pubblicato il 29 Marzo 2007 · 2,886 letture
La nota dei vescovi contro i Dico
di Stefano Minguzzi
Come richiestoci dai nostri lettori pubblichiamo la nota del 28 marzo della CEI (Conferenza episcopale italiana) che esprime il suo no ai Di.Co. e, soprattutto, l’obbligo di ubbidire dei cattolici.
L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune.
La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente “approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi” (Statuto C.E.I., art. 23, b).
Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli.
Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.
A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume.
Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile.
Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.
Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare.
Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis: “i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana”, tra i quali rientra “la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna” (n. 83). “I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato” (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.
In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di “un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge” (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).
Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non “può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società” (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).
Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica.
Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.













Commenti
5 commenti per il momento.
La posizione della chiesa è, può e deve essere quella che la chiesa vuole, l’unico interesse di un laico deve essere l’atteggiamento delle istituzioni, che operano in ambito diverso e irriducibile.
In questo caso specifico, si può commentare che la posizione sul matrimonio e sulla famiglia è semplicemente sbagliata, storicamente scorretta, presentando il matrimonio e la famiglia intesa come nucleo di mamma papà figli come istituzione naturale, il che non è.
Questo, suppongo, la chiesa lo sa benissimo, non la taccio di ignoranza, ma di voluta mistificazione che sa di poter attecchire sull’ignoranza.
Di nuovo, il mio interesse è concentrato sulla repubblica italiana, e l’amara considerazione è che i cittadini italiani non hanno (non si danno, non sono interessati a) gli strumenti per controbbattere una posizione del genere col più semplice “hai detto una cosa non vera”.
Vogliamo cominciare a insegnare ai ragazzi a scuola che il modello occidentale contemporaneo non è l’unico esistente, e che non esistono modelli naturali ma solo diversi (nello spazio, nel tempo: nella storia, cioè) modelli culturali.
mi sembra un’evidente intimidazione nei confronti di coloro che riconoscono alle tonache un qualche valore (siano essi cattolici praticanti o semplicemente di destra). Il paternalismo è del resto la chiave su cui si costruisce il potere della chiesa, pertanto chi è stato figlio, non può che rimanerlo per tutta la vita. La storia che ci ha fottuto tutti, chi più chi meno, ha visto sempre i figli ribelli fare una brutta fine: l’alternativa è sembre stata tra l’ammazzare il padre per sostituirlo, e il suicidarsi.
Oggi si vuole far fuori la famiglia-istituzione e, guarda caso, la chiesa si incazza molto di più che in passato per aborto, divorzio e quant’altro! Mi sembra che la posta in gioco sia oggi molto più alta.
Non mi fermerei solo alle ragioni superficiali su cui fondano la loro crociata. I gay sono da sempre componente sostanziale del potere temporale della chiesa e pertanto non è l’implicazione omo in sè che spaventa la chiesa. Il terrore viene dall’affermare una libertà generale che propone l’unione tra due persone, basata sulla sessualità. Sessualità che può essere realizzazione dell’identità, non semplice perseguimento del piacere (male). La chiesa ha paura di questo. Della visione della sessualità non come meccanico strumento di riproduzione della specie, ma come comunicazione tra esseri umani diversi.
Questo non riescono a concepire: Per la chiesa scindere l’atto dalla funzione significa masturbazione, ricerca genitale del piacere. si oppongono perchè intuiscono che questo sarebbe veramente “uccidere” il padre, uscendo dalla coazione a ripetere una sessualità che non tiene conto della differenza tra uomo e animali, in cui si è padri/figli e mai individui. Per loro sarebbe cadere nella bestialità, e in buona fede, da buoni padri, si oppongono per salvarci.
concordo con Stefania: il problema non è se la Chiesa sia o no “progressista”. E questo non perchè io sia o meno cattolico praticante, ma perchè la posizione della Chiesa è una posizione che non costituisce parte politica. Il problema è che il laicismo in politica è molto debole, perchè la politica è molto debole e cerca qualcuno che gli dica cosa pensare.
Esatto, Stefano: oltre che molto triste. Nonché pericoloso, vista la forza con cui la chiesa dice alla politica che cosa fare e lo spazio che a questa forza è dato. E si ricomincia daccapo.
A proposito dell’intervento di Semmelweis, io non credo che per la chiesa (riguardo ai DICO) il punctum dolens sia la sessualità. In generale, l’ossessiva insistenza sulla sessualità da parte dei preti ho sempre pensato che sia uno strumento per attirare l’interesse, con lo stesso meccanismo con cui si fa la pubblicità agli occhiali da sole mostrando un seno o si commentano le partite di calcio mostrando le cosce (non quelle dei calciatori…). Quindi non ci caschiamo anche noi! Alla chiesa di chi fa sesso con chi non gliene frega assolutamente niente, è un istituto di potere che fa il suo mestiere, e tende dunque a mantenere fertile il terreno su cui ha sempre attecchito, conservando inalterata una struttura socicale fondata sul matrimonio e sulla famiglia nucleare.
Un’unione di persone basata su presupposti come la libertà di scelta, la condivisione, lo scambio affettivo e umano, il confronto aperto, per il fine della chiesa, non funziona.
mhhm.. ti dirò, questa cosa della pubblicità non mi sembra che vada al nocciolo del problema. qui non si parla di un semplice centro di potere, che per carità, concordo che difenda i suoi possedimenti. Ciò che accomuna Ratzinger a Hitler, a Berlusconi, Fini, ma anche Rutelli, Pannella, a qualche ex stalinista e togliattiano, è un’idea orribile della specie umana. Specie che oscilla tra l’ideale astratto del santo e padre di famiglia, milite e patriota, intellettuale libertario, comunista ortodosso, e la realtà pronta ad affiorare del mostro notturno, dell’animale cannibale, del libertino suicida, dello scienziato onnipotente, della libertà-caos degli istinti. Avranno sempre ragione questi qui a voler irreggimentare, sottomettere, educare, impaurire, se non esiste un pensiero alternativo dell’umano. La sinistra dovrebbe sbrigarsi a capire questo, invece di rubacchiare qua e la, da atei razionalisti come da mistici e caritatevoli fraticelli cristiani, un’idea alternativa dell’umano da contrapporre a queste idee brutte e stupide. Magari fosse solo una questione di marketing…