belgrado e Nis, ma in aprile Acca e’ tornato a casa. Adesso attende che gli rinnovino il permesso di soggiorno, senza il quale non puo’ lavorare: “a corollario di quanto e’ successo”, mi scrive oggi suo fratello Esse, “ti posso solo dire che proprio oggi dopo sette giorni di tentativi siamo riusciti a contattare il numero telefonico messo a disposizione dalla questura per prenotare l’appuntamento per il rinnovo del permesso di soggiorno: ce l’hanno fissato per il 15 settembre! E quello e’ solo il giorno in cui si va a consegnare la modulistica. Dopo dovra’ passare almeno un altro mese affinche’ il permesso sia pronto. Questo significa che mio fratello non potra’ lavorare in regola fino a meta’ ottobre 2004. Il tutto perche’ una sera di ottobre 2003, un doganiere non era al suo posto e mio fratello ha sbagliato strada…”
La storia di Esse e di Acca e’ vera: l’ho raccontata a modo mio, ma non ho aggiunto nulla. Ho solo omesso alcuni particolari burocratici, il nome della citta’ italiana in cui vivono – che non e’ Milano - e i loro nomi reali, e l’ho commentata lasciando scivolare qua e la’ i miei pensieri malinconici. Esse e io siamo in contatto, e se lasciate un messaggio lo leggera’. La storia di Esse e Acca e’ una storia che dovrebbe stare nelle pagine di storia dell’Europa, alla voce: come si sopravviveva nel 2004 nella gabbia di Schengen. Invece, nei libri di storia ci entreranno i discorsi solenni tenuti nelle capitali della nuova Europa allargata l’altroieri notte, i discorsi solenni del Continente Unito: il continente dove un ragazzo serbo che ha dimenticato il passaporto a casa e sbagliato strada in una sera buia puo’ essere tenuto lontano dalla sua famiglia sei mesi, costretto in carcere senza aver commesso alcun reato, sparato da una citta’ all’altra come una pallina dentro un flipper.
P.S. In questa storia ho voluto lasciare le maiuscole, perche’ spero che molti la riportino su altri siti. In genere non amo farmi notare e non cerco visibilita’, ma mi auguro, questa volta, che la storia di Esse e di Acca faccia il giro del web e insegni qualcosa ai cittadini del continente-Europa. Volevo dir grazie a Esse, per tutto.



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