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Etty, amica mia
di Raffaella Russo · 15 Ottobre 2002
Quando ho ricevuto in regalo il Diario (1941-1943) di Etty Hillesum, riedito nel 2002, in edizione tascabile per gli Adelphi, mi chiesi perché avrei dovuto leggere i pensieri privati di una sconosciuta ebrea prima di essere deportata, rischiando magari che fosse una lettura angosciante.
Ma l’amica generosa aveva attirato la mia attenzione accompagnando il dono con il commento “E’ un inno alla vita” , al quale si aggiungeva l’attrazione per un genere letterario, quale il diario,oramai poco praticato (se non fosse, almeno in Italia, per il lavoro di recupero e di valutazione della diaristica condotta ad opera dell’Archivio di Pieve di Santo Stefano), che alla fine mi hanno portato a sbirciare fra queste pagine…per fortuna la mia curiosità ha vinto sui miei pregiudizi!
La complessitá dei contenuti presenti nel diario, mi costringono a focalizzare l’attenzione piuttosto che sugli aspetti teologici o etico-filosofici, sull’elemento femminile e sull’introspezione che una giovane donna emancipata dell’Olanda degli anni quaranta ha saputo lasciarci in ereditá e infine, sull’attualitá del suo pensiero.
Quando cominció a scrivere il suo diario Etty aveva 27 anni, laureata in giurisprudenza, cultrice di lingue slave, si interessava alla psicologia studiando Jung e approfondiva la sua passione per la poesia (il suo autore preferito era Rilke) e per i testi biblici. Fin dall’inizio la sua scrittura si delinea come lo spazio di ricerca di una veritá, lungo il percorso complesso e ricco, dell’esplorazione e della costruzione dell’identitá femminile, una sorta di “stanza tutta per sé”in cui Etty si rifugia per prepararsi alla vita e affrontare le proprie inquietudini. Presto il suo dialogo introspettivo assume una forma di preghiera, ed il suo interlocutore diventa Dio, che aldilá di qualsiasi confessione liturgica precisa, sembra piuttosto rappresentare la parte piú intima e profonda dell’anima con cui sempre di piú Etty saprá confrontarsi. Questa ricerca interiore passa soprattutto attraverso l’affettivitá e il corpo di una donna desiderante e appassionata, per la quale l’incontro con Julius Spier, psicochiriologo junghiano prima suo terapeuta e poi suo amante,fará da specchio per la sua formazione e crescita spirituale, nonché per la sua emancipazione femminile.
“L’altro”diventa lo strumento per la differenziazione e per la conquista di un’indipendenza interiore e di un’autonomia di pensiero che Etty trova indispensabile per potersi poi aprire all’esterno e da sola far fronte a quanto la storia la costringe a vivere:
La sorgente di ogni cosa ha da essere la vita stessa, mai un’altra persona. Molti invece -soprattutto donne-attingono le proprie forze da altri:é l’uomo la loro sorgente non la vita.(…) Ho un cuore molto appassionato, ma mai per una persona sola:per tutte le persone.E’ un cuore molto ricco, io credo.Una volta pensavo sempre che l’avrei dato tutto ad una persona sola: ma é impossibile.(…)Sono affidata a me stessa e dovró cavarmela da sola. L’unica norma che hai sei tu stessa(…).
Attraverso il suo diario, come spesso accade nell’intimitá della scrittura femminile, Etty impara ad ascoltarsi e ad acquisire autoconsapevolezza non solo della propria persona e delle proprie debolezze ,ma anche della propria condizione di ebrea perseguitata e destinata all’annientamento, condizione per la quale si rafforza proprio grazie al proprio percorso introspettivo e spirituale, laddove capisce che solo con una salda coscienza di sé si puó far fronte all’esterno con coraggio e ottimismo:
Vivere pienamente, verso l’esterno come verso l’interno,non sacrificare nulla della realtá esterna a beneficio di quella interna,e viceversa:considera tutto ció come un bel compito per te stessa.
Professando la necessitá di riconoscere il marciume presente in noi stessi e iniziare a combatterlo prima di combattere quello fuori di noi , Etty inizia a costruire il sistema di pensiero che le permetterá di affrontare con grande coraggio la deportazione alla quale non intende sottrarsi, pur avendone la possibilitá:
Non credo piú che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi.E’ l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove.
Con un entusiasmo per la vita che non la abbandonerá mai, molto evidente soprattutto nel legame, terreno e uterino, alla natura che anche dentro un campo di smistamento di deportati riesce –grazie ad una nuvola ,un uccello o un paesaggio -a dare linfa alla sua fede e alla sua vitalitá, Etty teorizza una modalitá vincente anche di fronte a tanta inspiegabile distruzione, conquistando una dignitá che la salva dai pericoli della rassegnazione e dalla depressione:
Per umiliare qualcuno si deve essere in due:colui che umilia e colui che é umiliato e soprattutto :che si lascia umiliare.Se manca il secondo, e cioé se la parte passiva é immune da ogni umiliazione , questa evapora nell’aria.
Etty sceglie dunque di sottrarsi a tale umiliazione con fermezza e con la libertá di scegliere la sua condizione, con la combattivitá nel voler stare ostinatamente, come “cuore pensante”accanto ai suoi simili nel campo di Westerbork. La Hillesum é convinta che finché si staglierá un cielo sopra di lei , lo stesso accadrá dentro di lei: ovvero la possibilitá della libertá é l’individuo a conquistarsela, e nessun altro potrá veramente annientarla, finché ognuno manterrá un contatto con sé stesso, con quel pezzetto di eternitá che lei chiama Dio.
Etty é moderna tanto quanto Camus quando, come lui, mantiene il legame fra bellezza (della vita) e dolore sono accanto agli affamati,ai maltrattati e ai moribondi,ogni giorno-ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c’é posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine..
Quando si intende parlare di attualitá di un pensiero cosí intimo e personale, che sfiora nel misticismo, ma in cui si ritrovano anche elementi di politica e di filosofia, ci si riferisce ad un percorso di trasformazione che oggi forse si sposerebbe con i termini di non-violenza e solidarietá, che hanno portato la Hillesum ad affermare con convinzione che ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ció per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora piú inospitale. Facciamoci contagiare dal suo ottimismo, parafrasando Bonhoeffer, non ingenuo, ma inteso come volontá di futuro, di cui abbiamo forse ancora piú bisogno noi uomini di un nuovo millennio,quando oppressi dal caos e dalla catastrofe ci sottraiamo, in vario modo, alla responsabilitá della ricostruzione e della continuitá della vita alla quale Etty ha dimostrato di credere con ardore:
Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrá piú ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica. Non é anche questa un’azione per i posteri?
Etty Hillesum,Diario(1941-1943), Adelphi
Edizioni, Milano 2002, pagg.260, euro 8.00
Si segnala della stessa autrice:
Lettere (1942-1943), Adelphi edizioni, Milano 2002, pagg.149, euro 6.20



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