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Nessuno aspetti che il futuro abbia inizio… la rivoluzione è già in scena

di Annamaria Ciampaglia · 21 Novembre 2005

La rivoluzione francese in scena con Ca-Ira all’Auditorium, tra i volti dei protagonisti reali e simbolici, in una commistione di musica sinfonica, armonie, melodie e inserti corali: il tutto in un contesto di grande multimedialita’, a firma di Roger Waters. (con la collaborazione di Guido Voliani)L’impressione, che lascia Ca Ira a chi si e’ presentato puntuale, dopo un mese e piu’ di attesa

all’anteprima mondiale, giovedi’ 17 novembre, nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium, e’ quello di aver vissuto insieme a Roger Waters, con il fiato sospeso, l’esisto di una grande scommessa.

Tutti insieme, gli appassionati di Roger Waters, i seguaci degli intramontabili Pink Floyd, nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium a coronare il suo progetto. Nessuno, tra chi apprezza e conosce quest’artista si aspettava l’esaltazione di un trionfo operistico, ma per molti, era importante poter ritrovare e riscoprire il suo linguaggio e vedere se la sua bacchetta magica, avrebbe avuto la capacita’, anche qui, di raggiungere l’angolo profondo in cui dimorano le emozioni. E risvegliarle…

Roger Waters ci ha abituato a cose “colossali” e in questo non ha deluso nessuno: ma per un pubblico improvvisato, sarebbe facile, a sua volta, improvvisare. La premessa, e’ doverosa, anche se potrebbe sembrare scontata: bisogna conoscere Roger Waters e la sua evoluzione interiore ed artistica per avvicinarsi a Ca Ira senza pregiudizi.

Il senso del tempo, la guerra e l’abbandono, il destino dei poveri inermi e la sopraffazione dei potenti, sono i temi da sempre proposti e vissuti da Waters, attraverso la sua personale analisi introspettiva (”The dark side of the moon” , “The wall) autobiografica e politica ( “The final cut” , “Amuse to death” ) in chiave di denuncia arrivando ad usare persino toni cinici nel tentativo di aprire gli occhi e le orecchie di chi ascolta.

E non bisogna sforzarsi per riconoscere tutto questo nella rappresentazione di Ca Ira.

L’impatto e’ forte, le atmosfere cupe, volti e personaggi silenziosi, simbolici e reali, urlano il loro dramma nelle espressioni e nei gesti, mai bloccati nell’immobilita’ dei fotogrammi, allo stesso tempo prigionieri e artefici di quanto sta accadendo. Le parti salienti del dramma rivoluzionario, ci sono tutte, annunciate dagli squilli di tromba di arlecchini inquietanti e quasi implacabili nello scandire lo scorrere di eventi di cui l’esito e’ inevitabile. I colori oro e rosso di Ca Ira fanno da sfondo, splendide illustrazioni di uccelli simbolici in vesti umane, sovrastano gli esecutori dell’opera, l’orchestra, gli spettatori. Di grande intensita’ alcune scene: re Luigi che tradisce il suo popolo con la lettera al cugino e gli ultimi momenti di Maria Antonietta, la Comune di Parigi. Ricorrono in tutta l’opera i temi cari a Waters: la rappresentazione della morte e della guerra, fissata nel gelo dell’inverno, nel dolore muto dei corpi nella neve, come nel boato delle esplosioni delle armi, le grida e i silenzi. Messaggi semplici, diretti, ma proprio per questo forti e capaci di scuotere con una sincerita’ mai banale. I ricchi a corte ballano, bevono e calpestano la coccarda coi colori francesi. Le identita’, i ruoli, le loro dignita’ si disfano e si “uniscono alla danza” nella colpevole ottusita’, nell’egoismo, nella ignoranza ipocrita e cosciente di quanto accade fuori. Scaramanticamente, allontanano col disprezzo e il godimento sfacciato del benessere il frutto ripugnante e spaventoso della propria ingiustizia: i poveri, gli storpi, gli sconfitti, la massa che non ha piu’ nulla da perdere che all’improvviso abbatte le barriere della schiavitu’. Commuove ancora la storia della rivoluzione francese.

Alla tragedia segue l’affermazione dei diritti umani e la convinzione, gia’ espressa da Waters, che la volonta’ di tanti insieme puo’ riscattare i popoli, che i diritti devono essere tali per tutti, che la vera rivoluzione e’ quella delle culture che matura dentro ciascuno di noi. A qualcuno potra’ sembrare scontato, a modo suo molto americano persino, quasi un luogo comune in un contesto dove piu’ nessuno crede nelle ricette per salvare l’umanita’ ed e’ piu’ facile sminuire, criticare e barricarsi dietro le ideologie, ma sono proprio le cose piu’ semplici ad essere le piu’ forti, poche parole allora, come oggi per condizionare l’azione dei governi e risvegliare le coscienze: uguaglianza, liberta’, fraternita’.

Il tutto e’ costruito con il poderoso supporto di una grande multimedialita’: gli effetti, i “rumori” vanno dal “familiare” abbaiare di cani, che introduce l’opera, al vento, gli uccelli, che simboleggiano la liberta’, il ticchettio dell’orologio, per il tempo che scorre.

Ma Ca Ira e’ anche un grande lavoro di orchestrazione e di scrittura delle partiture in cui si riconosce (lasciando a bocca asciutta chi si aspettava un “opera rock” ) nelle melodie, nelle armonie e negli inserti corali, la firma di Waters. Ironica, pungente e bella la parodia dei canti ecclesiastici e il finale, con gli attori che diventano a loro volta spettatori nel circo della storia. La musica sinfonica viaggia sul romanticismo ottocentesco: bravi i cantanti, in un contesto in cui non era richiesta la lode al virtuosismo personale ma proprio la capacita’ d’interpretare e d’effetto, soprattutto i cori, di “Silver Sugar and Indigo” sostenuti dalle percussioni a richiamare la rivolta delle Antille.

Chi era presente ha accolto Roger Waters: un grande applauso, ad un artista che ha il coraggio di creare in grande, senza preoccuparsi dei facili commenti, senza il cruccio della banalita’. Lui, emozionato, saluta con poche parole in italiano e abbraccia forte il direttore d’orchestra.

Ci si chiede, all’indomani di Ca Ira, scegliendo, vivendo l’arte, la musica da fruitori o da protagonisti, non importa: come ci deve sentire, in un momento cosi?

aAAAAA
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