Newbrainframes - blog metropolitano

pubblicato il 08 Maggio 2007 · 3,042 letture

L’Assaggiatore - maggio 2007

di Semmelweis

assaggio Se il Popolo è Sovrano, chi tenterà di avvelenarlo? E come? Sarà una pietanza servita da una multinazionale, o, più sottilmente, un film d’autore, un caso di cronaca, un libro dalla copertina accattivante, un decreto legge? Dopo anni di mitridatizzazione, con questa rubrica mi presto a fare l’assaggiatore del Re, a mio rischio e pericolo. E comincio subito con un avvertimento: ciò che ingrassa ammazza!
p.s.: Dopo il numero pilota la rubrica parte ufficialmente in formato mensile. Nùtriti di conoscenza anche questo maggio.

UN LIBRO

succoso

Il Vestito di Velluto Rosso - Racconti di Donne Sudafricane

10 donne ci raccontano le mille sfaccettature di un Sudafrica che non esaurisce la sua dialettica culturale nel binomio bianchi-neri. Un paese che parla undici lingue ufficiali. Durante l’Apartheid presero piede i racconti brevi, che potevano circolare facilmente. Si scriveva in inglese, la lingua dei coloni dal volto buono, contrapposto all’afrikaans, l’aspro idioma dei boeri segregazionisti. Inglese che fu (ed è rimasto) lingua franca, la lingua degli attivisti dell’ANC per gridare al mondo l’ingiustizia di un popolo schiavo nella sua stessa terra, la lingua che eluse il rischio della frammentazione e incomunicabilità interetnica per la difesa di un diritto condiviso. Ma comunque arricchito dai vocaboli ndebele, xhosa, afrikaans e hindi delle sue genti.
Finalmente questa ricchezza arriva anche a noi, grazie al lavoro egregio di scelta e traduzione di Maria Paola Guarducci. Scelta davvero eccellente che affianca autrici ben note come Nadine Gordimer ad altre, come Zoe Wicomb, altrimenti sconosciute al pubblico italiano.

Il lungo tunnel dell’inumano che diventa normale, banale. Poi la liberazione e il tribunale per la verità e la riconciliazione… l’orrore urlato del prima e il silenzio vuoto del dopo ci arrivano diritti al cuore; è davvero un infilarsi nella pelle degli altri, di qualsiasi colore essa sia: dal nero pece Zulu e Xhosa perduti nelle fetide township; al nocciola di un meticciato alla ricerca di un’identità e rifiutato dalle comunità di origine; all’ambra degli Indiani ora vittime ora artefici della discriminazione; al rosa di pochi, attivisti antiapartheid o feroci assassini. Un arcobaleno segnato, che ancora non ha la forza di splendere, in cui la violenza rimane e rimarrà a marcire ancora a lungo negli animi di molti, forse invisibile, o mascherata. Eppure… eppure si rimarrà sorpresi a scoprire che l’etnia delle autrici non sempre corrisponde a quella delle protagoniste. L’arte, la scrittura e nello specifico i racconti di donne scritti da donne, ci dicono che la razza non è vera diversità. E forse in questo messaggio anticipano una possibilità, un’opportunità per questa nazione dagli occhi secchi, senza più lacrime, di tornare a vedere i colori.
Il Vestito di Velluto Rosso - aa.vv. - Traduzione e prefazione di Maria Paola Guarducci - Edizioni Gorée - PP. 256 Prezzo 15 euro
UN FILM NELLE SALE

non ingoiare

Mio Fratello è Figlio Unico - di Daniele Luchetti

Sedotto dall’occhio lesso di uno scamarcio mi avvicino a questo film che suona come una canzone di Rino Gaetano. L’opera ultima luchettiana, una sorta di edizione pontina del fotoromanzo “la peggio gioventù” di Marco Tullio Giordana. Fu proprio Giordana a scoprire Scamarcio: era il 2003 e il bel tenebroso comparsava nell’Heimat-polpettone in salsa italiana dal titolo pasoliniano.

A quei tempi Elio Germano già calca le scene da un anno (Respiro - 2002), dimostrando da subito un talento acerbo che esplode nello spontaneismo interpretativo di “Sangue - la Morte non Esiste” (2005). Eccoli ora insieme: Germano è fratello di Scamarcio, ma figlio unico quanto a resa interpretativa. E’ lui Accio il mattatore, folle pagliaccio, l’ingenuo estremista che rimane bambino e ci fa ridere, il fascista per caso, che parla con parole altrui senza capirle e quindi senza condividerle. senza di lui e la sua goliardia il film non esisterebbe, salvo forse i camei di Zingaretti e della Finocchiaro (Angela). Va bene e fa bene ridere e sorridere su quest’italietta ignorante. L’importante è ridere senza condividere, mettere tra parentesi l’idea, secondo me poco onesta, che paradossalmente proprio l’estro di Germano aiuta a trasmettere. L’idea che a quei tempi (fine anni ‘60) non ci fosse scelta. Che fosse pura casualità se uno si trovava a cantare bandiera rossa o faccetta nera. No, questo no. E’ figlia dell’idea che porta a equiparare i fascisti di Salò con i Partigiani, perchè erano solo ragazzini. Questa illusione muore davanti al volto di un ebreo, di un poveraccio gambizzato. Lì l’ingenuità sparisce e la realtà parla una lingua che si può rifiutare o meno. E questo è ciò che discrimina, che fa la differenza.
Italia 2007 - 100 minuti - colore
UN DOLCE

succoso

Les Macarons

Ammetto di essere rimasto folgorato da questa Pâtisserie di lusso che fa impazzire i cugini d’oltralpe! Questi piccoli biscotti colorati dai mille gusti sono una delle raffinatezze che rendono i francesi maestri indiscussi di stile e gusto. Infatti, sebbene il nome (e anche la storia) ne indichi un’ascendenza italiana, è alla corte di Francia che la ricetta viene raffinata e gli ingredienti dosati fino a raggiungere la perfezione..

Il nome “maccaroni”, già in epoca medievale, è indistintamente utilizzato per indicare un una sorta di zuppa a base di pasta e un dolce composto da bianco d’uovo e polvere di mandorle. Poi, inspiegabilmente, il gustoso dolcetto fa perdere le proprie tracce nella penisola, per riapparire , al seguito di Caterina de’ Medici, nella Francia rinascimentale, paese che elegge a patria d’adozione. Infine, negli anni ‘30 del secolo scorso, grazie alla perizia di uno chef boulanger parigino, Ladurée, il Macaron trova la sua forma definitiva: un doppio soffice biscotto farcito di crema “ton sur ton”, gioia che gli occhi si vedono rubata dal palato; come i Macaron che Maria Antonietta divora senza ritegno nell’omonimo film della Coppola, perdonabile anacronismo glam.
Questo gâteau, citato da Nostradamus in persona, è un vero articolo da gioielleria: il suo prezzo si aggira tra i 45 e i 65 euro al kg. I gusti, suggeriti dai colori sgargianti, sono innumerevoli, dai più popolari lampone e pistacchio, agli intriganti caramello salato o liquirizia. Sconsiglio di provare a farli in casa, data la laboriosità della ricetta… niente di meglio allora che organizzare un viaggio a Parigi per una visita ad uno dei templi della Patisserie francese, come Ladurée, Pierre Hermé o la catena di pâtisserie di qualità Lenôtre.

UN SIMBOLO

good luckLo Stemma di Papa Benedetto XVI

chi ha come me l’abitudine di camminare con il naso per aria avrà fatto caso che i vecchi stemmi azzurro stinto di papa Wojtyla, quelli segnati da una croce gialla e dal carattere filiforme di una M, stanno a poco a poco cedendo il passo ai blasoni metallizzati del Ratzinger, nuovi fiammanti. All’inizio nessuno ci doveva credere troppo che il vecchio Karol avesse reso l’anima, o forse pensavano che questo vegliardo neoeletto non sarebbe durato tanto. Sta di fatto che per un annetto buono le vecchie insegne sono rimaste lì, appese.

Poi hanno visto che Benedetto reggeva e hanno cominciato ad esporre il suo stemma. E’ davvero un segno dei tempi in effetti. Il simbolo del pontefice polacco si caratterizzava per la semplicità nelle forme, si limitava a sottolineare la devozione mariana del papa polacco, ed era ormai parte del paesaggio urbano. Questi nuovi scudi invece sembrano un po’ corpi estranei, forse infastidiscono per i colori pacchiani, gridati. In linea con la nuova linea interventista della chiesa cattolica. Ratzinger ha scelto meticolosamente i simboli del suo papato e ne ha fatto un manifesto del proprio programma. Dal sito del Vaticano: “(…) nel punto più nobile dello scudo, vi è una grande conchiglia di oro (…) Nella parte dello scudo denominata “cappa”, vi sono anche due simboli venuti dalla tradizione della Baviera, che Joseph Ratzinger divenuto nel 1977 Arcivescovo di Monaco e Frisinga aveva introdotto nel suo stemma arcivescovile. Nel cantone destro dello scudo (a sinistra di chi guarda) vi è una testa di moro al naturale (ovvero di colore bruno) con labbra, corona e collare di rosso (…) Nel cantone sinistro della cappa, compare un orso, di colore bruno (al naturale), che porta un fardello sul dorso.”

La conchiglia si rifà ad una leggenda legata a sant’Agostino e allude alla inconcepibilità divina, che travalica quindi le possibilità di conoscenza umana (e fin qui ci staremmo pure).
Veniamo al moro, detto il “Moro di Frisingen”: comparve per la prima volta sullo stemma del Vescovo Ottone di Frisinga per celebrare la sua partecipazione alla alla Seconda Crociata, partita da Regensburg (Ratisbona) nel maggio del 1147.<!–[if !supportLineBreakNewLine]–>
Per comprendere il significato dell’orso andiamo a leggere su questo sito vicino al pontefice: si tratta del cosiddetto “orso di Corbiniano”. Corbiniano fu l’evangelizzatore della Baviera dell’ottavo secolo dopo Cristo. Durante un viaggio verso Roma, un orso divorò la sua bestia da soma. San Corbiniano comandò alla belva di portare essa stessa fino a Roma il suo bagaglio, lasciandola poi libera di ritornare nei boschi della sua patria. “Il significato è chiaro – spiega la nota dell’arcidiocesi di Frisinga - Il cristianesimo ammansì e addomesticò il selvaggio paganesimo e pose così nell’antica Baviera i fondamenti di una grande cultura”.
Come si vede il programma è semplice e facilmente intelleggibile. Basta alzare gli occhi al cielo…

UN FILM USCITO IN DVD (e in Divx)

bottarfegatoA Skanner Darkly - di Richard Linklater

Un Oscuro Scrutare (A Scanner Darkly) fu la mia prima volta con Philip Kindred Dick. Era un periodo grigio in cui vita e letture si sostenevano a vicenda, scambiandosi conferme o piuttosto collusioni , interpretazioni che erano citazioni, illuminazioni che si rivelavano illusioni. Non a caso mi trovai a mio agio colla progressiva degenerazione di Bob Arctor, agente infiltrato nel giro dei tossici e spacciatori, in un futuro (il libro usciva nel 1977) che è il nostro presente.

Arctor, interpretato qui da Keanu Reeves, è interamente immerso nel mondo che dovrebbe indagare: innamorato di una spacciatrice, spacciatore lui stesso e soprattutto consumatore di una droga allora forse futuristica, ma oggi perfettamente verosimile, la Sostanza M, chiamata dai tossici semplicemente Morte. Il sistema, la polizia, invade ogni spazio vitale di telecamere e microfoni, alla ricerca della radice del male, un fiore blu da cui si estrae la Morte.
Il tutto in una California che è un hotel senza uscita, le moquette deformate dalla mescalina. Un lager aperto nel ‘69, popolato da hippy logorroici e sconclusionati. All’ombra dei suoi palmizi si aggirano Charles Manson e Jeffrey Lebowsky, ignari l’uno dell’altro. Ma potremmo essere ovunque. Il paesaggio qui è quello interiore; protagonista la mente in via di distruzione di Arctor. Bob Arctor o Fred Arctor? un cognome che suona come “Actor”(attore), due nomi e due identità che si spartiscono una sola mente, occupando ciascuna un lobo cerebrale. L’oscuro scrutare non ha nulla dell’autoanalisi. E’ in realtà una profanazione, un guardarsi dentro attraverso gli occhi geometrici dell’insetto. Kafkiano fino al plagio! Quando la dissociazione si è conclusa anche la distruzione è irreversibile. La follia di Arctor è indotta, determinata, secondo un’idea tutta americana è lesione cerebrale, come in “Memento”. E a provocarla è il ruolo sociale, l’identità imposta dal lavoro. Danno irreparabile ma necessario. necessario a scoprire i segreti del Nuovo Sentiero, la comunità di disintossicazione dove Arctor, decerebrato, compirà l’ultima missione.
Un’ultima nota: il regista Linklater, non nuovo a questi trucchi, ha trattato le immagini col Rotoscope, e l’effetto ritaglio photoshop è straniante: se vogliamo, rende ancora più gelido e anticreativo questo film difficile da finire.
Usa 2006 - 100 minuti - colore


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Commenti

2 commenti per il momento.

  • di Stefano Minguzzi (9.05.2007 alle 11:23) Stefano Minguzzi Identicon Icon

    che bello! ora so che vuol dire la Kappa di Philip K. Dick :-)

  • di Semmelweis (10.05.2007 alle 07:58) Semmelweis Identicon Icon

    non è un caso che scrivesse solo k. Non avrebbe venduto un libro con quel nome! o forse avrebbe avuto successo scrivendo guide di birdwatching…