tag: economia, globalizzazione, tobin tax
Tobin Tax pro o contro, il dibattito accademico
di Daniele Tavani · 10 Agosto 2001
Appunti e riflessioni sulla tavola rotonda del 12/06/01, facoltá di Scienze Statistiche, Universitá “La Sapienza” di Roma
1. Introduzione: i motivi della proposta (Dott. Sergio Marelli, FOCSIV)
In un contesto economico come quello attuale, esistono problematiche macroeconomiche di sistema che impediscono alle politiche di cooperazione di svolgere efficacemente i loro compiti. Una di queste riguarda proprio le transazioni in valuta, flussi di capitali incontrollabili stimati nell’ordine di 1600 miliardi di dollari al giorno. La Tobin Tax (d’ora in poi TT), tassa sulle transazioni lorde in valuta proposta da Tobin nel 1972, poi ripresa dallo stesso autore nel ‘78 e successivamente oggetto di molte modifiche e raffinamenti ad opera di altri economisti, si propone di andare a colpire proprio questi flussi di capitale a brevissimo termine. Gli effetti che la tassa produrrebbe, secondo i suoi fautori, sono:
a) la mobilitazione di una quantitá aggiuntiva di risorse da reinvestire a vantaggio dei paesi del Sud del mondo;
b) la possibilitá di frenare la speculazione destabilizzante sui mercati finanziari;
c) evitare che la speculazione sulle piazze finanziarie sottragga risorse agli investimenti produttivi nei paesi sottosviluppati. I problemi principali, attualmente, riguardano l’applicabilitá della tassa.
2. Le posizioni dei critici e dei fautori della Tobin Tax (Prof. Paolo Palazzi, La Sapienza, Roma)
Le principali obiezioni mosse alla TT sono: a) non é praticabile; b) anche se lo fosse non raggiungerebbe gli obiettivi prefissi; c) avrebbe conseguenze negative. Vediamo il punto a). La non praticabilitá deriva innanzitutto dal fatto che la tassa avrebbe effetti solo se tutti aderissero: il funzionamento dei movimenti di capitale internazionali comporta che i flussi finanziari si spostano istantaneamente nella piazza dove ricevono la maggior remunerazione. Se anche un solo paese non aderisse i capitali affluirebbero tutti nel mercato finanziario di quel paese vanificando l’imposizione della tassa. Quest’obiezione, molto fondata, diventa piú debole se si pensa che l’80% delle transazioni in valuta (che sono proprio quelle che la TT vuole colpire) avvengono su 4 mercati: Tokio, Londra, New York e Francoforte. Quindi basterebbe un accordo su queste quattro piazze per assicurare l’efficacia della tassa. Certo, si svilupperebbero transazioni offshore, ma sarebbero comunque trascurabili. Infatti, dare ad un mercato finanziario una struttura che lo renda capace di assorbire domande e offerte giornaliere per cifre come quelle giá citate, non é cosa semplice. In secondo luogo, chi gestirebbe la riscossione della tassa? Questa é un’obiezione poco rilevante, infatti basterebbe che se ne occupassero le Banche Centrali nazionali. Infine, si obietta che la TT costituirebbe, dopo tutti gli sforzi per liberalizzarli, una nuova forma di controllo sui movimenti di capitale. Anche in questo caso, peró, se solo si pensa che per fare una transazione in valuta da un miliardo di dollari a brevissimo termine ci vuole un certo fido presso gli intermediari finanziari di riferimento, si vede come il controllo avverrebbe a danno quasi esclusivo dei grandi speculatori. O meglio, tutte le operazioni speculative subirebbero l’imposizione della tassa, ma questa sarebbe proporzionale all’ammontare dell’operazioni stessa (ricordiamo che l’aliquota proposta é nell’ordine dello 0,1-0,3%). Per quanto riguarda il punto b), cioé l’inefficacia della tassa, diciamo subito che l’obiettivo principale della proposta é quello di colpire i movimenti di capitale speculativi. La Federazione Banche Europee (FBE), in un rapporto sulla TT pubblicato di recente, afferma che questa é pura illusione, perché i movimenti speculativi hanno sempre una base di crisi reale. Ció é senza dubbio vero, ma é altrettanto vero che lasciare gli operatori di attuare speculazioni destabilizzanti accelera le crisi rendendole ingovernabili. Con l’introduzione della TT le crisi potrebbero essere gestite in modo meno drammatico. Anche un uno per mille di aliquota, se applicato su molte operazioni l’anno, sarebbe fortemente efficace. Dall’altro lato si obietta che i PVS in realtá sono interessati solo in minima parte ai movimenti di capitale: le transazioni in valuta avvengono solo sulle piazze importanti. A questo i fautori della tassa obiettano che il volume cosí elevato delle transazioni in valuta ne rende di per sé auspicabile l’applicazione. Il punto c), sugli effetti negativi delle tassa, viene criticato dalla FBE con la motivazione che non si possono tassare le transazioni: questo sembra ipocrita perché chiunque abbia un conto corrente sa che ogni transazione bancaria che compie ha una commissione, cioé un’imposta riscossa dalla banca stessa. Si obietta inoltre che la tassazione sui movimenti di capitale verrebbe ben presto incorporato nelle aspettative (previsioni sulle variabili rilevanti, ndr) degli operatori, e si scaricherebbe sui tassi d’interesse dei vari mercati. Tuttavia i tassi sono influenzati da tantissime variabili, tra cui il costo delle transazioni gioca un ruolo molto minore. L’investitore a lungo termine (che normalmente non si comporta da speculatore), lui sí che guarda alle variazioni dei tassi; lo speculatore in valuta gioca in base alle sue aspettative di variazione del tasso di cambio spot (a pronti cioé) aspettandosi guadagni non in conto interessi, ma in conto reddito. Da ultimo, si afferma nel rapporto della FBE che i movimenti di valuta vengono effettuati anche per motivi condivisibili, come l’esigenza degli operatori di assicurarsi sul movimento dei cambi: ad esempio, per coprirsi dal rischio di una svalutazione, i contraenti possono stipulare un contratto che prevede la fissazione al momento della stipula di un tasso di cambio per il momento in cui il contratto giunge a maturazione. In tal modo, sapendo fin da ora il tasso di cambio a termine, vengono eliminati i rischi connessi alle variazioni del cambio (copertura sul mercato a termine). Certamente anche queste transazioni verrebbero colpite, ma l’impatto su di esse sarebbe lieve.
3. Problemi della Tobin Tax e strumenti alternativi (Prof. Umberto Triulzi, La Sapienza, Roma)
La proposta venne avanzata al fine di eliminare le fluttuazioni dei tassi di cambio e favorire la stabilitá dei mercati finanziari (l’aliquota originaria era fissata intorno allo 0,05%). Successivamente si sono aggiunte dimensioni etiche con la considerazione che il gettito recuperato attraverso la tassa avrebbe potuto fornire risorse per la cooperazione allo sviluppo dei paesi del Sud del mondo. Uno dei problemi sollevati dall’applicazione di una tassa di tipo Tobin riguarda l’impossibilitá di distinguere tra situazioni speculative stabilizzanti e destabilizzanti, cosa che richiederebbe una differenziazione delle aliquote per tipo di speculazione. Inoltre, un’aliquota bassa potrebbe non essere sufficiente a frenare i movimenti speculativi: in una situazione di crisi per una valuta, la speculazione é diffusa e nasce da aspettative di elevati guadagni dalle variazioni attese del tasso di cambio, e lo speculatore potrebbe non essere fermato da un’aliquota di bassa entitá. Ad esempio, con riguardo alla crisi messicana del 1994 le stime mostrano che una tassa, al fine di sortire effetti, avrebbe dovuto essere del 20%, e non dello 0,05%. Da questo si argomenta come sia molto difficile che una tassa Tobin possa esercitare effetti di disincentivo reali per la speculazione. Ma un’altra considerazione, secondo Triulzi, spinge ad essere critici nei confronti di questo tipo di politica: in una situazione economica complessa, forse non sarebbe opportuno mandare un messaggio (tassazione delle transazioni lorde in valuta per frenare la speculazione) che non sarebbe compreso dalla societá civile nel complesso, ma solo da economisti e operatori sul mercato dei cambi esteri. Infine, dopo gli sforzi compiuti per aumentare la libertá dei movimenti di capitale, l’introduzione di una qualche forma di controllo sembrerebbe costituire un passo indietro. Il nostro obiettivo é dunque quello di evitare la speculazione selvaggia: da questo l’estensione ad una tassa per favorire lo sviluppo non é una cosa cosí ovvia. Piuttosto che sottrarre ricchezza ad alcuni soggetti economici per distribuirla ad altri, sarebbe forse maggiormente opportuno aumentare le risorse destinate alla cooperazione. Questo richiede l’abbandono dell’incoerenza, tipica delle politiche economiche nazionali, nella gestione delle politiche internazionali (per incoerenza si intende un approccio “flessibile” alla politica economica; politiche coerenti sono quelle orientate da obiettivi di lungo termine, quelle incoerenti sono invece legate alla massimizzazione degli obiettivi di policy di periodo in periodo, ndr). Infine sarebbe opportuno garantire una maggiore funzionalitá al sistema finanziario internazionale: in particolare introdurre controlli maggiori a livello di gestione dei sistemi bancari. La letteratura piú recente sulle crisi valutarie (i cosiddetti modelli di terza generazione, ndr) associa il collasso dei sistemi asiatici alle crisi bancarie: crisi valutarie e crisi bancaria vengono chiamate “crisi gemelle”. In effetti, la posizione di sovraesposizione delle banche asiatiche all’origine della crisi, molto probabilmente derivó dal fatto che non vi erano meccanismi di controllo e di coordinazione delle politiche bancarie adeguati. Ancora, se la diseguaglianza é quella che é, aumenta il rischio di tensioni sui mercati perché diventa sempre piú difficile trovare il consenso di tutti gli operatori. Da ultimo, é necessaria la riforma del sistema economico internazionale per rafforzare i controlli sui sistemi bancari nazionali dei paesi emergenti. La chiarezza in seno alla collettivitá sugli strumenti e sugli obiettivi é conditio sine qua non; la TT non é un provvedimento chiaro, piú efficaci in tal senso potrebbero essere un maggior controllo e una maggiore coerenza del sistema internazionale.
4. Questioni di “ottima tassazione” collegate ad una Tassa di tipo Tobin (Prof..sa Pugliese, Terza Universitá, Roma)
Le istituzioni internazionali e soprattutto le Organizzazioni Non Governative si prefiggono tra i loro obiettivi quello di assicurare le sussistenza nei paesi del Sud del mondo cercando di sradicare le cause della povertá. Una di queste cause sono le crisi finanziarie, che hanno un impatto immediato sulle condizioni di vita della popolazione. Ad esempio, la cirisi asiatica del 1997 ha avuto effetti ben peggiori della crisi del ‘29 negli Stati Uniti. Une delle proposte per combattere le crisi valutarie riguarda l’introduzione di controlli sui movimenti di capitale, in particolare una tassazione sulle transazioni lorde in valuta (la TT appunto). In un movimento di conversione da lire a dollari e di nuovo a lire, la TT sarebbe applicata due volte. L’effetto immediato é quello di influire sui differenziali d’interesse: se il tasso d’interesse interno fosse poniamo del 5%, e l’aliquota della tassa poniamo dello 0,1%, nel convertire lire in dollari per esempio ad un anno, gli operatori andranno a confrontare il tasso d’interesse nazionale con quello estero, che dovrá essere almeno uguale al 5,2% (supponiamo per semplicitá di applicare l’interesse semplice e non quello composto) per rendere conveniente la transazione. Se l’aliquota fosse dello 0,1% al mese, il tasso d’interesse estero dovrebbe essere almeno pari al 7,4% (5% + 0,1% x 12 x 2). Analogamente, se l’aliquota dello 0,1% fosse applicata su base giornaliera, il tasso d’interesse estero dovrebbe essere almeno uguale al 78% (cioé al 5% del tasso nazionale piú 73% dell’aliquota: 0,1% x 365 x 2). Si vede chiaramente come una tassa di questo tipo costituisce un controllo sui movimenti di capitale discriminando a svantaggio di quelli a breve. Tra le obiezioni che vengono mosse, la prima riguarda la definizione dell’imponibile: la tassa dovrebbe colpire le transazioni spot (cioé a pronti, con consegna immediata), ma queste possono essere riprodotte su operazioni derivate, come i futures, che sono invece a termine, cioé con consegna differita nel tempo e andrebbero ad ostacolare l’efficacia della tassa. Un secondo tipo di obiezioni riguarda il fatto che in una situazione di crisi valutaria, se lo speculatore avesse un’aspettativa di variazione del tasso di cambio pari al 10% in un giorno, in un anno la variazione del tasso di cambio sarebbe maggiore del 300%, e la TT non avrebbe alcun effetto. Per questo motivo raffinamenti successivi della proposta di Tobin hanno mostrato l’utilitá di una tassa “a due corsie”: un’aliquota bassa da applicare sempre, e una piú elevata solo nei casi in cui il cambio dovesse oscillare troppo per evitare inconvenienti di questo tipo. L’ultimo tipo di obiezioni riguarda l’accordo sul guadagno della tassa. La raccolta di gettito a favore dei paesi poveri é un corollario; la proposta della TT é stata fatta per colpire la speculazione destabilizzante, quindi serve capre se l’applicazione di essa possa avere degli effetti di riduzione dei movimenti speculativi di capitale. Su questo non c’é un consenso unanime allo stato attuale. Per quel che concerne i costi amministrativi, invece, studi recenti hanno mostrato come la raccolta del gettito potrebbe essere fatta dalle banche centrali nazionali, e che l’aliquota potrebbe essere applicata istantaneamente a tutte le transazioni tramite i meccanismi a liquidazione simultanea, giá operanti sulle piazze finanziarie.
5. Alcuni “buoni motivi” per essere critici sulla Tobin Tax (Prof. Mario Sarcinelli, La Sapienza, Roma)
Cominciamo col dire che attualmente non esiste una possibilitá di tassazione a beneficio di un’unitá internazionale: basti pensare che anche L’Unione Europea non é ancora in grado di raccogliere gettito autonomamente mna viene finanziata con contributi dai bilanci nazionali dei paesi membri. Il problema maggiore peró é sintetizzabile nel quesito: vogliamo perseguire una strada di tipo teorico oppure una di attivismo politico, nella lotta alla povertá? E’ chiaro che la risposta assume forti caratteri di soggettivitá, ma si potrebbe argomentare che una soluzione teorica condivisa potrebbe costituire una solida base per prendere decisioni politiche (tra le quali senza dubbio figura l’introduzione di una tassa di tipo Tobin). Tuttavia i fatti fanno sí che ci si trovi piuttosto disincantati di fronte alla difficoltá di avere una comunitá internazionale piú solidale. Nel 1979 venne istituito il Forum per la stabilitá finanziaria, con il compito di formare gruppi di lavoro sui movimenti di capitale: il rapporto che seguí i lavori evidenziava come la ricetta suggerita per un miglior funzionamento dei flussi finanziari internazionali era semplicemente una miglior regolamentazione dei governi nazionali, accompagnata da una maggiore efficienza dei sistemi di regolamentazione dei sistemi bancari locali. Nessun accenno era fatto ai controlli sui movimenti di capitale, eccezion fatta per il Cile, che aveva imposto depositi gratuiti a garanzia dei flussi di capitale a breve in entrata. L’esperienza cilena, ormai chiusa, ha avuto alti e bassi. Il consenso sul modo di evitare le crisi valutarie e gli attacchi speculativi é ben lungi dall’essere raggiunto: vogliamo allora fornire aiuto ai paesi del Sud del mondo oppure vogliamo condurre una battaglia ideologica ai movimenti di capitale? La proposta originaria di Tobin, avanzata nel 1972 e poi ripresa nel ‘78, aveva un obiettivo di gestione macroeconomica internazionale di stampo keynesiano; Tobin vedeva nella riduzione della capacitá di governo dell’economia una grossa defaillance del sistema (non dimentichiamo che il 15 agosto 1971 venne dichiarata l’inconvertibilitá de jure del dollaro, mettendo in crisi il sistema di cambi fissi fondato sugli accordi di Bretton Woods). Quindi sicuramente c’era un intento di gettare sabbia negli ingranaggi del sistema, ma anche e soprattutto la volontá di porre dei controlli ai movimenti di capitale per rendere compatibile il “terzetto incoerente”: libertá nei movimenti di capitale, cambi fissi e gestione autonoma della politica economica. Solo successivamente ci si rese conto del potenziale di gettito della tassa, anche con un’aliquota bassissima quale lo 0,1%. Sull’ammontare delle transazioni in valuta giornaliere, c’é poi da dire che la cifra di 1600 miliardi di dollari riportata dall’OECD Economic Survey del 1998 é destinata a sgonfiarsi a causa dell’introduzione dell’Euro; la moneta unica ha fatto sí che mercato della copertura a termine in Europa stia cominciando a perdere rilevanza (perché il numero dei tassi di cambio si é ridotto, ovviamente). Lo stesso sta avvenendo con la dollarizzazione dell’America Latina: questi processi stanno cominciando a produrre e produrranno sempre piú una riduzione dell’importanza dei mercati dei cambi spot, dei futures, degli swaps, ecc. Non dimentichiamo peró che ancora per un periodo consistente le cifre continueranno ad essere importanti. Inoltre, non bisogna confondere le motivazioni accessorie, come quella del reperimento di risorse a favore dei paesi emergenti, con la motivazione fondamentale della proposta di Tobin, cioé la riduzione della volatilitá sul mercato dei cambi. Anche questo é un argomento controverso, e vede contrapporsi due posizioni: quella dei teorici delle aspettative razionali, che affermano che l’introduzione della tassa espellerebbe dal mercato gli speculatori stabilizzanti; quella di economisti piú eterodossi come Frankel, che affermano che sul mercato dei cambi vi sono due categorie di operatori: quelli con aspettative “estrapolative”, e quelli con aspettative “regressive. I primi operano sui cambi a breve, ed estrapolano l’andamento passato della loro variabile rilevante: se c’é stata una variazione nell’ultimo periodo, essi si aspettano che il cambio vari nella stessa direzione nel prossimo futuro. Infatti questi operatori devono mostrare di essere capaci di trarre profitti a brevissimo termine, e il modo piú semplice di farlo é quello di assecondare le variazioni del cambio. Dall’altro lato, gli speculatori regressivi operano su mercati a piú lunga scadenza, e hanno in mente un valore “normale” del tasso di cambio, verso il quale si aspettano che il tasso corrente, se vi si é discostato, “regredirá” (in senso statistico). Ora é chiaro che il primo tiupo di speculatori é destabilizzante per il sistema, mentre il secondo ha effetti stabilizzanti. L’introduzione di una tassa di tipo Tobin scoraggerebbe gli speculatori destabilizzanti riducendone il peso, e aumenterebbe invece il peso di quelli stabilizzanti. Tuttavia anche questa posizione non é da prendere come oro colato, perché il mercato mostra che non é sempre facile distinguere cosí nettamente gli operatori, visto che uno stesso individuo puó operare simultaneamente su piú mercati. Inoltre, anche se un’aliquota bassa potrebbe essere sufficiente a scoraggiare “viaggi di andata e ritorno” su valute, non abbiamo a che fare con gente che si guadagna da vivere in questo modo, ma con speculatori che operano in previsione di variazioni discrete del tasso di cambio: o la tassa riesce a confiscare completamente il vantaggio speculativo, oppure non serve. Sulla base di queste considerazioni, gli economisti favorevoli alla TT propongono le “due corsie”: una tassa di base dello 0,1% e un surcharge da far entrare in azione ogniqualvolta le oscillazioni del cambio superassero una certa soglia critica. Tuttavia attualmente non esiste un consenso internazionale sulla disponibilitá ad evitare variazioni profonde del cambio. Un ultima categoria di riserve all’introduzione della TT assume carattere prettamente politico: infatti attualmente tutti i governi sbandierano la volontá di ridurre il carico fiscale: é quello che sta succedendo negli Stati Uniti (dove peró la prima riduzione di rilievo é prevista per il 2006, cioé dopo le prossime elezioni presidenziali e dopo 2 elezioni del Congresso di mid term!), in Germania e in Italia. Forse l’introduzione della tassa sarebbe ostacolata da questioni di fattibilitá politica. Inoltre, possiamo immaginare che una parte di questo gettito sia assegnata alle istituzioni internazionali? Fondo Monetario, Banca Mondiale, WTO, non hanno mai avuto un grado di credibilitá basso come quello attuale, tanto che alcuni auspicano addirittura di togliere ogni responsabilitá sullo sviluppo alla Banca Mondiale, e di lasciarle solo compiti di sussidiazione farmaceutica ai paesi poveri. Bisogna prima restituire credibilitá a questi organismi, prima di “partire per la guerra”.
6. Riflessioni conclusive: studi empirici e problemi di Economia del Benessere
Come dimostrato da Gandolfo e Padoan, 1993, la TT é equivalente ad una tassa sul reddito da interessi sui fondi investiti all’estero, ad un saggio che é funzione crescente dell’aliquota della tassa stessa, oppure ad un’imposta negativa (cioé un sussidio) sul reddito da interesse sui fondi investiti all’interno, ad un saggio che é funzione crescente dell’aliquota medesima. Gli stessi autori hanno simulato l’introduzione della tassa nel loro modello macrodinamico in tempo continuo, modificando opportunamente il differenziale d’interesse da cui dipendono i movimenti di capitale, in modo da esaminare gli effetti della TT sul sistema microeconomico tenendo conto di tutte le interrelazioni dinamiche tra le diverse variabili. I risultati sono confortanti: l’introduzione della tassa fornisce un contributo decisivo alla stabilizzazione del sistema con piena liberalizzazione dei capitali; inoltre consente al sistema di operare con un livello minore del tasso d’interesse nazionale, che rende meno rigido il vincolo rappresentato dal tasso d’interesse estero. Ció offre piú spazio alla politica finanziaria interna in termini ad esempio di finanziamento del debito pubblico. In ogni caso, dalle posizioni analizzate, emerge come l’opportunitá o meno dell’introduzione di una tassa sulle transazioni in valuta sia in ultima analisi un problema di Economia del Benessere: non si puó dare una valutazione di economia “positiva” sui suoi effetti, ma é necessario specificare una teoria della giustizia che ne suggerisca o meno l’applicazione. È chiaro che cosí facendo si esce da un ambito di oggettivitá, e si introducono giudizi di valore, che rendono l’analisi opinabile. La TT é dunque piú che mai un problema politico: ad esempio, io non sarei cosí d’accordo con le opinioni espresse dal Prof. Triulzi, quando ad esempio suggerisce come piú opportune forme di cooperazione “strutturale” microeconomica. Questo discorso sembra molto simile a quello di Berlusconi sul terzo settore in Italia: noi come Stato ci chiamiamo fuori da una serie di ambiti, lasciando al no profit il compito di risolvere questi problemi. Anche sull’opportunitá o meno di sottrarre reddito agli speculatori, personalmente, essendo propenso alla redistribuzione a livello nazionale, non vedo come potrei essere contrario ad una redistribuzione a livello globale, sempre posto che si riescano a risolvere i problemi legati alla gestione amministrativa di un’eventuale tassa di Tobin. Dunque, nell’evidenziare i vantaggi e i limiti della proposta, la scienza economica esaurisce il suo compito. Poiché la palla passa alle considerazioni politiche, é necessaria una pressione politica per l’introduzione della tassa e per il suo utilizzo a fini redistributivi. O piú in generale, é necessaria una pressione perché la comunitá internazionale rifletta comportamenti realmente solidali, quali che siano. Forse questa pressione é il compito piú importante che il movimento globale é chiamato a svolgere.



Commenti