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pubblicato il 20 Marzo 2007 · 2,873 letture

And the Oscar goes to….The Lives of Others

di Silvia Minguzzi

CinemaBabel, Pan’s Labyrinth, The Departed, Little Miss Sunshine…niente ha il sapore amaro e dolce di The Lives of Others. Un film che è davvero un piccolo grande capolavoro, immerso tra un “Farenheith 451″ ambientato nel 1984 e un “Goodbye Lenin” dalle note oscure. You don’t wanna miss it!

THE LIVES OF OTHERS
(DAS LEBEN DER ANDEREN)

Directed by
Florian Henckel von Donnersmarck

Non ci sono parole per descrivere questo film, meglio sedersi al buio di una sala e ascoltre in silenzio una storia cruda e reale, raccontata e “spiata” attraverso telefoni e microspie, ascoltata da cuffie e radiotrasmittenti: due ore di emozioni e vita vissuta, 180 minuti intensi, tristi e poetici.

Anche l’Academy non ha potuto non notare questo film tedesco, e per quanto nella stessa categoria, miglior film straniero, ci fosse anche un altra grande rivelazione dal genio di Guillermo del Toro “Pan’s Labyrinth” (El Laberinto del Fauno), nulla ha tolto la statuetta a Florian Henckel von Donnersmarc.

Avrei voluto scrivere un articolo che incensasse Martin Scorsese e il suo “The Departed”, ottimo film, veloce, avvincente con un cast invidiabile (compreso il fenomenale Leonardo, ancora non apprezzato abbastanza per il suo talento, ma molto più per il suo aspetto…bah!), ma posso dire solo che è stato un bell’oscar alla carriera “telefonato” come nessun altro. Avrei voluto smantellare pezzo per pezzo, storia per storia “Babel”, prova deludente di Inarritu: un film non equilibrato, senza un vero filo conduttore e tutto sommato anche troppo scontatato (Brad e Cate saranno anche nell’olimpo degli attori, ma questo proprio non è bastato). Avevo anche pensato di dedicarmi solo al Labirinto del Fauno, magico, terrificante, sognatore ed inquietante, ma poi un piccolo uomo, silenzioso ed osservatore ha rapito la mia attenzione, un piccolo uomo pelato e gracile, il cui talento e’ quello di saper passare inosservato, ha risvegliato tutto il mio interesse.

The Lives of Others è tutto questo, un film voyeristico, che svela il meglio delle persone, che ci riporta alla mente un periodo troppo vicino del tempo e nello spazio per essere lasciato da parte; memorie recenti che ancora la nostra generazione forse non ha avuto modo di metabolizzare e comprendere fino in fondo. E lo fa da solo questo piccolo uomo, e come ci spiega uno dei protagonisti: un uomo capace di ascoltare davvero la musica e di comprenderla…non puo’ essere che un uomo buono.

http://www.sonyclassics.com/thelivesofothers/

Commenti

2 commenti per il momento.

  • di Letizia Tavani (22.04.2007 alle 22:28) Letizia Tavani Identicon Icon

    Ho finalmente visto, qualche giorno fa, Le vite degli altri: splendido, toccante…
    Storia su un pezzo di storia che ancora non sappiamo affrontare, sicuramente.
    Film voyeuristico, certo, che trova la sua forza
    nella contrapposizione tra la coppia Georg/Christa-Maria, due “anime belle”, due personaggi con la stazza del’eroe romantico, e il capitano della Stasi, un piccolo uomo scapolo che condisce la pasta con il concentrato di pomodoro crudo, ma anche pubblico premuroso che esaudisce il desiderio dello spettatore che è in ognuno di noi di poter dire al nostro eroe “non farlo!” in un gioco drammatico quanto amaro in cui tutti cambiano, tutti reagiscono, tutti crescono.

    Film come non se ne vedevano da tempo…
    Grazie per la segnalazione!

  • di Semmelweis (25.04.2007 alle 22:42) Semmelweis Identicon Icon

    concordo con letizia! un film che sa toccare le corde più recondite, come una musica di Satie. Forse a tratti rischia di cadere nel melò, ma ha il pregio di riuscire a raccontare un dramma reale, di quelli che lasciano i segni sulle persone, (dentro e fuori), e lo fa rimanendo sopra le righe, rimanendo romanzo, favola. La trasformazione dei personaggi l’uno nell’altro, lo scambio dei ruoli, da osservatore a osservato, da spia a sovversivo è una grande lezione di ribellione individuale. Ci si può ribellare, al limite mettere da parte o addirittura perdere l’identità professionale, ma non si può tradire la propria identità umana, se non a costo del suicidio. ne valeva la pena