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Quintorigo live ai Giardini della Filarmonica, Roma

di Daniele Tavani · 18 Agosto 2001

Avevo sentito parlare dei Quintorigo, e mi ricordo un ascolto in macchina della canzone che avevano presentato a Sanremo, ma non conoscevo nulla della loro storia come gruppo né dei loro riferimenti musicali. Cosí sono andato al loro concerto senza alcun tipo di coinvolgimento emotivo, cercando di formarmi un giudizio il piú possibile legato al primo ascolto.

Innanzitutto lo stupore per il pubblico: quello che mi ricordavo di aver sentito era qualcosa di piuttosto ostico, e non mi aspettavo ragazzi e ragazze sui vent’anni, anche abbastanza ferrati. Fin dalle prime note peró mi sono reso conto di come il discorso musicale dei Quintorigo, a metá tra rock d’autore e sperimentazione “da camera”, con quel tocco di jazz derivante dall’uso del contrabbasso pizzicato e del sax, sia in realtá molto piú accessibile e potenzialmente “di tendenza”, specialmente in un paese come l’Italia. In effetti i chiari riferimenti stratosiani del cantante John De Leo, uniti ad un modo di suonare gli strumenti ad arco abbastanza inusuale, consentono al quintetto di perdersi sovente in lunghissime cavalcate psichedeliche in cui ognuno dei componenti del gruppo segue un suo percorso armonico, dilatando a piacimento la forma canzone in modo piacevolmente caotico. La scelta dei brani eseguiti, per la maggior parte cover come Purple Haze, o A day in The life, non dá adito a dubbi sui riferimenti ai movimenti lisergici della fine degli anni ‘60: un tipo di suono che, con gli strumenti a disposizione, acquista un sapore molto particolare. Dopo un inizio un pó in sordina, De Leo scalda la voce e tira fuori tutto il suo repertorio pluritimbrico, dai bassi piú profondi al falsetto piú acuto; aiutato dal doppio microfono - uno per i suoni “puliti” e uno per i distorti - sostituisce egregiamente la chitarra elettrica, dando al tutto un pizzico di cattiveria in piú che non guasta mai. La preparazione tecnica e il feeling del gruppo fa il resto. A metá concerto sul palco sale anche uno special guest: un trombettista francese fuori di testa anche lui in pieno stile jazz-psichedelico, con effetti chorus e harmonizer, che si integra molto bene nel caos organizzato del gruppo. Anche l’elettronica fa la sua parte: ogni tanto il fonico “looppa” i grooves che nascono spontanei dall’improvvisazione e lascia che i musicisti interagiscano armonicamente con la sequenza creata in tempo reale. Il pubblico accoglie ogni brano con entusiasmo, fino all’immancabile bis. Un concerto piacevole: non si puó certo dire che i Quintorigo non siano un gruppo ad elevata sperimentazione, e anche il confronto con i mostri sacri come Hendrix o i Bealtles li vede uscire con dignitá.

aAAAAA
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