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pubblicato il 26 Marzo 2007 · 3,284 letture

I crimini dell’imperialismo italiano: Etiopia 1935/1937 (Seconda Parte)

di partigiano

axum a romaAbbiamo lasciato Addis Abeba mentre gli italiani massacravano migliaia di civili inermi con bombe a mano e mazze di ferro. Abbiamo lasciato il viceré Graziani, mentre dava sfogo alla sua brutalità criminale mettendo in pratica quanto Mussolini gli ordinava da Roma: “radicale ripulisti”, cioè rappresaglia immediata e esecuzioni sommarie. Ma il peggio doveva ancora venire.

obeliscoNella prima decade del maggio 1937, Graziani prende come bersaglio della vendetta (avviata senza tregua il 19 febbraio, vedi la prima parte) il clero cristiano copto e in modo particolare la città conventuale di Debrà Libanòs. L’incarico di impartire questa nuova lezione viene affidato al generale Pietro Maletti.

Parte il 6 maggio da Debrà Berhàn e attraversa la regione del Mens. Durante la traversata si comporta come un nuovo Attila.

Se prestiamo fede ai rapporti da lui redatti, in due settimane le sue truppe incendiano 115.422 tucul, tre chiese, il convento di Gulteniè Ghedem Micael (dopo averne fucilato i monaci), e sterminato 2523 arbegnuoc (partigiani). Il terrore che diffonde Maletti è tale che l’intera popolazione civile del Mens si da alla macchia per salvarsi da questa orda barbarica. Come ha riferito lui stesso a Graziani: “Non una persona venne a presentarsi per atto di omaggio. Tutti i non combattenti erano fuggiti col bestiame e con le loro masserizie, occultandosi nei valloni, nelle pieghe del terreno, negli anfratti e nelle numerose grotte della regione. I preti, spogliate le chiese, smesso l’abito talare, si erano mescolati alla popolazione”. Bisogna riconoscere che gli italiani in Etiopia non si sono fatti certo una bella reputazione, visto che interi villaggi si danno alla fuga, come se sulle loro case incombesse un violento cataclisma.

La sera del 19 maggio Maletti circonda Debrà Libanòs. Situato nello Scioa del Nord, il grande monastero di Debrà Libanòs era stato fondato nel XIII secolo dal santo tigrino Tecle Haymanot e comprendeva due grandi chiese in muratura, un migliaio di tucul abitati da monaci, preti, diaconi, studenti di teologia, suore e un centinaio di tombe di illustri capi abissini, a guardia delle quali stavano monaci e cascì (sacerdoti).

Mentre Maletti completa l’occupazione della città, riceve da Graziani un telegramma che lo informa che l’avvocato militare Franceschini: “Ha raggiunto la prova assoluta della correità dei monaci del convento di Debrà Libanòs con gli autori dell’attentato [del 19 febbraio 1937]. Passi pertanto per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vice-priore”. Come nel caso delle esecuzioni dei cadetti della Scuola militare di Olettà, non esistono prove che incriminano seriamente i monaci. Ma il viceré, da tempo, è persuaso che il convento era “un covo di assassini, briganti, e monaci a noi assolutamente avversi”. Dunque i chierici cristiano copti devono essere eliminati, sterminati.

Dato che Graziani ha assicurato al ministro delle Colonie Lenossa che “le esecuzioni disposti in conseguenza del citato attentato saranno effettuate in luoghi isolati e che nessuno – ribadisco: nessuno – può essere testimone”, Maletti provvede nella stessa giornata del 19 maggio a cercare un luogo adatto per il brutale massacro. Lo scopre a pochi chilometri dalla città convento, nella località di Laga Wolde, una piana disabitata, chiusa a ovest da un anfiteatro di cinque colline e a est dal fiume Finche Wenz.

Dopo alcuni sommari accertamenti, nella giornata del 21 maggio Maletti trasferisce nella piana i monaci selezionati.

Così procede l’esecuzione: “Le vittime furono spinte giù dal camion e furono rapidamente fatte allineare, con il viso a nord e la schiena volta verso gli ascari. Furono quindi costretti a sedersi in fila lungo l’argine meridionale del fiume, che in quel periodo dell’anno era quasi completamente in secca. Gli ascari presero quindi un lungo telone, preparato appositamente per l’occasione, e lo stesero sui prigionieri come una stretta tenda formando un cappuccio sopra la testa di ognuno di loro”. Tutto era pronto per una nuova strage.

I militari procedono quindi alla fucilazione dei religiosi. Un ufficiale italiano, poi, provvede al macabro colpo di grazia, sparando alla testa dei poveri monaci. Gli ascari, quindi, tolgono il telo nero dai cadaveri e si preparano per un successivo gruppo di condannati.

Alle 15.30 del pomeriggio l’esecuzioni sono terminate, e Graziani può annunciare a Roma: “Oggi, alle 13 in punto, il generale Maletti, ha destinato al plotone 297 monaci, incluso il vice priore, e 23 laici sospettati di connivenza. Sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine, che verranno trattenuti”. Ma tre giorni dopo il viceré cambiava idea e invia a Maletti questa nuova direttiva: “Confermo pienamente la responsabilità del convento di Debrà Libanòs. Ordino pertanto di passare immediatamente per le armi tutti i diaconi. Assicuri con le parole: “Liquidazione completa

Il generale Maletti ubbidiva senza fiatare. Vengono scavate due fosse profonde in località Engecha, a pochi chilometri da Debrà Berhàn, e nella mattina del 26 maggio faceva sfilare davanti alle mitragliatrici 129 diaconi. “Per cui”, conclude Graziani, “la cifra dei giustiziati saliva a 449”.

Le vittime di questa parte del “radicale ripulisti”, come abbiamo visto, erano soprattutto dei religiosi: altra prova che la nostra politica coloniale era spietatamente crudele e non rispettava nemmeno i luoghi e i rappresentanti della tradizione religiosa locale, in questo caso quella dell’antichissima fede e rito cristiano-copto. Nessuna chiesa cristiana europea, da settant’anni a questa parte, ha mai ricordato i religiosi e i fedeli “liquidati”, martiri trucidati in questi orrendi massacri: i morti africani, come sempre, sono morti di serie C.

Torniamo alle cifre delle stragi. Tra il 1991 e il 1994 due docenti universitari, l’inglese Ian L. Campbell e l’etiopico Defige Gabre-Tsadik, eseguono nel territorio di Debrà Libanòs un’ampia e approfondita ricerca, interrogando monaci, civili, alcuni dei quali aveva assistito a una o più fasi del massacro. Dalle testimonianze raccolte risulta che il numero dei fucilati a Laga Wolde non era 320 ma tra 1000 e 1600: cifra che poi, dopo ulteriori accertamenti, i due studiosi fisseranno tra 1423 e 2033. Successivamente, lo studioso inglese, continuava da solo le ricerche, e si sposta nella regione di Debrà Berhàn per indagare sulla strage di Engecha, con ottimi risultati. Riesce a localizzare le due fosse che contengono i corpi dei 129 diaconi e raccoglie le deposizioni di due testimoni oculari che avevano assistito alla strage dall’inizio alla fine. Il ricercatore inglese fa anche un’altra importantissima scoperta: il numero dei diaconi eliminati, cioè 129, che Graziani riferisce con un comunicato al ministro Lenossa, è falso. A quanto sembra, Graziani non ordina a Maletti solo l’eliminazione dei 129 diaconi in questione, ma dispone di sopprimere altri 276 etiopici, fra insegnati, studenti di teologia, monaci e sacerdoti che appartengono ad altri monasteri, che nulla hanno a che fare con la città conventuale di Debrà Libanòs e che Graziani pensa bene di omettere dall’informativa. Il bilancio della strage di Engecha, dunque, saliva a 400 vittime.

radio graziani

Evidenzia lo storico Angelo Del Boca, il più illustre studioso del colonialismo italiano, in riferimento agli eccidi dei religiosi, che: “Mai, nella storia dell’Africa, una comunità religiosa aveva subito uno sterminio di tali proporzioni”. Per quanto la storia del colonialismo europeo in Africa parla chiaro in quanto a repressione delle culture e delle fedi locali, quella di Debrà Libanòs è sicuramente un caso eccezionale soprattutto per i numeri delle vittime e per la ceca brutalità con cui i militari e le autorità italiani hanno decretato l’eliminazione totale di una comunità religiosa, innocente e senza colpe.

E pure a distanza di anni, il “macellaio” Graziani, non si è mai pentito delle azioni criminose che ha compiuto, anzi se ne faceva un titolo di merito! Scrive infatti in suo memoriale: “Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia con la chiusura del convento di Debrà Libanòs, che da tutti era ritenuto invulnerabile, e le misure di giustizia sommaria applicate sulla totalità dei monaci. Ma è semmai titolo di giusto orgoglio per me avere avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti”. Come si può definire umana, una persona che con orgoglio rivendica la paternità della strage di migliaia di innocenti? Questo era Graziani, al quale Mussolini conferì il grado di maresciallo d’Italia, il più alto grado militare dell’esercito italiano del periodo fascista: evidentemente per i componenti del fascismo compiere dei crimini di guerra e dei genocidi era una nota di onorabilità, tanto da rendere assolutamente necessaria una gratifica di enormi proporzioni. Non c’è alcun dubbio, a quel tempo in Italia il potere era nelle mani di una folta cricca di delinquenti e criminali, e capo di questa banda di spregevoli assassini c’era lui, il cavalier Benito Mussolini. Quale fu la sorte dei componenti di questa “banda” di genocidi, dopo la “caduta dell’Impero”, lo vedremo più avanti.

Torniamo alla repressione avviata in Etiopia. Graziani e Mussolini, pensavano che con l’ondata di rappresaglie terroriste del periodo febbraio-maggio 1937 e contavano, o almeno, speravano di impartire una lezione indimenticabile agli etiopici, così da impedire ogni forma di resistenza o ribellione. Si sbagliavano. Le violenze indiscriminate ottengono il risultato contrario: “Invece di incutere una salutare “paura” negli etiopici, come sperava Graziani, le rappresaglie innescarono la rivolta in tutto il paese” scrive Del Boca, e continua “Prima, a conquista avvenuta, a combattere contro gli italiani erano stati i resti dell’esercito regolare etiopico; a partire da questo periodo è l’intera Etiopia ad insorgere. Comincia l’attività degli “Abergnoc”, cioè dei partigiani”.

Le azioni terroristiche intraprese dagli italiani, spinge centomila etiopici circa, a convogliarsi nelle file della resistenza, che dall’agosto del 1937 iniziano le azioni di guerriglia contro l’esercito italiano. La più vasta ed indomabile rivolta si sviluppa nel Lasta. In pochi giorni gli insorti, guidati dal degiac Hailù Chebbedè, riescono ad impadronirsi di diversi presidi italiani.

Mussolini è furente. Il 15 settembre invia pertanto a Graziani un telegramma dal tono poco amichevole: “Io sono disposto a mandare battaglioni e aeroplani ma la rivolta deve essere stroncata con la più grande energia e nel più breve tempo possibile. Non si perda altro tempo.” Graziani non è certo uno che perde tempo. Il 19 settembre, a più di un mese dall’inizio della rivolta, Graziani lanciava un attacco a tappeto contro i ribelli: gli abergnoc di Hailù Chebbedè vengono attaccati da 20.000 uomini, bombardati da terra e dal cielo e ipritati dalla 64ª squadriglia. Dopo una aspro combattimento i partigiani devo arrendersi.

Il loro capo, non verrà, come comunica Mussolini al re Vittorio Emanuele III, fucilato, ma bensì decapitato. La sua testa, poi, è infilzata su di una picca e orribilmente esposta nella piazza del mercato di Socotà e poi in quella di Quoram.

Con questo barbaro spettacolo, si conclude il vicereame di Graziani in Etiopia. L’11 novembre 1937 Mussolini gli invia questo telegramma, con il quale lo congeda dai suoi incarichi: “Caro Graziani, con la liquidazione ormai sicura e prossima dei conati di rivolta nell’Amhara e nello Scioa, ritengo che il suo compito sia finito”.

Articolo pubblicato anche sul blog “il Partigiano”

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