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pubblicato il 28 Maggio 2007 · 3,107 letture

Quello che non va nel “Decalogo per il Palazzo” di Mario Pirani

di Daniele Tavani

Mario PiraniQualche giorno fa è apparso sul sito di Repubblica un articolo di Mario Pirani, di cui si continua a parlare per via delle risposte dei lettori al sondaggio che ne è scaturito. Un paio di punti del decalogo lasciano perplessi.

Comincio subito con il dire che il punto più importante è tra quelli non elencati, ossia nel terzo capoverso dell’articolo, quando il Nostro scrive, a proposito della necessaria “riforma della politica”: “é un compito che spetta al centro sinistra se non vuole, presto o tardi, essere travolto (la destra può vivere anche nell’anti politica)”. Questa frase cattura in pieno il problema politico della sinistra italiana, perché il compito non appartiene al DNA della sinistra. Se si legge con attenzione, tutto il decalogo punta verso una definizione di regole minimali e di ambiti della politica, per consentire un più “liscio” funzionamento dei mercati. Ed è chiaro che obiettivi come questi appartengono alle destre liberali, e non alla sinistra. Il compito è perciò non solo arduo, ma per certi versi anche paradossale, perché la caratteristica saliente dell’attuale destra italiana non è tanto il suo essere antipolitica, quanto il suo essere profondamente illiberale. Da qui la conclusione che una sinistra ormai priva di ideologia si debba far carico di assicurare quel livello minimo di liberalismo necessario ad una democrazia per rimanere tale e per evolvere socialmente ed economicamente. Conclusione non ovvia, almeno per me, e per questo non facile.

Per quanto riguarda il decalogo vero e proprio, ci sono un paio di aspetti (il primo e il terzo) che lasciano particolarmente, e colpevolmente forse, a desiderare. Uno per eccesso di utopismo, l’altro per difetto di “vision”. Cito in corsivo ed argomento ad uno ad uno.

Primo: cambio radicale dell’équipe di governo, subito dopo le elezioni amministrative, con accorpamento e riduzione netta dei ministeri, taglio della compagine dell’esecutivo (oggi 104 tra ministri e sottosegretari) con un massimo globale di 60.

Semplicemente irrealizzabile nel breve termine (cioé dopo le amministrative, come proposto). Il senso di un “comandamento” del genere è alquanto discutibile, visto che implicherebbe il “suicidio politico” di cosi’ tanti personaggi in carica. Chi fare fuori? e perché uno piuttosto che un altro? Come suddividere i superstiti tra i vari partiti al governo? in base alle percentuali elettorali? Lo sanno tutti che il governo non ha i numeri per fare una cosa del genere, e su una cosa come questa il governo cade. E se cade, addio PD e buongiorno Berlusconi. Come dire, inchiostro sprecato. Punto.

Riassumo con un “vaglielo a dire a Mastella”, che non molti giorni fa (17/05/07, dal Corriere) affermava, in perfetto “poltronese”, a proposito di RAI, «Io i posti non li voglio ma mi chiedo: perché li devono prendere solo Ds e Margherita?».

A meno che Pirani non avesse altri obiettivi, del tipo destare l’attenzione all’inizio per incassare qualcuno dei punti successivi, sapendo che questo è irrealizzabile.
Discutibile anche questo, comunque.

Terzo: introduzione dell’obbligo del concorso con regole ferree e con classifica rigida (senza possibilità di scegliere fra rose di cosiddetti idonei) per tutte le nomine di pubblico interesse, dai primari degli ospedali ai direttori dei parchi ambientalistici, dai consiglieri di società partecipate a quelli degli organismi previdenziali.

Forse Pirani non ha ancora capito che i concorsi hanno esaurito da tempo il loro compito storico. Nonostante assicurino (al più, o addirittura soltanto, a parere di chi scrive) l’equità nel trattamento dei candidati, mirano a testare le competenze “scolastiche” degli stessi, e non necessariamente quelle attitudinali e relazionali, che alla fine fanno la differenza sul campo.

Inoltre, il fatto che storicamente si sia sempre trovato un modo per eludere le norme che regolano il concorso è di per sé argomento sufficiente per abolirlo tout court. I dirigenti devono essere liberi di assumere chi gli pare, sotto assolutamente ferree e ineludibili sanzioni in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.

Credo fermamente che l’unico modo per seppellire l’anacronismo ormai populista, oltre che eccessivamente oneroso ed inefficiente, dei concorsi pubblici sia la loro abolizione, e sostituzione con:

1) Abolizione della distinzione tra dirigenti pubblici e privati, e abolizione del contratto a tempo indeterminato per tutti i dirigenti. Sostituzione con contratto a tempo determinato, per un massimo di 5 anni, per tutti i dirigenti pubblici, con verifiche intermedie e finali ed eventuale licenziamento in caso di valutazione negativa da parte di una commissione esterna all’ente pubblico. Stipendio per i dirigenti comprensivo di un premio per il rischio per tutto il periodo contrattuale.

2) Selezione del personale basata sull’invio spontaneo, e/o dietro annunci da parte dei singoli enti, di cv da parte del pubblico ed interviste personali o di gruppo, come nelle aziende private, in modo da valutare le capacità relazionali e attitudinali dei candidati, oltre alla competenza scolastica.

3) Definizione chiara ed univoca degli obiettivi dell’unità amministrativa in termini sia di servizi che di bilancio, e elevamento delle sanzioni in caso di mancato raggiungimento.
Costituzione di un organismo centrale in grado di fornire “interpretazioni autentiche” in caso di conflitti.
Stesura di metodi standard per autovalutazioni semestrali obbligatorie dell’attività svolta da parte dell’ente, e ispezioni annuali da parte del ministero, con sanzioni efficaci (leggi senza pietà) in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi.

Da notare che quello che Pirani chiama riforma della politica ha dei confini non proprio netti con la riforma della pubblica amministrazione. Anche questo è un aspetto di complessità non da poco, in quanto i compiti e gli obiettivi della PA dovrebbero essere per la maggior parte indipendenti da chi governa. Da questo punto di vista, l’abolizione esplicita dello spoils system (punto 2 del decalogo, che ho omesso) è centrale.

Commenti

1 commento per il momento.

  • di Stefano Minguzzi (29.05.2007 alle 16:42) Stefano Minguzzi Identicon Icon

    Concordo e rilancio. I dipendenti, e quindi anche i dirigenti, pubblici vengono sospesi automaticamente dal proprio incarico in caso di accuse di reato contro il patrimonio, peculato, appropriazione indebita, falso ideologico etc. In caso di provata colpevolezza vengono licenziati e non sono più assumibili.

    Inoltre, invece di ripiombare nella mafia dei concorsi pubblici, stabilire il limite massimo di 5 anni per i dirigenti pubblici, imporre la mobilità regionale dai quadri pubblici in su in modo da non favorire la creazione di “dinastie” loacalistiche.

    Infine vera legge sul conflitto di interessi che impedisce (pena il licenziamento) l’assunzione di parenti fino al secondo grado di parentela.

    Poi la politica: lo spoil-system va rafforzato, altro che abolito! Lo spoil system (fatto in maniera trasparente ed entro il primo mese di governo) contribuisce alla chiarezza ed al turn-over. Aggiungiamo però regolamenti di Camera e Senato modificati in modo da legare simboli presenti sulla scheda elettroale e gruppi parlamentari, primarie obbligatorie per la presentazioni di candidature, obbligo di raccolta delle firme per la presentazione di liste/candidati anche se già presenti nei vari parlamenti. Infine numero di ministeri fissato per legge e riduzione del personale a favore degli enti locali.