Newbrainframes - blog metropolitano

pubblicato il 11 Febbraio 2005 · 3,014 letture

Risposta a Creative Commons Italia

di Luca Egitto

Considerazioni sull’iniziativa Scarichiamoli.

Amici di Creative Commons, anzitutto complimenti per il lavoro fatto finora e soprattutto per la gia’ ampia varieta’ di licenze disponibili. Vorrei commentare l’interessante proposta da voi lanciata con il nome “Scarichiamoli”, in relazione all’appello apparso su Rekombinant e alla sintesi della proposta di riforma postata sul vostro sito. Parto da quest’ultima proposta, perche’ e’ quella che mi ha lasciato perplesso.
Nelle messaggio presente sul vostro sito (vedi) appare evidenziata una frase che suona programmatica per il vostro progetto:

“A tal fine, i diritti esclusivi relativi ad un’opera dell’ingegno dovrebbero estinguersi nel momento in cui l’opera viene prodotta/riprodotta grazie ad un finanziamento pubblico.”

Se la riforma venisse presentata con un biglietto da visita di tale tenore avrebbe vita dura dal primo minuto. C’e’ una contraddizione in primo luogo: il diritto sorge in capo all’autore quando quest’ultimo “partorisce” l’opera. Come fa questo diritto a sorgere ed estinguersi nel medesimo momento? Semplicemente non verrebbe mai alla luce. Inquadrata in una circostanza in cui e’ lo Stato a finanziare un opera il cui autore e’ di fatto esautorato dal dominio sul proprio lavoro quando quest’ultimo vede la luce, tale prospettiva ha un non so che di pre-illuminista. Perche’ risale alla Rivoluzione Francese il riconoscimento del diritto dell’autore non solo ad essere riconosciuto padre dell’opera ma anche a deciderne il tempo e le modalita’ di pubblicazione, e quindi lo sfruttamento economico.
Una “innovazione” che priva l’autore di opere commissionate dallo Stato del diritto esclusivo su di queste non e’ una novita’ ma un bel passo indietro di qualche centinaio di anni.
Comprendo perfettamente che il diritto all’informazione e’ oggi grandemente condizionato dalla normativa sul diritto d’autore, ma non per via della struttura di questo quanto per i costi che la sua architettura contrattuale impone agli utenti finali.
Pertanto il problema non e’ tanto giuridico-politico quanto economico-contrattuale: se le opere avessero costi accessibili ben pochi si sognerebbero di protestare.
Il malcontento e’ generato dall’impossibilita’ di corrispondere il prezzo imposto per la fruizione delle opere, ma e’ la piattaforma negoziale a determinare i costi del prodotto dell’ingegno, non la natura del diritto individuale dell’autore.
Se si volesse vincolare la destinazione e l’uso dei lavori commissionati dallo Stato lo strumento e’ il contratto, non la legge; inoltre se proprio si volesse creare in capo all’Amministrazione Pubblica la titolarita’ del diritto esistono gia’ i mezzi per farlo nella legislazione esistente. Ma nello spogliare del diritto un intera categoria di autori, a parte le implicazioni costituzionali che sono descritte di seguito, si creerebbero delle situazioni di disparita’ tra settore pubblico e privato e tra Italia e Paesi Esteri che lascerebbe i primi irremediabilmente pregiudicati per l’inevitabile “fuga di cervelli”.
Stabilire a priori e con forza di legge che alcune opere godono dell’intero fascio di diritti esclusivi mentre altre ne sarebbero prive, creerebbe una disparita’ di posizione tra privati cittadini di fronte alla legge, con chiare pregiudiziali di costituzionalita’ per qualsiasi normativa tentasse di instaurare un regime di questo tipo.
Inoltre il fatto che un autore veda cadere i propri diritti sull’opera commissionata dallo Stato per il solo fatto di averla creata non comporta, come sostenete, la sola rinuncia ai diritti patrimoniali, ma demolisce a monte anche i diritti morali.
La strada della riforma legislativa e’ tremendamente impervia se vi incamminate per quella via.
Ripeto: e’ piu’ semplice lasciare impregiudicati i diritti soggettivi e vincolare contrattualmente la destinazione dell’opera.

“Se lo Stato sovvenziona la produzione di un filmato, quel filmato sara’ di pubblico dominio;
se lo Stato paga un esecutore affinche’ esegua un brano musicale, l’esecutore non potra’ vantare diritti esclusivi su quell’esecuzione. “

Credo che cio’ che cercate possiate trovarlo all’art.11 della LDA. Lo Stato diventa il titolare dei diritti (tutti) e quindi decide tutto quello che vuole sulla destinazione dell’opera.
Un ulteriore intralcio all’iter da voi prospettato, sono i trattati internazionali sul diritto d’autore dell’UNESCO, del WIPO, del WTO (TRIPS)che obbligano gli Stati contraenti a garantire a tutti gli autori un minimo di protezione; non credo proprio che la classe politica sia disposta ad intaccare 120 di monolitica adesione italiana alle convenzioni sul diritto d’autore per amor di una minoranza illuminata quale voi siete.
Per come l’avete messa voi [...]” i diritti esclusivi relativi ad un’opera dell’ingegno dovrebbero estinguersi nel momento in cui l’opera viene prodotta [...]“, l’idea sembra impraticabile in termini logici, legislativi, economici e politici.
L’idea di fondo e’ giusta, nel senso che i fondi pubblici dovrebbero garantire la piu’ ampia fruibilita’ delle opere create grazie a questi, ma ottenere tale risultato spogliando alcune categorie di individui di un diritto della loro personalita’ non e’ un grande esempio di civilta’, ma una malcelata tendenza all’esproprio punitivo.
La lezione che ho tratto dalla lecture di Lessig alla Royal Geographical Society e dai suoi libri e’ che il massimo beneficio per la collettivita’ si ottiene rinegoziando ed eventualmente comprimendo il diritto dell’autore, non sradicandolo.

Tutt’altra e’ l’impressione che deriva dall’analisi del vostro comunicato su Rekombinant. L’idea di creare una piattaforma digitale su cui installare tutte le opere i cui diritti d’autore siano estinti dovrebbe diventare programma prioritario di tutti i mediattivisti per due ragioni fondamentali. La prima e’ che la possibilita’ di usufruire di un sistema di sapere universale immediato nell’accesso e sconfinato nelle dimensioni renderebbe molto piu’ pluralista e diversificato l’attuale panorama dell’informazione oggi completamente infeudato con i media corporativi e appiattito su di una sub-cultura visiva espressione di un marketing famelico.
La seconda ragione e’ che la storia e la cultura del nostro paese e del nostro pianeta, resa accessibile in modo logico e strutturato, potrebbe dare la possibilita’ a tutti di costruirsi un educazione non istituzionale demolendo o perlomeno intaccando l’attuale sistema-istruzione, dove si viene sempre piu’ spesso addestrati a discipline tecniche utili, forse, nel breve periodo, ma che lasciano gli studenti impreparati per il futuro, aridi culturalmente e vulnerabili politicamente. La lezione che deriva dal successo epocale del file sharing e’ chiara: quello che costa poco o nulla ed e’ a portata di mouse, attira in modo irrefrenabile gli utenti. Dal momento che la tecnologia digitale elimina il problema della scarsita’ di risorse, che diventano immediatamente moltiplicabili, la possibilita’ di rendere fruibile il patrimonio culturale senza intaccare i diritti di nessuno costituisce una scommessa avvincente senza precedenti per la nostra societa’.

Riassumendo: se si vuole rendere accessibile a tutti un opera dell’ingegno finanziata dallo Stato, lo si puo’fare con scelte di politica legislativa che trasferiscano alle Universita’ i diritti di sfruttamento economico imponendone la gratuita’, negoziando con l’autore le eventuali clausole riguardanti i diritti morali cosi da non creare impaccio alla creazione di opere derivative. Garantendo quindi retribuzione all’autore, accesso agli utenti, e incentivo alle creazioni derivative.
Per quanto riguarda invece la creazione di una stuttura digitale di diffusione dell’informazione non proprietaria, questo si che e’ a portata di mano: l’architettura informativa c’e’ gia’, e i costi di acquisizione di opere libere da copyright sono relativamente bassi. E’ una delle poche scommesse in cui possiamo vincere tutti e quindi dobbiamo giocare a tutti i costi.

Con rispetto e affetto da Newbrainframes

Commenti

1 commento per il momento.

  • di Stefano Minguzzi (25.12.2006 alle 11:06) Stefano Minguzzi Identicon Icon

    Danilo Moi su Attivista.com:

    Brasile, Finlandia e Giappone hanno aderito, rispettivamente attraverso la Fundação Getulio Vargas’ Law School in Rio de Janeiro, l’Helsinki Institute for Information Technology e il GLOCOM all’estensione e all’adozione del progetto Creative Commons. L’idea di fondo é costituita dalla volontá di sviluppare le licenze nelle singole nazioni in accordo e in compatibilitá con le legislazioni locali.

    La natura “dinamica” delle Creative Commons, la loro duttilitá, la capacitá di adattarsi alle singole esigenze e situazioni, in opposizione alla staticitá del Copyright, si manifesta e ribadisce con questo progetto. Viene inoltre compiuto un passo ulteriore alla agognata determinazione di uno strumento legale internazionalmente riconosciuto che possa contrapporsi al Copyright stesso.

    Non resta che auspicare che l’Italia costituisca la quarta nazione aderente.

    Chi sono, almeno secondo la mia visione delle cose, le realtá italiane che possono dare avvio a tale adesione? L’Associazione Software Libero (ww.softwarelibero.it), l’associazione Autistici-Inventati (www.inventati.org) e l’associazione Isole nella rete (www.ecn.org). Il mio augurio, sebbene, ripeto, sia una mia opinione personalissima, é che le tre associazioni possano mettere in atto, in un futuro imminente, un’azione comune in tale direzione.

    Pagina specifica su creativecommons.org:
    http://creativecommons.org/projects/international

    Articolo correlato: “Creative Commons: il Copyleft prende forma”:
    http://www.attivista.com/2003/luglio/creative_commons_copyleft.html