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Nitin Sawhney - Beyond skin - Outcaste Records

di Daniele Tavani · 18 Agosto 2001

I am an Indian. To be more accurate, I was raised in England, but my parents came from India - land, people, government or self . ‘Indian’- what does that mean? At this time, the government of India is testing nuclear weapons - Am I less Indian if I don’t defend their actions?… less Indian for being born and raised in Britain? For not speaking Hindi? Am I not English because of my cultural heritage? - or the colour of my skin? Who decides? - history tells me my heritage came from the Sub continent - a third world country, a developing nation, a colonised land - so what is history? - for me, just another arrogant Eurocentric term… I learned only about Russian, European and American history in my school syllabus - India, Pakistan, Africa - these places were full of people whose history did not matter - the enslaved, the inferior.

Questa la presentazione in ultima di copertina, ad opera del suo stesso autore, del disco Beyond Skin pubblicato dalla Outcaste Records nel 1999. Un’idea di uomo meticcio, che si autodetermina al di lá della politica, della religione, della nazionalitá. Un’idea riflessa in una musica dai contorni sfumati, sospesa tra caratterizzazioni etniche, elettronica dell’ultima generazione, soul di matrice inglese, percussioni indiane su basi downtempo, chitarre flamenco, sezioni di archi, e molto altro. Musica dai vasti confini, forse priva di confini. Musica che riflette le idee di un uomo calato nel luogo dove vive pur se legato alle sue origini, a quelle origini che conosce solo per tradizione, ma che si mischiano con la vita di tutti i giorni a volte sciogliendovisi dentro, a volte mantenendo la loro diversitá. Oggi non c’é nulla di strano ad ascoltare della lounge music ricca di tabla drums indiane, ma tutti concorderebbero che il merito di questa nuova fusione é di Nitin Sawhney. DJ, chitarrista e produttore con alle spalle 4 dischi, é uno degli artisti legati al sound balearico di locali (e compilation) come il Café del Mar di Ibiza. Beyond Skin é il suo disco piú maturo, forse anche per certi versi smaliziato, prodotto in modo magistrale e con le idee molto chiare; un album in cui il numero molto elevato di tracce viene gestito in maniera impeccabile alla ricerca di un suono pulito, definito, riflessivo ma allo stesso tempo coinvolgente. Quello che colpisce é questa sorta di filosofia della contaminazione come arte, e contemporaneamente come forma di lotta contro ogni visione nazionalistica, che si chiami BJP (il partito fondamentalista hindu) o BNP (British National Party), e contro ogni forma di etichettatura sociale. Il disco si apre con la dichiarazione orgogliosa del Primo Ministro indiano che annuncia il test di 3 bombe atomiche nel sottosuolo indiano, e si chiude con la frase del Bhagavad Gita ripresa da Oppenheimer nel 1945, quando vide gli effetti della bomba che lui stesso aveva creato: “Ora sono diventato la morte, il distruttore dei mondi”. All’interno molte domande: “Il creatore occidentale della bomba la condanna nel nome dell’induismo. Il primo ministro indú la testa in nome di cosa? Del Progresso? L’India dovrebbe ringraziare l’Occidente per averle donato armi per la distruzione di massa?” A dire la veritá il discorso comincia alcuni anni fa, e giá album come Migration del 1995 e Displacing the Priest del 1996, dimostrano come Nitin Sawhney abbia “l’abilitá fuori dal comune di rappresentare pensieri, sensazioni e speranze della sua generazione” (retro di copertina del cd Introducing Nitin Sawhney, Outcaste 1999). “Classiche melodie indiane danzano a fianco di ogni altra cosa, dalle chitarre flamenco agli Asian grooves piú “deep”, alle semplici canzoni”.. Inutile dire che i featuring siano moltissimi e di livello, diretti con una visione organica nella sua ampiezza. Ascoltare uno dei brani “balearici” di punta della scorsa annata discografica come Homelands con la voce di Swati Natekar, e pensare che possa convivere armoniosamente con qualcosa di assolutamente diverso come The Pilgrim, con il rap di Spek, mostra come stiamo parlando di un grande artista, in grado di gestire al meglio i suoi musicisti come nel piano di Vince Guaraladi in Tides, e anche le sue influenze: basti pensare al sound alla Lamb di Nostalgia, o a quello di Letting Go, che riporta ai Morcheeba, o infine a The Conference, tipico esempio di scat singing percussivo indiano. Un disco dunque che spazia su vari livelli, quello politico e quello della contaminazione musicale, una miscela compiuta di elementi classici, trip-hop, drum’n bass, jazz, indiani. Tutto questo in modo poeticamente accessibile e affascinante, ma soprattutto compiuto. Musica cosí eterogenea trova un fattore comune nella sua ispirazione piú profonda, in questa sorta di “inno senza nazione”: “I believe in Hindu philosophy. I am not religious. I am a pacifist. I am a British Asian. My identity and my history are defined only by myself - beyond politics, beyond nationality, beyond religion and Beyond Skin”.

Track listing:

1. Broken skin
2. Letting Go
3. Homelands
4. The Pilgrim
5. Tides
6. Nadia
7. Immigrant
8. Serpents
9. Anthem Without Nation
10. Nostalgia
11. The Conference
12. Beyond Skin

aAAAAA
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