pubblicato il 21 Marzo 2007 · 2,901 letture
Le tre sinistre: liberal, democrat e radical
di Stefano Minguzzi
Una società che cambia non ha solo nuovi bisogni, ma necessita anche e soprattutto di nuovi diritti e di nuova rappresentanza. Obiettivi raggiungibili a sinistra come a destra anche tramite nuovi partiti e, per forza di cose, di una nuova politica. La sfida del partito democratico deve partire da qui.
Cambia la società, cambiano i partiti
La creazione del Partito Democratico è di per sè una novità perchè abbandona l’idea di un soggetto egemonizzato ideologicamente: si abbandona Gramsci e si punta ad un progetto plurale sia dal punto di vista politico che culturale. Così come già tentato dal PDS prima e dai DS poi si punta ad un partito che riesca a rappresentare una società non più divisa in classi, ma divenuta moltitudine di multi-individui.
All’opposto di quanto descritto da Marcuse ne “L’uomo a una dimensione” gli individui nelle società occidentali sono ormai scissi in più identità in base ai contesti nei quali si trovano. Cessa di esistere l’identificazione totale tra lavoro, posizione sociale e collocazione politica. Così questa estate in Italia abbiamo scoperto la figura del cittadino consumatore ed, al contempo, produttore (prosumer).
Una delle prime conseguenze di questo approccio è vedere come fondamentale la libertà di questi multi-individui di autorealizzarsi nella società su più fronti (professionale, umano, culturale…) e quindi imporre una visione economica improntata alla libertà come impegno sociale (vedi Amartya Sen). Dal concetto comunitario del comunismo/comunione dei beni si passa quindi al concetto chiave dell’eguaglianza degli accessi (al lavoro, alla cultura, alla salute, alla scuola…).
Prima però i principali fondatori del Partito Democratico, Democratici di Sinistra (DS) e Margherita (DL), devono risolvere le ambiguità della loro breve storia. Nei pochi anni di vita il blocco DS-Margherita è stato il sostenitore della globalizzazione governata, la cosiddetta “terza via”: hanno firmato con entusiasmo la nascita del WTO, hanno sostenuto la guerra preventiva in Kossovo, hanno introdotto la flessibilità nei contratti di lavoro in Italia con il pacchetto Treu. E non solo: il blocco riformista è stato più reale del re in occasione del G8 di Genova decidendo di non partecipare e rifiutandosi di partecipare né ai tempi del primo Social Forum Europeo di Firenze, né durante gli innumerevoli Girotondi antiberlusconiani, organizzati a ben vedere dal proprio elettorato. In nome del no alla piazza si è rifiutato di manifestare contro praticamente tutto: dalla Bossi-Fini, alla difesa dell’Art.18, fino alla rivolta dell’elettorato di centrosinistra che ha costretto a forza i partiti a cambiare idea sulle leggi ad personam, sulla missione in Iraq e sulla guerra al terrorismo di Bush.
La strategia del blocco riformista a ben vedere ha creato i presupposti nel palazzo, più che nella società, per la spaccatura: da una parte la sinistra riformista dall’altra quella radicale. Verdi e PdCI sono scivolati via dall’area dell’Ulivo nella quale si trovavano e hanno assunto linguaggi e temi propri dei movimenti e fino ad allora appannaggio della sola Rifondazione Comunista. Alla luce dei fatti odierni un errore che ha indebolito l’area riformista in Italia, ma anche Verdi e PdCI causando anche dolorose perdite in seno all’ambientalismo (Realacci, Ronchi e Manconi che hanno abbandonato i Verdi per DL e DS).
Un errore, da correggere, di una classe dirigente evidentemente poco in sintonia con il paese e da correggere, ma anche e soprattutto un fallimento del “sistema partito”. Partiti incapaci negli anni ‘90 di rivoluzionarsi e costretti a diventare pure e semplici macchine elettorali.
Forse oggi è ancora possibile rimescolare le carte cambiando le regole di funzionamento del futuro Partito Democratico. Un nuovo partito che dovrà essere più agile, anche se interrogarsi sulla cultura politica, sulle passioni ideali non basta, c’è bisogno di uno scarto formale.
Chi è in grado oggi di creare un partito come quello ipotizzato finora? Un altro partito, senz’altro, e ovviamente DS e Margherita questo stanno tentando di fare. Il perchè è stato illustrato nelle righe precedenti: un mix di scelte ed errori condotti insieme e che rendono i due principali partiti dell’Unione gli unici amalgamabili come storia e come universo di riferimento.
Il costituendo Partito Democratico ha però il dovere di aprirsi alla società, ma sarebbe ridicolo pensare che questo processo si riduca a delle iscrizioni di massa o a qualche unità tematica senza poteri. I due partiti fondatori prima di tutto devono creare una “cosa” capace di rappresentare ed ospitare chi crede in una politica di riforme che combatta le diseguaglianze sociali, che premi i meriti e le competenze, che apra l’Italia all’Europa e viceversa. Con un programma che usi il governo per trasformare il paese facendo prevalere il merito all’interesse.
Questa “cosa” deve aprirsi alla partecipazione sociale. Ma come si può pensare di creare una casa del riformismo democratico con associazioni e singoli? Bisogna costruire decostruendo, bisogna creare un partito aperto e leggero partendo da due partiti tradizionali ed includendo la società. E solo una struttura aperta e decostruita ne sarà capace.
Quale cultura?
Il Partito Democratico quindi è una sfida alle culture politiche che si sono affacciate in questi anni: il liberalsocialismo, la socialdemocrazia, il cristianesimo sociale, il cattolicesimo democratico, l’ambientalismo. Le riassumerei in tre famiglie: liberal, democrat e radical. Queste tre culture si devono sfidare non per annullarsi, ma per produrre politica, soluzioni capaci di affrontare i problemi quotidiani. D’altronde mai la purezza ideologica è stata d’aiuto ad affrontare i problemi sul campo.
Mi prendo qualche riga per delineare meglio i tratti di queste tre culture politiche della sinistra. Recentemente Luca Ricolfi su LaStampa descriveva tre atteggiamenti della sinistra italiana abbastanza utili per il discorso che voglio fare. Ricolfi indica per prima una sinsitra radical che ha una posizione teorica rivoluzionaria, ma poi pragmaticamente ritiene qualsiasi cambiamento peggiorativo rispetto al presente. Questa è la sinistra che io definirei storica più che radical: che raccoglie trasversalmente nella cultura del socialismo di matrice marxista (di origine PCI più che PSI). In seconda battuta abbiamo la sinistra liberal che vuole rivoluzionare il presente con riforme ben più radicali di quanto vogliono i radical. In questa sinistra confluiscono liberali, ma anche socialisti (di area PSI). La terza sinistra, maggioritaria, è quella democrat che ha un forte radicamento nella cultura organizzativa dei partiti di massa (PCI, PSI e DC) tiene alta la bandierà della solidarietà sociale ed è stata la base dell’avvicinamento tra sinistra DC e sinistre (PSI prima e PCI dopo). Una sinistra che, avendo il suo cuore nell’organizzazione, tende a fare da ventre molle e baricentro dell’alleanza senza protagonismi.
L’unico pericolo oggi è il neocentrismo, ossia una involuzione democratica che rifugge la scelta o il cambiamento a favore della stasi e del rimandare costantemente ogni decisione. Nè l’unità a sinistra né tantomeno le alleanze spurie con pezzi di destra moderata (UDC o altri) possono essere risposte a questo pericolo. L’unica chance è mettere insieme i pezzi del riformismo progressista per dare una precisa guida all’Italia alternativa alla ricetta della destra.














Commenti
17 commenti per il momento.
Pezzo interessante e ben scritto. Unico appunto: non si hanno notizie di avvicinamenti fra sinistra DC e PSI. Anzi, i due si sono sempre odiati a morte.
in realta’ io ci vedo una gran confusione, senza alcuna analisi sociale che differenzi la rappresentanza di questa o quella forza politica….
Sembrerebbe che l’identificazione di un partito sia quello che dice di se’, piuttosto che gli interessi che realmente rappresenta….
rispondo a Titollo: una cosa sono le “antipatie elettorali” dovute ad un sistema proporzionale che esalta le differenze. Altro l’esperienza di governo che PSI e sinistraDC hanno fatto insieme per più di 20 anni: qualche cosa varrà pure.
rispondo a mikecas: la mia ipotesi è proprio che gli interessi che un partito (o una coalizione) rappresenta non sono fissi ed incarnati da classi sociali stabili. Al contrario ci troviamo davanti ad una società mobile e mutevole che ha bisogno di partiti diversi da quelli del ‘900. Sia se parliamo di organizzazione interna, sia per quel che riguarda i concetti di militanza, di appartenenza e quindi anche di rappresentanza. La Weltanschauung diventa centrale più del tema del definire un partito del proletariato o della borghesia.
mah,a parole il pd sarebbe una cosa grandissima, una grande ambizione. purtorppo sono sicuro che la realtà sarà ben diversa, e amara. dico io, ma perchè il centrosinistra non può creare una sintesi di coalizione invece di dividersi in moderati e radicali? il pd ha favorito la divisione della sinistra, grande errore, questo si che favorisce il centrismo, assieme all’assecondare in continuazione la margherita e in particolare i popolari.
la margherita doveva essere quel soggetto che trasformava la sinistra dc in un partito di sinistra moderata in qualche modo sensibile alle tematiche dei cattolici ma di impostazione laica, cioè vogliosa di un approccio laico discutendo con l area cattolica progressista dei cambiamenti che servono all’italia(a differenza dei cattolici conservatori-udc e co.-che discutono di come non vadano cambiati). la margherita doveva sfumare le identità di centro, cattoliche, unendole con culture liberal democratiche e socialdemocratiche(cosi si dice). le cose sono andate diversamente. tra ds e dl doveva nascere una stretta collaborazione nella costruzione di una fabbrica di idee che doveva durare ani, invece ora si sta accelerando troppo, rischiando di far imlodere un progetto che ha bisogno di pazienza.
anche perchè si stanno svegliando i conservatori della margherita che stanno praticamente ricattando tutto il pd.
con queste premesse dico che è un grande errore, visto che si è acuita la contrapposizione tra sinistra moderata e estrema. l’ulivo nacque proprio per tentare un unità di intenti nel centrosinistra. in questo senso si è falliti a 10 anni di distanza.
leggendo l’articolo ho un leggero malessere… Mi dico: ok, allora è tutto facile, epperò poi sento che non mi suona.
ipotizzo una spiegazione: forse non torna questa cosa dell’essere laici e “sensibili” ai temi dei cattolici. Il vizio del ragionamento porta poi naturalmente a conclusioni deprimenti come quella di rigitans.
riconoscere al pensiero religioso, ed in particolare cattolico, una compatibilità con l’ideale di sinistra (che, a prescindere dai compromessi, dovremmo avere tutti, “riformisti” e “radicali”), provoca stato confusionale e malessere.
Seguendo questo spunto, la morsa della sinistra dc sui ds era ed è inevitabile…(da sempre verrebbe da dire, visto come andò con togliatti e il concordato). l’accordo tra ds e dl non poteva che determinare una depersonalizzazione dei primi..la loro mente confusa è naturalmente soggetta a chi invece le idee ce l’ha, non le ha mai messe in dubbio e non lo farà mai. il non possumus non può che prevalere se dall’altra parte c’è una assenza di ricerca.
assenza e crisi speculare anche tra chi si esclude da questa dinamica, come verdi-rc-pdci. Questi, bambini cattivi alla ricerca di un’anima si rivolgono al primo san francesco di passaggio, sicuri che non disdegnerà di parlare con gli animali.
già, perchè la mancanza di un’idea nuova di sinistra fa sì che, in questa multisoggettività, manchi proprio la possibilità di realizzare la propria identità politica.
E non solo. Viene erosa la possibilità di realizzazione di gran parte delle identità possibili. Il non possumus, insensibile ai temi dei non cattolici, diventa legge degli uomini.
Per questo il nuovo partito democratico non potrà che essere l’ennesimo partito vassallo d’oltretevere.
Nell’assenza. E nel mio malessere!
Intanto scusate il ritardo con il quale rispondo, ma questo weekend stavo un po’ moscio. Due risposte impegnative come le vostre meritavano un minimo di vis polemica
rigitans dice cose molto sensate, condivisibili. La questione non è, però, se scegliere di fare una coalizione od un partito, ma se sia necessario avere una coalizione di 13 partiti a sinistra e di 3 (o 4) a destra. Semplificare il centrosinistra è possibile? Ci sono le condizioni politiche (cioè le compatibilità di identità, strategia ed organizzazione)? Secondo me si e non solo per quel che riguarda il Partito Democratico (intorno al quale ruoteranno giocoforza anche Socialisti e Radicali), ma anche il futuro Partito del Lavoro costituito dai partiti della sinistra “radical”.
Il fallimento del progetto della Margherita “tradito” dalla conversione sulla via di palazzo Chigi di “Cicciobello” Rutelli è sotto gli occhi di tutti, proprio ieri il giornale di partito, Europa, firmava un editoriale allarmato sulla scomparsa della Margherita. Io però ci vedo un motivo in più per andare oltre due partiti (ci metto anche i DS) in evidente crisi che hanno visto fallire le rispettive strategie di costituzione di due identità distinte. DS e Margherita, ricordiamocelo, nascono dopo il grande rifiuto a Prodi di costituire un partito (o anche solo una federazione) dell’Ulivo. Il loro fallimento è il successo della logica sottostante al Partito Democratico.
La contrapposizione che Semmelweis vede tra “laici e cattolici” (in effetti bisognerebbe dire clericali, perchè un cattolico può essere laico) è fondata, a suo dire, sul fatto che i laici siano sensibili ai temi dei cattolici. A me pare che in Italia sia proprio il contrario: alcune posizioni clericali stanno infatti invadendo il campo dello Stato. Il fatto che chi sta a sinistra si interroga quindi su questa invasione mi pare non solo corretto, ma anche doveroso. Il fatto che il pensiero cattolico non sia compatibile con la sinistra è vero solo estremizzando le proprie posizioni: gran parte della socialdemocrazia tedesca o del socialismo francese (per non parlare della Spagna!) è intriso di cultura cattolica. Ovviamente in chiave laica. Indubbiamente Zapatero oggi è l’alfiere continentale della libertà civili e del pressing sulla Chiesa cattolica, ma, sempre in Spagna, Felipe Gonzales risultava molto più vicino ai cattolici. In Italia Dossetti o La Pira possono essere tranquillamente annoverati tra gli esponenti della sinistra italiana e tra socialisti e comunisti esistono esponenti cattolici. Sono invece d’accordo con Semmelweis che non possa esistere (o comunque non esiste al mondo) un partito che si dica cattolico e si posizioni a sinistra: i partiti cattolici sono tutti conservatori, i cattolici stanno a destra come a sinistra.
Quindi non credo che in un futuro partito democratico ci sarebbe una morsa dei cattolici sui non cattolici. Sono certo che un partito riformista posizionato a sinistra non potrebbe essere clericale (e per questo sono certo che la Binetti uscirà prima). Dentro i DS c’è certamente molta incertezza, ma è la Margherita in questi giorni a sfasciarsi, la struttura dei DS regge comunque, il congresso si sta svolgendo secondo le regole, senza accuse infamanti di brogli etc. Sono indubbiamente più ottimista anche sull’idea che si possa creare una nuova sinistra riformista e che non sia ancorata ad un’unica identità “mamma” tipica dei partiti di massa.
Caro Stefano,vorrei evidenziare alcune piccole contraddizioni che evidenziano il carattere ideologico (nel senso filosofico del termine, cioè di idea che dissolve il reale) del tuo articolo.
In prima battuta affermi “Queste tre culture si devono sfidare non per annullarsi, ma per produrre politica, soluzioni capaci di affrontare i problemi quotidiani. D’altronde mai la purezza ideologica è stata d’aiuto ad affrontare i problemi sul campo” , affermi quindi che le tre culture (per favore chiamiamole con i loro nomi e in italiano, altrimenti mescoliamo tutto in quel crogiuolo che è la parola riformismo degli ultimi anni) radical-marxista, riformista e democratica (ma è esistita questa categoria politica in Italia? Vedremo poi come nel tuo articolo fai slittare il concetto di partito di massa nella categoria democratica, ma per il momento accetto la tua definizione) devono collaborare dialetticamente, e non in modo ostruzionistico. Concludi però che non devono fare un unico partito: ora il confronto dialettico in politica si ha solo all’interno di UN partito, perché quando il confronto è tra partiti diversi il confronto diventa gioco-forza ostruzionistico, a causa della necessità di una differenziazione visibile dall’elettorato, del fatto che partiti diversi difendono interessi diversi e molte volte contrapposti.
Un secondo punto, che dimostra il carattere ideologico di quanto hai scritto , sta nell’accomunare l’esperienza del PCI sia all’esperienza democratica che a quella radical-marxista, il che è possibile solo analizzando il PCI da due punti di vista differenti: l’organizzazione e l’analisi economica/politica. Eccoci dunque a bomba a quanto dicevo sull’errore di utilizzare la categoria politica democrat: sostieni che PCI, PSI e DC sono politicamente assimilabili perché ebbero un’organizzazione analoga “La terza sinistra, maggioritaria, è quella democrat che ha un forte radicamento nella cultura organizzativa dei partiti di massa (PCI, PSI e DC)” da cui discenderebbe che “tiene alta la bandiera della solidarietà sociale ed è stata la base dell’avvicinamento tra sinistra DC e sinistre (PSI prima e PCI dopo)”. Ora il problema è che il PCI ha sostenuto prima la lotta di classe e poi l’alternativa democratica (inframmezzati dalla paura di un colpo di stato espressasi nel compromesso storico) che non mi sembrano esattamente due espressioni della solidarietà sociale (per di più la linea dell’alternativa democratica sosteneva espressamente che gli altri partiti non erano realmente democratici). La categoria dei democratici, quindi, non è mai esistita in Italia, o quantomeno no è quella di cui parli. Ma se anche fosse esistita per come la descrivi, comunque, sarebbe differente da quella riformista perché il riformismo è sinonimo di socialismo, o meglio di quel socialismo che dovette lottare l’avvicinamento tra PCI e DC. Per favore non usiamo le parole per dissolvere i fatti
commento molto denso il tuo, provo ad andare per punti:
1) L’idea che le tre culture (liberal, democrat e radical) siano traducibili in riformista, democratica e radicale non mi trova d’accordo. Se radical e radicale hanno la stessa “radice” (!) è anche vero che la cultura radical nel mondo è meno connotata ideologicamente che nella cosiddetta sinistra radicale: movimenti anarcolibertari negli USA sono radical, mentre non sono assolutamente assimilabili alla nostra sinistra radicale. Quindi la distinzione secondo me regge e regge anche per liberal/riformista ed ancor più per democrat/democratico. Anche per la categoria del democratico l’italiano si presta ad una lettura più ambigua dell’inglese. Il democrat che descrivo è un blocco politico che si pone al centro della sinistra italiana e che è una sorta di ventre molle maggioritario, spaccato a metà tra l’area cattolica (exDC) e quella laica (exPSI e exPCI). L’idea di solidarietà sociale di cui parlo nell’articolo non è riferita alla strategia dei partiti, ma al principio sociale: attiene cioé più all’intervento sociale dello Stato (Welfare) che all’atteggiamento dei partiti nei confronti della competizione elettorale o dell’esercizio del potere.
2) Non mi pare di stabilire seccamente che le tre culture debbano stare in tre partiti distinti, anzi concludo dicendo: “L’unica chance è mettere insieme i pezzi del riformismo progressista per dare una precisa guida all’Italia alternativa alla ricetta della destra.” Ovviamente se si traduce liberal con riformista si cade nella sensazione che io propenda per tenere divise queste culture. E’ un problema di traduzione però: la mia idea è che le culture liberal, radical e democrat siano tutti riformiste. Infatti non vedo nemmeno nella sinistra radicale (che come abbiamo detto è altra cosa dalla cultura radical tout cour) una strategia massimalista o rivoluzionaria, ma sempre e comunque riformista (tobin tax, bilancio partecipativo, etc). Detto questo il resto del tuo ragionamento è corretto, ma non è una critica che puoi rivolgere al mio ragionamento.
Mi permetto però di non vedere il motivo per cui la dialettica sia possibile solo dentro un partito e non tra i partiti. L’idea di partiti=classi che non possono far altro che lottare tra di loro è, a mio avviso, ripreso da una visione sociale datata ed ad una capacità di rappresentanza dei partiti illusoria.
Sono perfettamente d’accordo che non sia possibile una traduzione dei paradigmi categoriali USA in Italia, e neppure in Europa: proprio per questo sostengo che è necessario l’utilizzo delle categorie proprie del quadro politico italiano.
La categoria democrat per esempio, in Italia, continua a non avere definizione - così come quella radical del resto - nonostante le tue precisazioni: la definizione di ventre molle non è esattamente politica, mentre l’idea della solidarietà sociale che sostieni non è traducibile, senza slittamenti di significato, nella terza via blairiana.
“Se radical e radicale hanno la stessa “radice” (!) è anche vero che la cultura radical nel mondo è meno connotata ideologicamente che nella cosiddetta sinistra radicale: movimenti anarcolibertari negli USA sono radical, mentre non sono assolutamente assimilabili alla nostra sinistra radicale.” Perfettamente d’accordo tanto che chiamo radical-marxista, e non radicale, la cultura politica della sinistra “estrema”. Ciò, tuttavia, continua a dimostrare che non è possibile una traduzione dei paradigmi categoriali USA in Italia, e quindi di conseguenza il fatto che il partito democratico è inadeguato alla politica italiana.
Il fatto che una cultura politica non sia rivoluzionaria, non significa automaticamente che sia Riformista, se così fosse anche la tesi della democrazia progressiva di Togliattiana memoria sarebbe riformista . Il fatto è che si continua a utilizzare la parola riformismo al di fuori del proprio significato storico-politico e quindi come un contenitore semantico generico. Del resto se sosteniamo che “L’unica chance è mettere insieme i pezzi del riformismo progressista per dare una precisa guida all’Italia alternativa alla ricetta della destra”, e contemporaneamente che la sinistra radicale è riformista, ne dobbiamo concludere che il partito democratico dovrebbe andare da Turigliatto alla Binetti.
Infine quando sostengo che la dialettica è possibile solo dentro un partito e non tra i partiti, lo faccio non per una particolare visione di natura ideologica, ma per il fatto che i partiti, per loro natura, hanno a che fare con delle elezioni e quindi con una necessità di visibilità sociale e per il fatto che i partiti comunque sono portatori di istanze e interessi (non classi) sociali differenti.
PS Faccio politica da un po’ di tempo, e mi è sempre stato detto a ragione che si governa per qualcosa ( maggiori diritti, maggiore democrazia, etc.) e non contro qualcosa (le ricette della destra). Il primo cambiamento che il partito democratico porterebbe è l’inversione di questa tradizione e la cosa non mi sembra un buon risultato.
ricordo che in una trasmissione televisiva di quando ero forse adolescente, diretta da indro montanelli, appariva una silhouette dell’italia, appesa al muro. A fine trasmissione, immancabilmente, il vecchio toscano si chedeva retoricamente (c’era anche biagi o sbaglio?) se l’italia andava da qualche parte o restava ferma. Quindi dava una spunta allo stivale che cominciava ad oscillare ritmicamente, avanti-indietro, avandi-indietro, come se volesse dare un calcio alla sicilia, come un pendolo. Per Montaelli questo era il movimento dell’italia. L’imagine mi è tornata in mente oggi, leggendo due cose:
1) il commento di Togliatti dopo che il partito comunista votò sì ai due commi dell’articolo 7 che riconobbe i patti lateranensi:
“questo voto ci assicura un posto al governo per i prossimi 20 anni”.
2) uno stralcio del manifesto del Partito Democratico che recita:
“Ci riconosciamo nei valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, pace, dignità della persona che ispirano la Costituzione repubblicana …. Questi valori discendono dai molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico.”
E così il partito comunista conclude davvero un percorso che lo ha visto vendersi per un pugno di riso. Un tradimento iniziato 50 anni fa, che lo ha trasformato da partito di massa a partito di governo. Finalmente il sogno di Togliatti si è realizzato.
Il partito comunista?!? Mo’ pure del partito comunista ci dobbiamo occupare?
Nel 1989 hanno deciso di chiudere quell’esperienza che non aveva più senso già dagli anni ‘60 e cioè dalla fine del fronte popolare con i socialisti e la successiva creazione del centrosinistra sull’asse DC-PSI. Oltretutto Togliatti non fa proprio parte della sinistra alla quale io do il voto. Quindi il fatto che i suoi vaticini si siano avverati non mi riguarda per nulla. Semmai riguarderà PRC e PdCI che a quell’esperienza si richiamano nel nome.
PS
la citazione tratta dal manifesto del PD mi pare di una banalità drammatica, ma incontestabile.
cioè, Stefano…. io dovrei dire grazie ai cristiani democratici per i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, pace, dignità della persona? la radice di queste idee che credevo mie la dovrei cercare nel pensiero di qualche democristiano? mi sa che semmai sono loro che devono riconoscere all’illuminismo il fatto di essere oggi democratici nonostante siano cristiani…. Non ci scordiamo di come andavano a braccetto la chiesa e mussolini. Gli unici screzi tra azione cattolica e fascio furono per la concorrenza tra opposti totalitarismi, uno politico, l’altro spirituale (con ampli livelli di intersezione).
non è dell’esperienza comunista storicizzata che mi preoccupo. la mia è una sofferenza invece attuale rispetto a questo catto-comunismo eterno che si propone e ripropone e che tiene in scacco questo paese, che è il meglio cui possiamo aspirare se l’alternativa è l’oscurantismo catto-cattolico della destra. Nella costituente ci fu anche chi si oppose all’articolo 7. Sempre minoritari, sempre puliti però. dove sono oggi? dov’è la mia di sinistra, quella a cui io vorrei dare il voto? ma allora, dico, perchè non mettere riferimenti alle influenze mussulmane in termini di pluralismo e tolleranza in europa? agli 800 anni di califfato a granada e cordova? alle radici giudaiche democratiche di questo paese? per fortuna oggi leggevo che qualcuno nel pd si è opposto al suddetto richiamo….
per non dimenticare l’altro squallido ammiccamento al vaticano (e alla destra razzista): …”Anche per questo, siamo un paese che fa pochi figli. Avvertiamo i segni di un pessimismo diffuso che riguarda la stessa identità dell’Italia come nazione. L’Italia rischia di tornare ad essere una «espressione geografica»”
ma chi se ne frega! chi se ne frega della denatalità, che è forse il più grande segno di civiltà che le donne italiane stanno dando al mondo! ben venga il meticciato e lo stemperamento di un’identità dell’italia come nazione. chi se ne frega della razza italiana!!!!! Ma la pelle d’oca non ci viene più? La capacità di indignarsi di fronte a questo modo di parlare confuso, omnicomprensivo, cerchiobottista e che finisce per non dire niente?
Prima di tutto diciamo che il “manifesto del PD” elaborato dai cosiddetti saggi nel chiuso delle loro stanze non sarà la pietra angolare del PD futuro. La pietra angolare sarà la costituente che verrà eletta e avrà al suo interno sia esponenti della società che dei due partiti “fondatori”.
Detto questo direi, all’acqua di rose, che la cultura criticano democratica è tra una delle culture fondanti è obiettivamente banale, ma ovvio. La “cultura” crtisiano democratica non è la cultura della CEI o del Vaticano. E’ quella cultura politica laica che ha dato all’europa leader tipo Kohl, Adenauer, De Gasperi… Dire che i cristiano-democratici siano da bollare perchè la DC faceva schifo è esattamente lo stesso di bollare il socialismo europeo per il PSI di Craxi…
Il fatto che facciamo pochi figli non è frutto di un forte ruolo della donna nella società. Qualsiasi statistica ti dice il contrario. La donna, in Italia, non conta una mazza e spesso va bene così persino alle donne, Siamo un paese latino e quindi maschilista. I figli non vengono perchè ci si sposa tardi, ci si indebita presto, i contratti di lavoro sono precari, le pensioni non sono sicure, lo stato sociale è tutto rivolto a tutelare i vecchi (a prescindere dal reddito) più che i giovani.
Una cosa è scegliere di non avere figli, un’altra è non poterli avere. Non mi pare si parli di “razza italiana”, mi pare che si parli di nazione. Che è un concetto di sinistra quanto quello di popolo (anche se nazionalismo e populismo sono di destra…)
lasciamo perdere la prima parte, che io ascrivo ad un sistema di valori per me inaccettabile e che tu continui a ricondurre a singoli esempi, a isolate figure su cui peraltro ci sarebbe molto da ridire (de gasperi e adenauer padri della patria? kohl grande statista?) Peraltro fassino nel calderone ha messo anche craxi.
La tua speranza sul partito democratico è tutta tua e te la lascio, ma non posso non notare che fai un grave torto alle donne non riconoscendo loro la assoluta libertà in relazione alle scelte riproduttive. nella società Il ruolo delle donne nella funzione riproduttiva è quantomeno imposto. Il tuo richiamo al vincolo del matrimonio mi sembra quantomeno datato. In questo paese la scelta di abortire è ogni giorno più difficoltosa, ciononostante la natalità è bassa. Scelta (in)conscia di non fare figli in un mondo iniquo, con poche risorse e iperpopolato? e che paura abbiamo a riconoscerlo come una scelta? vincolata ma una scelta, e proprio per questo ancora più responsabile e civile. Rivendicare, cazzo!
Resto dell’idea che la tua sua una forzatura un po’ come ascrivere il sistema di valori della socialdemocrazia allo stalinismo…
Fassino è un pover’uomo che sta cercando di salvare la sua credibilità personale ed il partito che dirige. Non mi piaceva prima, non mi piace adesso. Non lego il mio impegno (e le mie idee) in politica alle sortite di Fassino, D’Alema, Veltroni, etc. I DS al completo e la Margherita al completo portano il PD al 23%, quindi di che stiamo parlando? Quello che è fuori da DS e DL è interessante.
Capitolo donne. In Italia non si fanno più figli perché non ce lo si può permettere o, al massimo, per egoismo. Se fosse un problema di coscienza, di rivendicazione o di ruolo della donna paritario a quello dell’uomo allora dovremmo avere statistiche diverse sulle violenze domestiche, sul ruolo delle donne nelle aziende, sul livello degli stipendi etc.
D’altronde in Scandinavia o in Germania dove c’è una cultura femminista decisamente più radicata fanno più figli di noi. Per cui non avere figli in Italia è una necessità oppure un atto di egoismo, poi il rsstante 5% sono i belli che rivendicano (mi auguro). E cmq questo non c’entra nulla con il PD che anzi dedica (persino nel manifesto!) interi paragrafi alla questione di genere..