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pubblicato il 05 Aprile 2007 · 3,106 letture

Guida per riconoscere i tuoi santi (una recensione sofferta)

di Semmelweis

A guide to recognizing your saintsAmbientazione: New York; protagonista: il Queens, oggi… no anzi, è il 1986. Tutto accade a poche fermate di metro dall’isola degli Indiani Manatti, eppure lontano anni luce da qualsiasi altra cosa che non sia il Queens. Dito è già un affermato scrittore di Los angeles. O meglio, Dito è ancora un ragazzino di quartiere che vuole fuggire in California….

Segnalo con leggero conflitto interno questo film opera prima di Dito Montiel, da poco in poche sale italiane.
Conflitto derivato dalle diverse e via via sovrapposte sensazioni, ora di curiosità, ora di interesse ora ancora di noia e fastidio e riflessione, che ho sperimentato durante e dopo la visione.

Ribadisco che si tratta di un’opera prima e, come tale, accetto di buon grado che egli ne sia regista, scrittore e sceneggiatore oltre che protagonista. L’elemento autobiografico è un buon trampolino, l’autoproduzione pure, e Montiel sembra inseguire un progetto di vita e un ideale di autorappresentazione comune a molti artisti. Il passo più difficile semmai verrà dopo: solo pochi grandi sanno poi trasformare e rinnovare le opere successive in reale poiesi artistica, richiamando la propria vita interiore e quindi rinunciando alla propria identità autobiografica e cosciente. Non rimprovero a Montiel neanche il dilettantismo, come ho letto in giro, anzi semmai mi sembra che sia già capace di spunti e di efficaci citazioni cinefile.

La prima scena le contiene tutte: Dito (Robert Downey jr) fa la confessione a noi pubblico (un po’stile Spike Lee) Ci dice cosa succederà, chi morirà (Giuseppe e un altro) e poi dichiara:”Avevo lasciato tutto e tutti, ma nessuno mi ha mai lasciato”. Questa frase è, come vedremo, la chiave di volta del film.

Dito e uno scrittore di successo e, suo (o mio) malgrado, ripercorre a ritroso il percorso che lo portò, appena adolescente, ad abbandonare tutto e tutti per fuggire all’altro capo dell’America. E lo fa ricongiungendo i fili interrotti con Flaurie, la madre, con Laurie, il primo amore, Monty, il padre assente, e poi la cricca del quartiere, Antonio l’amico assassino e Mike l’amico assassinato.

“City of god” è l’altro grande film che mi richiama la visione di ”a guide to recognizing your saints”. Lo stesso improbabile richiamo religioso del titolo, la stessa efficace immersione nello spaziotempo, resa qui da carte da parati, trucco femminile, giacchette senza maniche ed una musica inconfondibile degli anni ’80 strillata da enormi stereo che oggi forse marciscono in discarica.

Rosario DawsonLa vicenda si sviluppa tra scenette familiari da telefilm per famiglie anni 70 e un ambiente metropolitano vivido ed efficacemente famigliare, quasi stessimo assistendo al dramma sotto casa. New York è città madre, che ti impegna, ti invade il cervello di appartenenza, di implicazioni, di legami e di conseguenze inevitabili, come una tragedia greca, ove la scena si fa personaggio e gli attori arretrano a semplice cornice, meccanici esecutori di un copione già scritto. Questo lo straniante effetto delle interpretazioni, che sembrano tutte pericolosamente anticinematografiche, senza per questo apparire troppo realistiche…sensazione che ho sperimentato, ad esempio, nei film di Vincenzo Marra: in quel caso l’effetto ottenuto grazie ad interpreti tutti rigorosamente non professionisti. Il cast che si regala Montiel è invece notevole: oltre a Downey Jr, eccelle Dianne Wiest, inedito Chazz Palminteri, grande Shia Labeouf, e soprattutto fantastica provocante assolutamente femmina (se non per il nome) Rosario Dawson, la cui apparizione, inaspettata, allevia l’altrimenti insopportabile secondo tempo (come chiarirò tra poco). Tra i santi di Montiel anche Sting, produttore esecutivo insieme allo stesso Downey jr.

Nota dolente è il messaggio che esala dal triacetato di cellulosa su cui è impresso ogni singolo fotogramma: non ci si può lasciare. Se ci si lascia e ci si realizza lo si fa a danno dell’altro. È un dogma che nasce da un racconto, è una storia vera che diventa una parabola universale. È inutile che tu fugga dall’altra parte del mondo: ti ritroveremo, caro Dito, non sei che un’estremità articolare di un leviatano chiamato famiglia, quartiere, amici. Sarà pure una storia vera ma….

Ma il film è, nella sua inaccettabile ineluttabilità, la prova che siamo noi i primi responsabili della nostra disfatta, noi a dar credito ai nostri santi. Per questo la rabbia, per questo il fastidio! perché il protagonista sa; è debole ma sa, conosce bene le qualità umane di ognuno di loro. Vede e descrive lucidamente la schizofrenia, conclamata in Giuseppe e latente in Antonio e Monty, ma non sceglie, cede sempre al più violento ai danni del più valido. Fugge ma non allontana veramente, e quando torna è come se non fosse mai andato via. Qualsiasi realizzazione di autonomia si dissolve come se il tempo non fosse mai passato. Sarà pure una storia vera ma…

Ma questo non vale necessariamente per tutti. E questo il film non lo dice.

Commenti

2 commenti per il momento.

  • di Daniele (10.04.2007 alle 19:47) Daniele Identicon Icon

    Caro Semmel, non mi hai convinto. Non credo che la realizzazione di autonomia di Dito si dissolva, quello che mi e’ sembrato di vedere nel film e’ una serie di persone stuck, immobili nel loro microcosmo, diciamolo pure, di merda. E questa, non il sogno americano, e’ la realta’, anche in una citta’ come New York. Le stesse storie che 20 anni fa accadevano a Ditmars Blvd oggi le potresti ritrovare, che so, a Ridgewood, o a Forest Hills.
    E il fatto che il sogno americano di Dito si realizzi lasciando qualche vittima alle spalle mi sembra non solo realistico, ma anche giustamente disincantato.
    Il senso di colpa e’ naturale, anzi connaturato al nostos. E il non-riscatto di Dito ne acuisce la portata, mai troppo sfruttata artisticamente, almeno nella mia esperienza.
    Insomma, io credo che questo sia un gran bel film, perche’ disturba, certo , ma almeno non lascia aperto neppure il piu’ piccolo spiraglio a comode quanto improbabili illusioni.

  • di Semmelweis (10.04.2007 alle 23:00) Semmelweis Identicon Icon

    Le mie considerazioni partono da una semplice quanto personale idea: immaginare un sogno reale è la cosa più difficile che si possa fare e forse coincide con l’arte nella sua forma più pura. Montiel ha dichiarato di aver scritto qualcosa che si avvicina alla sua vita, eppure egli stesso non può non riconoscere di aver travisato, di aver mistificato, e ridotto, ed interpretato. Addirittura ha detto di aver scritto per il padre, Monty . eppure non ha usato questa possibilità creativa, sempre a mio modestissimo parere, per fare poesia. se per te in un film è giusto essere disincantati, allora non potrò mai convincerti.