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pubblicato il 07 Febbraio 2005 · 3,049 letture

La malauniversità: cronache di ordinaria ingiustizia

di Interdetti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la denuncia del collettivo Inter_detti su uno dei tanti corsi di formazione realizzati con il solo scopo di mantenere fuori dal mondo del lavoro una montante mano d’opera precaria (ed altamente qualificata).

I finanziamenti del Fondo Sociale Europeo sono una fortunata forma di speculazione del terzo millennio.
Racconteremo qui una storia di spreco del denaro pubblico, voci piu’ sospettose la chiamerebbero forse indebita gestione del denaro pubblico, che sia il lettore a giudicare e a scegliere la propria morale. I protagonisti di questa storia sono 207.994,35 euro, 20 giovani disoccupati e un gruppo di persone, che d’ora in avanti chiameremo “l’Organizzazione”, formalmente facente capo alla pubblica Universita’.

Ma cominciamo dal principio: C’era una volta (e c’e’ ancora) un master; si presentava con la sua veste di gala ed un nome pomposo: “Intercultural Competence and Management”, un titolo che neppure gli organizzatori erano in grado di pronunciare e che suscitava un certo ridicolo imbarazzo, quando poi si doveva tradurne il senso. Questo master veniva e viene finanziato dal Fondo Sociale Europeo e dalla Regione Veneto, nonche’ dal Fondo Nazionale di Rotazione ed e’ volto alla creazione di figure professionali specifiche, che dovranno ricoprire posizioni offerte dal mercato e di cui il mercato del lavoro ha bisogno. Non diversamente dai corsi per saldatori, questo master dovrebbe rispondere ad una domanda e servire a stimolare la “produttivita’”; queste almeno sono le motivazioni che spingono gli enti a finanziare corsi del genere. Il corso e’ gratuito, si dice, ci si aspetta che i lavoratori formati ne ripaghino il costo. Il master e’ gratis? I progetti FSE sono gratis? I servizi offerti dallo stato o dagli stati sono gratis? E noi che abbiamo sempre creduto che fossero “pubblici”, cioe’ appartenenti al pubblico, perche’ dalla polis pagati attraverso i contributi fiscali. Ma il concetto di “pubblico” in questo terzo millennio e’ in fase di revisione.

Torniamo al nostro master. L’Organizzazione, si aggiudica quasi 208 mila euro per attivare questo corso sulla mediazione interculturale; esce il bando e i candidati accorrono a centinaia. Ora, se cercate la voce “bando” su un dizionario del terzo millennio troverete l’estensione dell’acronimo: “Bugie Autorizzate Non Domandateci Obiettivita’”. Il suddetto bando sventolava la chimera di creare esperti nel campo della gestione dei conflitti interculturali in quest’era globalizzata. Si parlava di tecniche, metodi, acquisizione di capacita’, ma, piu’ importante e meno arbitrario, si parlava di possibilita’ di inserimento attraverso uno stage in realta’ importanti, in Italia e all’estero, sbandierando sigle attraenti come ONU, Unesco, Parlamento Europeo, Consiglio d’Europa. Menzogne, bugie consapevoli e meditate, perche’ l’Organizzazione sapeva bene di non essere autorizzata a mandare gli studenti all’estero, era gia’ problematico farli uscire dal Veneto, e anche fosse stata autorizzata non ne avrebbe avuto la capacita’ politica, potendo contare al piu’ su un esiguo manipolo di enti e aziende locali convenzionate e comunque non in grado di assorbire tutti e 20 i partecipanti. Il bando aveva svolto la sua funzione di pubblicita’ ingannevole, d’altra parte il master e’ gratis, quale stolto si aspetterebbe coerenza e professionalita’ da qualcosa che nemmeno si paga? Ma chi li ha pagati gli oltre 40 docenti chiamati a fare lezione per 8 ore al giorno, per 5 giorni a settimana, per 4 mesi? E il variabile e moltiplicabile numero di tutor, alcuni dei quali venivano retribuiti per scarabocchiare una firma sul registro di quando in quando, chi li pagava? Non sara’ stata l’Universita’ pubblica, con le pubbliche tasse degli studenti e con i finanziamenti delle pubbliche amministrazioni regionali, nazionali e sopranazionali?

Menzogne si diceva, ma tutti siamo disposti a perdonare una piccola bugia, un peccatuccio di presunzione, se poi la sostanza delle cose c’e', solida, palpabile e vera. I contenuti proposti durante le lunghe e faticose lezioni del master sono stati del tutto inadeguati ad una qualsivoglia professionalizzazione. Che la larga maggioranza degli allievi di un corso ne contestino la qualita’, parrebbe gia’ ragione sufficiente a metterne in discussione l’utilita’, ma queste sono valutazioni, giudizi, e i giudizi dei senza potere, si sa, sono sindacabili e non hanno valore legale. Il problema, tuttavia, va al di la’ di della frustrazione delle aspettative, il problema non e’ solo che quasi 208 mila euro, del denaro pubblico, siano stati sprecati e continuino a venir sprecati, la questione e’ come e perche’ questo accade. Nonostante l’evidente fallimento di audience e di risultato dell’esperienza, il master viene riproposto senza modifiche (se non per la richiesta di una quota di iscrizione di 500 euro) per il prossimo anno accademico. A vantaggio di chi? Di sicuro non degli studenti , che escono insoddisfatti e, nella maggior parte dei casi, piu’ disoccupati che mai. Non delle istituzioni che si aspettavano di aver creato professionisti, ma soprattutto lavoratori. In un certo senso neanche dell’Universita’, visto che l’impalcatura del corso ha avuto pochissimo a che fare con la pubblica accademia; basti pensare che l’intera attivita’ del master si e’ svolta nella privatissima sede di un centro per la formazione. L’unico attore che trae vantaggio e prestigio da questa storia e’ l’Organizzazione: i docenti ne vedono arricchito il proprio curriculum e la propria busta paga, in aggiunta, gli organizzatori riescono a piazzare un po’ di copie dei loro libri, pagati con i fondi FSE e gentilmente regalati agli studenti.
È la vittoria del potere cattedratico sull’impotenza e la ricattabilita’ dei giovani di questo terzo millennio; e’ la vittoria della burocrazia sulla conoscenza, del conformismo sul libero pensiero. Oppure no?

Come tutte le storie che si rispettino, anche questa dovrebbe avere il suo “e vissero tutti felici e contenti”, ma questa storia non e’ ancora finita. Gli studenti non hanno finito di protestare, di scrivere e di lamentarsi, perche’ non si puo’ lasciare che l’ennesimo imbroglio cada nel silenzio e si perpetui con l’approvazione delle istituzioni. Insieme abbiamo deciso che vale la pena lottare anche per una piccola ingiustizia come questa, perche’ delle ingiustizie del terzo millennio e’ anch’essa un’odiosa manifestazione. Invitiamo quindi a diffondere questa storia e invitiamo altri sventurati in cerca di lavoro a boicottare il master in Intercultural Competence and Management di questa “anonima” Universita’ del Nord-Est (se siete dei veri segugi da fiaba la scoverete da soli). Speriamo soprattutto che questa esperienza serva a guardare con maggiore criticita’ al proliferare di master-truffa che si nutrono del FSE e ci auguriamo che si sollevino numerose le voci degli studenti ingannati ed indignati per denunciare gli abusi e rivendicare i propri diritti.

Noi studenti Inter(cultural)detti siamo un gruppo di sopravvissuti al master. Il collettivo deve il proprio nome niente po’ po’ di meno che al vocabolario Zingarelli, che fa succedere al termine “interculturale”, la parola “INTERDETTO”, nelle sue tre accezioni: 1) Proibito, vietato; chi e’ colpito da un divieto, una proibizione; chi non puo’ esercitare i propri diritti; (fam) sciocco, stupido. 2) Sorpreso, turbato da un fatto improvviso. 3) Pena canonica che puo’ colpire le persone fisiche o giuridiche privandole di dati diritti o beni spirituali.

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