pubblicato il 07 Febbraio 2007 · 1,973 letture
Dove cadono le macerie dell’11 settembre del calcio italiano
di mcsilvan
Non si può non rimanere impressionati da alcuni caratteri di guerriglia urbana presenti nei filmati degli incidenti di Avellino (2003) o del recente episodio di Catania: aggressioni di massa alle forze dell’ordine, blocchi stradali, ferroviari, navali, cortei notturni con incidenti programmati (articolo pubblicato anche su Senza Soste)
Chiunque ricordi i pi� recenti fatti riguardanti gli episodi di turbativa dell’ordine pubblico provenienti dal mondo del calcio dagli incidenti di Avellino del 2003, provocati dalla reazione alla morte di un giovane napoletano, non pu� non rimanere impressionato da alcuni caratteri di guerriglia urbana presenti in questi fenomeni. Aggressioni di massa alle forze dell’ordine, blocchi stradali, ferroviari, navali, cortei notturni con incidenti programmati e questo per parlare solamente degli episodi di rilievo che da Avellino a Catania, passando per Firenze o Genova o Messina, sono circolati impetuosamente sui circuiti delle notizie.
E si tratta di episodi che non hanno riguardato solamente l’area dello stadio, come a Catania ed Avellino, ma si sono diffusi esportando disordini su diversi canali del territorio urbano. Questo fenomeno, legato sia a dinamiche conflittuali tra gruppi, quando esplode allo stadio, che, negli altri casi, alla necessit� di far valere il peso simbolico della tifoseria in vicende amministrative e disciplinari della squadra, ha caratteri permanenti. Nel senso che ha fasi culminanti, spettacolari e visibili il cui ritorno nel cono d’ombra prefigura una riemersione: magari con nuovi attori, organizzati diversamente o attorno ad un simbolico nuovo o con altre pratiche ma sempre con la caratteristica della convergenza tra gruppi che trovano un momento fusionale nella rottura dellordine pubblico. Se si guarda con occhio storiografico a queste vicende si vede, a partire dal ritrovamento di una bomba allo stadio di Verona nel ‘77 e alla morte di Vincenzo Paparelli nel ‘79, che fasi culminanti e coni d’ombra hanno di fatto costituito questa trentennale continuit� nella produzione di continui momenti di rottura, anche spettacolare, delle dinamiche di ordine pubblico.
E’ un qualcosa al quale si pu� applicare grosso modo lo schema lotte/ristrutturazione/ lotte che la storiografia operaista applicava sul proprio oggetto di studio: a un periodo di rottura delle dinamiche dell’ordine pubblico corrisponde uno di ristrutturazione sociale e normativa che sfocia in un nuovo periodo di rottura. In questo senso finch� lo schema tiene, e fino ad adesso ha tenuto, possiamo parlare di un fenomeno permanente. Non si deve per� avere un’idea del fenomeno come quella di uno sciame che cresce, nonostante le
ristrutturazioni, magari fino al collasso di un mondo come avviene per il pulviscolo di alieni in Ghost of Mars di Carpenter. Rispetto alla lunga storia di incidenti legati al mondo del calcio dell’epoca industriale la rottura dell’ordine pubblico nelle nostre societ� post-industriali del continente avviene su un terreno urbanisticamente contenuto, perimetrato ed in episodi quantitativamente pi� ridotti nel numero di persone coinvolte e nella tipologia di gravit� degli episodi. Con la differenza che la spettacolarizzazione del gesto della rottura dell’ordine pubblico tramite la pluralit� di piani mediali pone questi episodi non tanto al centro dell’immaginario delle tifoserie ma di quello del cervello sociale.
Queste affermazioni potranno risuonare strane a chi si trova investito da sequenze di piani immagine riguardanti gli scontri come quelli di Catania, montate con un commento ansiogeno o partecipativo del lutto di chi � rimasto vittima degli incidenti: l’impressione che se ne ricava � che la “violenza” sia dappertutto. Ma tra le modalit� di diffusione degli incidenti provocati da tifoserie nell’epoca industriale e quelle del post-industriale la differenza � enorme: nel primo caso sul piano urbanistico veniva investito fisicamente il territorio anche nella sua interezza e in una parte significativa della sua popolazione, nel secondo ad essere investiti sono, anche in caso di incidenti al di fuori dello stadio, settori “specializzati” di popolazione e operatori professionali dell’ordine pubblico, in canali in qualche modo dedicati a queste pratiche in un territorio perimetrato, compartimentato dalle varie funzioni d’uso sociale o da pratiche di controllo. Il rimando ai circuiti delle immagini nel momento degli incidenti � sia l’altra grande differenza rispetto all’epoca industriale che l’aspetto profondamente delegittimatorio del sistema sociale attraverso il quale circolano queste immagini. Infatti, per quanto possa sembrare paradossale gli incidenti tra tifoserie dell’epoca industriale che potevano investire, agli albori del ‘900, intere citt� ma non l’immaginario di una nazione. Oggi investono, oltre allo stadio, zone “dedicate” del tessuto urbano ma, grazie alla produzione di immagini su una molteplicit� di canali ad impatto capillare, finiscono per circolare dritto nel cervello sociale. E questo avviene nel momento in cui la produzione di simbolico a causa questi eventi � quanto mai delegittimante per una societ� di controllo: l� dove il consenso lo si ottiene tramite le politiche securitarie, la diffusione spettacolare dell’impotenza degli operatori dell’ordine pubblico diviene un problema che riguarda la stessa messa in crisi della legittimazione della forza dello stato che altri non � che la fonte in ultima istanza del giuridico e del politico.
Ecco quindi che gruppi di ultras impolitici, o di gruppi politicizzati in modo ideologicamente
minoritario rispetto al corpo della societ�, finiscono per produrre eventi che mettono in discussione la legittimazione stessa degli apparati amministrativi e istituzionali proprio perch� oggi questa si d� prevalentemente in quanto capacit� di erogazione di “sicurezza” e non di diritti o di servizi sociali. In questo contesto gli gli stadi, in quanto zone di produzione di grandi eventi nelle quali convergono quote significative di popolazione, sono zone di massimo controllo e di diffusa elusione del controllo, zone dove si cerca di esercitare le tecnologie della pacificazione e dove si pratica un livello di scontro. E non deve neanche deve stupire il fatto che l’ottica del potere, che oggi si concretizza nelle tecnologie televisive sia a circuito chiuso (per l’esercizio di pratiche di polizia) che in chiaro o criptato (per la riproduzione delle pratiche mediali di legittimazione) si focalizzi su dettagli microfisici o insignificanti. Quando sulle prime pagine dei giornali e nelle edizioni dei tg finiscono per essere rappresentate come un pericolo anche isolate scritte sui muri, e provenienti da citt� medio-piccole, riguardanti le vicende di Catania significa che l’ottica del potere si fa microfisica ben oltre la mera necessit� del controllo: perch� quando un potere non � pi� in grado di erogare diritti e servizi ma solo “sicurezza” non resta che l’ossessione della vigilanza ben oltre il suo concreto significato.
Stiamo parlando quindi di un contesto dove convergono anche convulsamente le necessit� di rappresentazione degli incidenti sui circuiti mediali, gli effetti della messa in discussione simbolica della forza legittimante dello stato, e le esigenze di espansione dell’ottica del potere fino all?inutilmente microfisico. Sono tutti fenomeni che egualmente appartengono alle dinamiche di comportamento dei poteri amministrativi e statuali, quando non dello stato come soggetto politico, di fronte alle dinamiche di rottura dell’ordine pubblico negli stadi o grazie alle tifoserie. L’ansia da parte dello stato nell’erogazione, quasi sempre solo simbolica, di “sicurezza” fa parte sia delle risposte istituzionali a questi fenomeni che dei tentativi di sostituzione di una politica dei diritti e dei servizi di fatto inerogabile in una societ� neoliberista.
Viene inoltre da dire che se qualcuno in queste dinamiche da stadio di rottura dell’ordine pubblico, vi cerca le banlieue italiane le trova. Le trova sicuramente sul piano della morfologia sociale, ogni periferia � la spina dorsale di una curva in una citt� italiana, e su un piano della capacit� di attrarre nelle proprie pratiche ampi strati “centristi” della societ� cosa che alla banlieue francese non riesce pi� di tanto in quanto perimetrata fisicamente nella struttura delle citt�. Quello che diversifica le dinamiche da stadio italiane dalla banlieue francese � l’armamentario culturale: innestato nella societ� dei consumi o spoliticizzato, o politicizzato prevalentemente dentro un vuoto simbolico di destra, quello italiano e pienamente immerso nelle dinamiche della autoproduzione delle culture musicali quello francese. In questo modo la stessa contrapposizione italiana tra periferie e istituzioni, che si gioca negli scontri sul piano concreto come su quello simbolico, non ha la forza di farsi riconoscere n� la qualit� necessaria per essere ancora effettivamente riconosciuta come tale. Per quando si giochi concretamente la contrapposizione con la polizia, che � ben pi� di una “banda” sul territorio rappresentando simbolicamente lo stato, per quanto sia evidente l’uso della cultura dello spettacolo, nel caso italiano il calcio in quello francese la musica, come veicolo di un confronto che va oltre lo spettacolo nello specifico italiano i significati di questa contrapposizione con l’autorit� non hanno ancora raggiunto quello possibile di “una generazione di esclusi contro il potere” come in Francia.
E questo avviene prima di tutto perch� il livello di autoproduzione della cultura calcistica italiana, condizionata dai grandi stili di consumo, non � ancora paragonabile in termini di qualit�, che genera intensit� di comportamenti e riconoscimento dall’esterno, con la scena musicale francese. Ma ci sono anche altri due fenomeni che spiegano lo specifico culturale delle curve e introducono al rischio che queste vicende della rottura dell’ordine pubblico da stadio rimangano entro dinamiche esclusivamente repressive con una profonda ricaduta sull’intera societ�. Questi due fenomeni sono la pluridecennale spoliticizzazione e riduzione ad enclave di consumo delle periferie italiane, quelle complessive non solo quelle da stadio, e il netto spostamento della sinistra italiana verso il linguaggio, i temi culturali e politici dei ceti medi e medio-alti “civilizzati”. Le profonde mutazioni del politico in Italia, proprio a partire dall’avvento della societ� post-industriale, hanno talmente allontanato la sinistra, di tutti i generi, dalle periferie che se questa decidesse di penetrarci di nuovo avrebbe di fronte a s� un lavoro politico di mappatura, di acquisizione dei linguaggi, di metabolizzazione dei comportamenti che non potrebbe dare frutti che nel prossimo trentennio. In questo modo pur producendo fenomeni di scontro che riguardano la sfera politica, sul piano della delegittimazione simbolica dello stato, le periferie non solo non sono neanche in grado di capire effettivamente cosa stiano facendo mentre la sinistra, di ogni genere, temendo di perdere contatto con i ceti medi e medio-alti impauriti dal comportamento delle periferie si mantiene ben lontana dal delegittimare le pratiche securitarie.
Insomma, in vicende come quella di Catania si riflette la deriva delle periferie italiane: impoverite economicamente e cognitivamente, lontane da un linguaggio collettivo, anche nello scontro simbolico con lo stato che avviene su terreni generati dallo spettacolo, abbandonate dalla stessa sinistra che ha altri livelli strategici di rappresentanza, l’opinione pubblica come sostituzione del radicamento sociale in epoca mediale, si ritrovano avvolte da dinamiche sempre pi� securitarie e tecnologiche nel silenzio e nella mancanza di concettualizzazione di questo problema da parte delle sinistre. Il problema sta tutto nel fatto che la societ� di controllo, il disciplinamento e la privazione tecnologica delle libert� complessive sul piano universale della norma, alimenta la propria presa sull’intera morfologia sociale proprio a partire da scontri simbolici, e mediatici, come quelli aperti a Catania. E che quindi la sinistra non � attualmente in grado, proprio perch� segue le evoluzioni di una opinione pubblica impaurita dall’ossessione dalla “sicurezza” prodotta da un piano mediale che oltretutto non governa, di produrre efficaci anticorpi e zone di resistenza all’evoluzione della societ� di controllo.
Eppure se la vicenda del poliziotto ucciso a Catania � una sorta di 11 settembre del calcio italiano, di un crollo improvviso di un’architettura dell’organizzazione dello spettacolo e del rapporto sociale, la tifoseria del Catania rappresenta � una sorta di Al-Qaeda. Non tanto in una qualche fantascientifica idea di sfida allo stato intrapresa da qualche tifoseria. Ma in quello che vuole la tifoseria catanese in un rapporto contrattuale e di cooperazione con istituzioni e ceti politici del suo territorio. Insomma la tifoseria catanese sarebbe, in questo senso, una sorta di Al-Qaeda sfuggita di mano agli stessi referenti politici ed istituzionali che comunque o l’anno coltivata o ne hanno riconosciuta la presenza. Lontana dall’idea dell’essere una scheggia impazzita del mondo giovanile aliena dal territorio e dal rapporto con partiti ed istituzioni la tifoseria catanese, e su questo facciamo fede a numerose fonti empiriche anche di tipo scientifico, sarebbe piuttosto un elemento regolatore dei rapporti di potere in quella citt� e sul territorio sfuggito nel giorno del derby allo stesso ambiente di regolazione.
Allo stesso tempo non � da sottovalutare il clima politico, e l’idea che il ceto politico ha della
societ� in questo contesto. Le affermazioni del presidente del consiglio sul “paese impazzito”, in quanto refrattario alla ristrutturazione finanziaria, non possono non trovare uno sbocco sul piano delle politiche sociali. E lo sbocco lo trovano nella animalizzazione di alcuni settori di societ�, praticata nella rappresentazione mediale, alla quale corrisponde l’erogazione di pratiche e di normative d’emergenza.
E si tratta di politiche di emergenza che quanto pi� provengono da settori amministrativi e politici in crisi, la federcalcio commissariata e il governo sul filo del consenso, tanto pi� cercano di mostrarsi radicali come strumento di risoluzione della crisi delle istituzioni che le promuovono. Al momento i tentativi di promozione di politiche di emergenza, che finiscono per valere sul piano normativo e delle politiche concrete su tutta la societ�, si appoggiano molto sul mito inglese. Sull’idea cio� che una profonda ristrutturazione urbanistica degli stadi e un pacchetto di leggi d’emergenza finisca per stroncare il fenomeno. A parte il rischio per la vita di tutti di una impetuosa crescita delle tecnologie e delle normative di controllo, il caso inglese � differente dall’attuale italiano. Le tifoserie britanniche hanno subito un processo di adattamento di pratiche nate durante l’epoca industriale poi scontratesi con i processi di ristrutturazione securitaria dell’Inghilterra post-industriale della Thatcher. L’Italia, anche per la differente organizzazione interna delle forze securitarie, sembra essere un caso differente molto di pi� di quanto la retorica sul caso inglese faccia pensare.
In una situazione come questa, ove si chieda che fare, la risposta non pu� che essere: neutralizzare le funzioni del controllo ovunque ci si trovi e cooperare per questo scopo e lavorare per intrecciare quel tessuto di anticorpi al controllo fatto di intreccio tra culture “alte” sul piano critico e culture underground. Si tratta di produrre dal piano linguistico a quello politico, ogni dispositivo simbolico che non permetta di funzionare ai dispositivi di potere e, soprattutto, alle loro evoluzioni tecnologiche. Chi sa guardare oltre l’apparenza dei fenomeni, senza cedere alle retoriche del dolore e a quelle dei barbari alle porte pu� intraprendere questa strada. Ne va delle garanzie reali alle nostre libert� collettive.
La bozza del decreto del governo sugli stadi � anticipata, e sostanzialmente riassunta nella forma che assumer�, da Repubblica.
Il DASPO di sette anni preventivo, senza aver commesso alcuna infrazione, � un potere discrezionale di allontanamento da uno spazio pubblico che giusto il Re o lo Zar potevano avere a disposizione.
Le misure di regolamentazione delle trasmissioni televisive allo studio del governo, in aggiunta a queste disposizioni per decreto, trasformano in calcio nel cavallo di Troia per l’emanazione di provvedimenti formali che intervengono sui contenuti delle trasmissioni che in Italia hanno precedenti solo in qualche misura a sostegno della “moralit�” ai tempi del centrismo democristiano o, peggio, a quelli del Minculpop.
Considerando la stampa mainstream in preda al solito delirio securitario, e scartando Liberazione in quanto quotidiano di fantascienza per lettori incalliti di Dick, diamo uno sguardo al Manifesto di oggi. Vi si trova un corsivo di Dal Lago che per� � un outsider e fa testo solo come tale. Nelle pagine gestite dagli insider, quelli che fanno il giornale tutti i giorni e ne determinano il profilo, troviamo l’applicazione equa e solidale della linea di Blair. Lo si era capito da ieri quando nell’articolo sui provvedimenti del governo era stato dato uno spazio piccolo, quanto i codicilli di un contratto per l’acquisto di un’aspirapolvere da un piazzista, ai forti rilievi di incostituzionalit� svolti dall’Unione delle camere penali. Sul numero di oggi il coronamento di una linea securitaria di tipo equo e solidale. Si accettano in pieno, senza discussione alcuna, le linee repressive giustapponendogli qualche iniziativa di carattere partecipativo. L’intervista al responsabile di progetto ultr�, non entrando nel merito di alcuno dei provvedimenti previsti, chiede l’applicazione (sic) delle misure Blair in Italia ANCHE nella parte che Inghilterra prevede un bel tavolo nazionale con le tifoserie.
Sulla punta della baionetta insomma, basta che ci sia un tavolo di confronto. Il corsivo di pagina 6, non citiamo gli autori senn� spunta sempre qualcuno che dice che c’� qualcosa di personale per sviare le critiche, dopo aver esortato ad andare con Gramsci (?) allo stadio piazza nel discorso lo strategico “le misure repressive sono inevitabili” ribadite da un “occorre la repressione, e a volte � inevitabile” addolcite dalla necessit� di una “riforma intellettuale e morale”.
Occorrerebbe, aggiungo io, capirci qualcosa dei fenomeni di cui si sta parlando e del pericolo che stiamo correndo: di una societ� rigidamente normata da tecnologie di polizia in aspetti capillari della vita pubblica la cui costruzione non avviene in contrapposizione ai soggetti “politicamente corretti” ma verso quelli ritenuti devianti. Una costruzione che avviene con il consenso dei soggetti “politicamente corretti” e con la loro definitiva neutralizzazione al momento in cui la costruzione securitaria verr� ultimata.
Nel frattempo mentre compaiono provvedimenti di puro arbitrio nei confronti del singolo, normati sulla base del sospetto, ben venga un tavolo con il ministro e un aperitivo con la Melandri.














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