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Gomorra: tra corpi e rifiuti
di Letizia Tavani · 22 Maggio 2008
“Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. io so e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo, contratti. (…) Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri e legni. io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio (…). Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità. (…)
Tutto nasce dal cemento”. (Roberto Saviano, Gomorra)
Una prosa incalzante, fatta della commistione tra giornalismo investigativo, d’inchiesta quasi vecchia maniera, sforzo di ritessere, dove possibile, quella trama storica e sociale che sta alla base della cronaca raccontata e, infine, coinvolgimento autobiografico di occhi che non sono solo occhi ma si portano dietro il peso e il racconto del proprio corpo cresciuto in mezzo ad altri corpi e a montagne sempre più grandi di rifiuti: questa è la lettura, intensa, importante, direi, di Gomorra.
E la vulgata proposta con il film di Matteo Garrone si muove su questa falsa riga cercando di ridare degli stessi luoghi (Scampia, Secondigliano, Casal di Principe e tutti quei posti tra Napoli e Caserta che provvedono ad alzare la media degli omicidi commessi nel BelPaese) quello spaccato appassionato e brutale della camorra che è Gomorra.
Appassionato e brutale come l”Io so” di Pasolini, riscritto e immerso nella realtà con cui si scontrano tutti i lettori di Saviano, e che cito nell’abstract.
Posto che ogni trasposizione cinematografica è, in quanto tale, per la sua natura di “”"”"”"”"traduzione”"”"”"” (tra mille virgolette), comunque un prodotto diverso, altro, che può e deve parlare sopra, addosso e del testo da cui è partito, vorrei dare per scontato che - quanto meno per fenomeno di costume - chi ha intenzione di vedere il film abbia parimenti intenzione di leggere, se non dovesse averlo già fatto, il libro.
E con questa nota chiudo in realtà un argomento immenso che investe una congrua porzione dell’Estetica moderna e contemporanea. Ma lo rimando soltanto, per chi vorrà: ad altre sedi, ad altre recensioni…
Per concentrarmi sul film in sé e lanciare quelle che, forse, sembreranno ai più solo provocazioni. Con la doverosa premessa che il giudizio non può che essere complessivamente positivo, come considero scontato il consiglio di buttare una serata in una sala affollata di uno dei cinema che lo propongono. Soprattutto all’indomani di un pacchetto sicurezza così fortemente centrato sull’immigrazione come principale - se non unica - fonte di pericolo per la società italiana e della via berlusconiana per la soluzione del problema dei rifiuti in Campania.
Detto questo, ci sono un paio di cose che non mi hanno convinta.
- La prima è proprio il ruolo di Roberto Saviano, ridotto a silente personaggio, svuotato del suo ruolo, della sua presenza attiva di osservatore partecipante (etno-antropologicamente inteso) in grado di raccogliere i diversi frammenti di cui è fatto l’impero della camorra, ricucendoli in una storia che mai prima d’ora era stata così, insieme, vissuta e detta. Spettatore dello scempio del business dei rifiuti, perso negli sguardi ai campi e alla natura della sua terra, vittima di un confronto un po’ banale con il suo datore di lavoro a cui semplicemente dichiara di “essere diverso”. Perdendo occhi, corpo e voce di Saviano, si perde così quella mistura di giornalismo di inchiesta, autobiografia e analisi sociale che erano proprio la forza del libro. Si perde quel senso della testimonianza come irrefrenabile impulso morale a dire la verità per dire la verità, come (nel libro) racconta lui stesso di un’insegnante che ha osato guardare gli autori di un omicidio e, semplicemente, parlare.
- La seconda è l’impalcatura complessiva, fatta di frammenti di storie che si rincorrono, trovando tutte insieme il loro epilogo alla fine, come se il percorso di tutto il film fosse la tensione dell’”impero” a collassare su se stesso, nel suo sangue, nelle sue sozzure. Nel libro, invece, le storie sono trame parallele di una stessa ragnatela che possono anche non incontrarsi mai, possono vivere di vita propria e tutto tende a condensarsi nella “monnezza”, nel problema dei rifiuti che va a chiudere, secondo me non a caso, tutto il viaggio Gomorra.
Siamo ai saluti. Spero nel tempo di essermi creata un mini-pubblico di lettori casualmente abituali che ogni tanto incappano o inciampano nelle mie riflessioni/recensioni. Mi rivolgo soprattutto a loro, se esistono. Leggendo il Libro dell’Inquietudine di Bernardo Soares (Pessoa) mi sono, a mia volta, imbattuta in una splendida frase che ho deciso programmaticamente di utilizzare (finché stanchezza non ci separi) come chiusa di ogni mio pezzo. Quindi…
“E smetto di scrivere perché smetto di scrivere”.
Scheda Film
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Roberto Saviano, Maurizio Bracci, Ugo Chiti
Attori: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster
Produzione: Fandango, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Paese: Italia 2008
Uscita Cinema: 16/05/2008
Genere: Drammatico
Durata: 135 Min




Commenti
quando ho cominciato a leggere gomorra di saviano ero molto prevenuto.
sono meridionale, e ogni volta che sono incappato in libri sul sud e sui suoi problemi, libri di successo, alla fine ci ho trovato sempre cose stantie, critiche di maniera e belle intenzioni, buone al più per far sentire noi terroni con la coscienza sedata e, passatemi il razzismo al contrario, per confermare i “milanesi” nei loro luoghi comuni.
bene, saviano mi ha sorpreso, fortemente, finalmente, col suo stile appassionato e un po’ verboso, sincero, e soprattutto con la capacità di mettere su carta la verità di una realtà italiana, si badi bene, terrona di certo ma anche pienamente italiana, estremamente complessa e a tratti stupefacente.
leggendo il libro ho avuto la sensazione che mi si palesassero tutti i microbi e i batteri e i virus e gli acari e i minimi organismi che vivono, si muovono, si cibano, muoiono a miliaoni su ogni centimetro della nostra pelle.
leggendo il libro cominci a chiederti di continuo se quando dove in che modo siano state amministrate dalla camorra la carne che mangi, la casa in cui vivi, l’università in cui hai studiato, la strada in cui cammini, le tue cose quotidiane, mica la droga o le armi.
forse è questa la parte più forte e più originale della ricerca di saviano, l’accendere i riflettori sulla onnipresenza della camorra legale, il togliere i camorristi dallo stereotipo del meridionale, il mostrarli per quello che sono, imprenditori. fuori e dentro la legge. fuori e dentro l’italia, l’europa. business men. a tutti i costi e senza alcuno scrupolo. in collaborazione con tutti finchè conviene, altri camorristi, stato e soprattutto imprenditori cd legali.
ecco, il camorrista può essere definito come il sogno nascosto dietro la maschera di tanti imprenditori: la libertà di fare soldi in ogni modo spazzando via qualsiasi cosa ti rompa le palle.
secondo me, il film fa bene a non tentare di seguire saviano.
è più digeribile del libro, ma pure non perde tensione.
garrone si concentra su alcune storie paradigmatiche e lo fa bene, supportato da belle prove d’attore, ottima gestione dei luoghi, e scene angoscianti.
tutto è in parallelo, ma non ho visto, fortunatamente, la necessità di un finale di chiusura unico. le storie finiscono da sè, come è giusto.
la piccola concessione al buonismo è la ribellione del tecnico all’imprenditore della logistica dei rifiuti tossici.
si doveva evitare, a mio parere, ma voglio credere che non sia una ruffianata ma piuttosto un voler far passare il messaggio che non proprio tutti i terroni sono coinvolti e accettano di pagarne le conseguenze.
non sono però d’accordo nel volerci vedere saviano, per niente.
insomma, ottimo film, uno dei pochissimi che non tadisce il libro, ma ne prende quello che può al meglio.
Intanto bel commento…
Poi due note.
- La prima riguarda il ruolo di Roberto: è vero, non è esplicitato da nessuna parte che sia Saviano… è anche vero, però, che nel libro è così presente che si fatica (o almeno io fatico) a non ricercarlo da qualche parte anche infognata nel film. Il tecnico come lo definisci viene presentato dal padre all’imprenditore e nel libro il rapporto di Saviano con il padre emerge a sprazzi qua e là e soprattutto si chiama Roberto… ho solo fatto 2 + 2 ma forse l’ho fatto solo io e magari ho sbagliato a dare il resto
- La seconda nota riguarda la scelta stilistica dell’impalcatura generale del film. Io ho cercato di segnalare che qualcosa non mi convince ma il giudizio del film rimane obbligatoriamente buono come rimane il consiglio/invito a non perderne la visione. Gomorra libro è un organico spaccato che come dici benissimo tu punta i riflettori su una serie di cose attraverso storie specifiche. Gomorra film frantuma l’universo camorra in quelle stesse storie ma non ci dà quel respiro di insieme con cui il libro ci comunica l’onnipresenza di sistema.
Questo era…
Poiché ho deciso per ora di non recensire Mongol (che sconsiglio caldamente!) colgo l’occasione per “rispondere” ad un altro spunto ricevuto stavolta in privato. Nelle recensioni che ho ripreso a scrivere con una certa regolarità negli ultimi tempi sto cercando di esprimere non solo un giudizio di gusto - che sarebbe personalissimo e forse interesserebbe poco ai più - ma un giudizio di valore (scelte formali e rispondenza al contenuto, etc) e soprattutto identificando uno o più temi percorsi dal film che possono essere spunti interessanti.
Questo spesso lascia poco spazio al film in sé e per sé, vero, ma forse così evito di rovinarne/contaminarne troppo la visione e soprattutto spero che ridoni al film quella funzione di condivisione di un messaggio problematico attraverso la narrazione di una storia veicolata mediante medium finzionale. Cosa che forse si sta perdendo…
Azzardo a dire (aspettandomi diverse citazioni di film che smentiscnao questa come tutte le regole enunciate/enunciabili sul cinema) che in un buon film tendenzialmente il conflitto non si risolve mai del tutto e non si danno soluzioni univoche ma si aprono orizzonti e caleidoscopi di orizzonti.
Mi è stata anche “rimproverata” una certa superficialità come se non me la sentissi di scorrazzare davvero andando a fondo sull’opera.
Probabilmente è così: è pur sempre una recensione non un trattato e devo scontrarmi
a) con le mie scarse pretese caratteriali di esaustività (non sono certo il giovane Wittgenstein che con il Tractatus si era convinto di aver risolto tutti i problemi della logica formale) che mi impongono un andamento a “spunti & spruzzi” direi…
b) con la leggibilità e la fruibilità del testo che propongo pensando che forse il lettore si aspetta di capire se sia o meno il caso di vedere quel film e non voglia deviazioni/divagazioni teoreticoastratte, socialculturali, psicoantropologiche whatever. Rimandando ad approfondimenti altri - che poi sistematicamente non faccio perchè scrivo per lo più in tarda notte - i temi che smorzo.
Direi che ho scritto anche troppo “e (quindi) smetto di scrivere perché smetto di scrivere”.