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Il pesce puzza dalla testa

di Daniele Tavani · 03 Agosto 2005

La rivista Economist, nel numero del 21 maggio 2005, ha dedicato la copertina all’Italia per la terza volta nella sua storia. Il Belpaese viene definito il nuovo malato d’Europa, dopo che questo poco ambito titolo era stato sulle spalle della Gran Bretagna (anni’70) e della Germania (anni ‘90). Mentre la diagnosi macroeconomica dell’Economist ci trova d’accordo praticamente su tutto, la terapia proposta, che prevede il licenziamento di 500mila dipendenti per incrementare la produttivita’ del lavoro, ci sembra una soluzione troppo semplicistica che non fa i conti con la situazione reale del Paese, affetto da una carenza cronica di capacita’ dirigenziale e manageriale. Uno svecchiamento della classe dirigente, basato sulla sostituzione degli attuali manager ultracinquantenni (ma spesso anche ultrasessantenni) con le attuali seconde linee piu’ giovani, potrebbe allora essere una soluzione certamente meno costosa da un punto di vista sociale ma piu’ efficace per raggiungere gli obiettivi indicati.Vediamo su cosa e’ incentrata l’analisi del settimanale britannico, e quali sono le cause della malattia italiana:

a) la sofferenza di un modello economico basato sulla piccola e media impresa specializzata in settori maturi e produzioni a bassa innovazione tecnologica, che non puo’ piu’ contare sulle svalutazioni competitive per sostenere la concorrenza di prezzo rispetto ai suoi “competitors” internazionali;

b) la carenza di fiducia in un sistema economico alla sbarra, che porta con se’ il deflusso di investimenti diretti provenienti dall’estero;

c) la mancanza di trasparenza del sistema bancario nel mediare tra le scelte di risparmio dei privati e quelle di investimento delle aziende, sfociata nello scandalo Parmalat e Tango Bonds, unita al comportamento imbarazzante della Banca d’Italia nella protezione, non della trasparenza e della concorrenza bancaria, ma degli interessi dei banchieri (come ampiamente dimostrato negli ultimi giorni nel caso Antonveneta/Banca Popolare di Lodi);

d) la pervasiva ingerenza della politica nella “corporate governance”: l’esempio portato dall’Economist e’ quello della sostituzione in capo all’ENI da parte del governo di un manager quotato come Vittorio Mincato con una figura politica, Scaroni, ex ENEL. Tutto questo, poiche’ l’Eni e’ da un bel po’ di tempo una SpA, non fa certo felici gli azionisti.

Tutti questi aspetti definiscono la crisi non come congiunturale, ma duratura e sistemica. Gli stessi analisti italiani hanno individuato nella critica dell’Economist eventualmente un peccato di troppa benevolenza piuttosto che di parzialita’, e non certo, come ha provato a sostenere il presidente del consiglio Berlusconi, dichiarazioni false.

La soluzione proposta, mutuata dalle analisi condotte dal centro studi di Abn Amro, prevede di licenziare 500 mila persone nei vari settori per andare ad incidere sul vero nodo gordiano dell’economia italiana: il rapporto tra livello degli stipendi su unita’ prodotta. In pratica in Italia si produce troppo poco per quanto veniamo pagati ed inoltre si lavora molto meno della media europea (gia’ piu’ bassa di quella mondiale ed inferiore a quella USA).

C’e’ da dire pero’ che su quest’ultimo punto, tuttavia, studiosi e sindacati non sono d’accordo. Domenico Tabasso di LaVoce.info mostra qualche dato interessante a proposito:

Numero di ore di lavoro annuo per lavoratore occupato
Anno 1995 2001
Italia 1636 1619
Germania 1520 1444
Francia 1567 1459
Spagna 1815 1807
Regno Unito 1739 1707
Stati Uniti 1737 1724

Tabella 1 (Fonte: Tiscali Lavoro)

Ore di lavoro settimanali Settimane di lavoro in un anno Settimane di vacanza Settimane interamente non lavorative non per ferie Settimane parzialmente non lavorative non per ferie
Italia 37.4 41 7.9 1.8 0.3
Francia 36.2 40.5 7 2.2 0.5
Germania 35.2 40.6 7.8 1.9 0.3
Regno Unito 38.2 40.5 6.5 1.8 1.6
Spagna 38.8 42.2 7 1.3 0.4

Tabella 2 (Tiscali Lavoro)

Il rapporto IRES (formato PDF), pone poi due questioni interessanti sull’occupazione. La prima riguarda il fatto che gli aumenti nell’occupazione del Paese nonostante la crescita stagnante sembrano fortemente imputabili all’effetto di regolarizzazione degli immigrati; depurata da questo effetto l’occupazione italiana non sarebbe aumentata, bensi’ diminuita di 37 mila unita’. Il secondo punto, piu’ inerente al nostro discorso, e’ un problema di metodo di stima della produttivita’. La produttivita’ del lavoro, se misurata in termini di ore lavorate o in termini di unita’ di lavoro vede una forte caduta nel 2001 non ancora recuperata con il leggero aumento del 2004. Quando invece sia misurata rapportando la produzione realizzata per la quantita’ di lavoro impiegata per realizzarla, mostra un incremento dell’1%. Non c’e’ da esultare, ma nemmeno da stracciarsi le vesti, secondo l’IRES. sul rapporto si legge poi che “[...] il problema della produttivita’ e’ problema di innovazione tecnologica dei processi produttivi. Ed e’ soprattutto problema di investimenti per l’innovazione e la trasformazione. Investimenti che sembrano mancare dal momento che[...]il reddito disponibile viene utilizzato piu’ per il risparmio che per gli investimenti. Quindi i sindacati passano la patata bollente alla Confindustria. Vediamo allora nella prossima sezione cosa risponde l’imputato.

La Confindustria si e’ autoassolta, ha scaricato tutte le colpe sul sistema politico, sui sindacati “deludenti”, sull’arretratezza del sistema e sulla difficolta’ ad investire a causa della crisi. Sia la posizione di Confindustria che l’Economist convergono quindi che, ad oggi, l’unica soluzione e’ una terapia shock che faccia stringere la cinghia ai lavoratori italiani (che dovrebbero rinunciare a stipendi per lavorare di piu’ e pero’ mantenere il posto di lavoro).

Invece di individuare “l’unica soluzione possibile” nel licenziamento di mezzo milione di persone o, come piu’ probabile, un ritorno indietro su conquiste sindacali finora intoccabili, sarebbe piu’ corretto cercare di capire perche’ la produttivita’ in Italia e’ cosi’ bassa. Possibile che siamo antropologicamente dei fannulloni? Solo 20 anni fa eravamo esportatori di un modello!

All’introduzione di massicce dosi di liberalismo, flessibilita’ del mercato del lavoro, deregolamentazione del mercato finanziario e crescita del capitale investito rispetto a quello risparmiato non ha corrisposto un grande giovamento per l’economia italiana. La possibilita’ che i nostri quadri dirigenti ed intermedi non siano culturalmente capaci di gestire questi nuovi strumenti (problema risolvibile con la formazione?) o peggio non siano adeguati al mutato contesto (da un’economia di Stato fortemente centralizzata ci si e’ rapidamente spostati verso un’economia decentrata e privatizzata) e’ non solo probabile, ma una tremenda verita’. Da qui si spiega l’uso della flessibilita’ ad organizzazione aziendale invariata (con produzione massiccia di precarieta’) oppure l’incapacita’ di utilizzare la Borsa in maniera sana invece che come discarica degli errori di bilancio: i casi dei crack Cirio e Parmalat hanno deimostrato ampiamente che la spregiudicatezza finanziaria dell’imprenditoria italiana ha trovato partners conniventi nell’intermediazione da parte delle banche e degli istituti finanziari.

Andrebbe quindi ripensato il Sistema paese buttando giu’ dalla torre, una buona volta, l’idea patriarcale della piccola media impresa familiare dove il padre comanda finche’ non muore ed il successore arriva o per via padre-figlio oppure per via suocero-genero. In sostanza quello che noi ipotizziamo non sono licenziamenti di massa per uscire da questa crisi, ma un deciso superamente del gap generazionale con un pensionamento anticipato dei 50-60enni a favore dei 40enni. Un rinnovamento pesante della classe dirigente socio-economica che ne riduca l’entita’ e che ne svecchi i modelli di comportamento. Questo “svecchiamento”, auspichiamo, facilitera’ il superamento di un’ottica burocratica a favore di una rinnovata imprenditorialita’ e, se condotto non alla solita maniera “familista amorale” ma facendo ampiamente uso della meritocrazia come cirterio selettivo, e affiancato da meccanismi di controllo di gestione che siano “enforcing” e non meramente di facciata come di solito avviene nel nostro paese, sosterra’ una cultura piu’ orientata agli investimenti ed al lungo termine. Questo perche’, banalmente, se un dirigente ha di fronte a se’ 20 anni di carriera invece che 5 avra’ incentivi piu’ forti a gestire i suoi uffici in modo efficiente, e minori velleita’ di scaricare gli errori di gestione sulle “generazioni future”.

Qualche tempo fa, anche personaggi di spicco come il Presidente della Repubblica Ciampi si sono accorti della “questione generazionale” invocando in vari modi il passaggio di testimoni.

Largo ai giovani, anche in politica, per il bene del Paese. Lo chiede il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel massaggio radiotelevisivo in occasione della Festa del 2 Giugno. “Al proprio interno - ha detto il capo dello Stato - l’Italia deve dare ora maggior spazio ai giovani, in tutti i settori della vita civile: nell’impresa, nelle amministrazioni pubbliche, nella scuola, nell’universita’, nella politica”.

“C’e’ bisogno - ha aggiunto - di nuove energie, di un rinnovo che valorizzi appieno le potenzialita’ delle nuove generazioni. C’e’ bisogno di passione civile che animi ciascuno di noi, giovani e meno giovani, nel proprio operare quotidiano. Bisogna scuoterci di dosso quel torpore che si e’ largamente diffuso, rifuggire dalle sottili dispute che consumano la vita quotidiana. Affrontiamo, confrontandoci, i problemi veri del Paese con la volonta’ di arrivare a soluzioni condivise. E traduciamole in atti concreti. Abbiamo avuto la fortuna di nascere in un Paese unico al mondo, per le sue bellezze naturali, per il suo patrimonio di civilta’”.

Un aspetto non trascurabile della nostra proposta di condurre un “assesment”n a tappeto dei dirigenti italiani, volto ad individuare con nomi e cognomi le responsabilita’ delle inefficienze originate dalla scarsa capacita’ di gestione delle risorse umane, e’ il risparmio in termini sociali e politici che essa comporta. Mezzo milione di lavoratori licenziati e’ anche mezzo milione di elettori furiosi, difficilmente gestibile da un punto di vista politico. Una valutazione senza ipocriti buonismi delle capacita’ manageriali dei dirigenti italiani che conduca a tagliare i rami secchi (e a prepensionarli, non necessariamente licenziarli) sarebbe certamente piu’ a buon mercato in termini di consenso elettorale.

aAAAAA
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