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Salgado, in cammino

di Stefano Minguzzi · 15 Settembre 2000

Perché scrivere della mostra In cammino di Salgado? Perché farlo qui? La mostra, curata da Lelia Wanick Salgado e locata in Italia nelle suggestive stanze delle ex-Scuderie Papali adicenti al Quirinale, é costituita da piú o meno 300 foto, che hanno per tema l’esclusione, l’emigrazione forzata, la povertá, ma anche la speranza, il dolore, la decenza.
Il titolo, In cammino, cerca di prepararci allo spettacolo a cui assisteremo. Spettacolo che tracima i confini del termine: notizia che non trova piú spazio nei telegiornali, l’esodo dei senzanulla trova un nuovo contesto e rifugio nell’esposizione artistica. Giá dalla premessa che ci viene fatta si capisce che la mostra non sará un’expo fotografica, ma un compendio di ció che telegiornali e quotidiani non ci fanno vedere perché non fa piú notizia.
Il bambino vietnamita, il vecchio afghano, la donna indio sono tutti assolutamente identici: il bianco e nero esalta i contrasti delle forme e delle luci (spesso i cieli sono gravidi di pioggia, creando un maestoso e tragico sfondo), d’altronde lo spettacolo rimane lo stesso, disperazione e solitudini mitigate solo dai legami sopravvissuti con il passato. Un ballo, una cerimonia funeraria, una cena o un matrimonio ricreano ad un tratto la differenza, riportano in Brasile l’indio e in Africa il marocchino.
Questa mostra é un grido contro l’informazione generalista che non vuole rovinare il pasto a milioni di famiglie globalizzate: come ci dice lo stesso Salgado Ho viaggiato per sette anni in cinquanta paesi tra milioni di fuoriposto: questa é la loro battaglia contro l’invisibilitá.
Alla fine non possiamo che essere d’accordo con Eduardo Galeano che parla di Salgado come di un testimone del nostro mondo: la grande odissea del nostro tempo, viaggio con piú naufraghi che naviganti.

aAAAAA
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