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pubblicato il 23 Agosto 2007 · 3,268 letture

Il perdente radicale di Hans Magnus Enzensberger

di Stefano Minguzzi

boksNon si è tenuti a capire tutto, ma tentar non nuoce. Con questa citazione si apre il saggio del 2006, tradotto da Einaudi in italiano nel 2007, nel quale il filosofo tedesco analizza la figura del perdente radicale nella società contemporanea. Dal nazismo fino all’integralismo islamico.

Hans Magnus Enzensberger ragiona nel suo pamphlet sulla presenza nelle società moderne di un ampio campione di persone che si “tirano fuori” dalla vita sociale e che coltivano il loro fantasma facendone un’identità: quella del perdente radicale.

Un perdente diviene “radicale” nel momento in cui si consuma il suo dramma che non lo vede semplice vittima (che si può riscattare), ma perdente in quanto conseguenza ultima dell’essere se stessi. Infatti è una fantomatica sconfitta originaria che fa cadere l’individuo in una condizione di perdente in eterno.

Questa persona viene avviluppata in un gorgo di autocommiserazione e di disprezzo sociale e diventa un “dormiente” che conduce una vita anonima come capita nella quotidianità, ma che può scoppiare da un momento all’altro. Enzensberger individua in questo capitale distruttivo presente nelle nostre società la spiegazione più ovvia agli efferati omicidi della porta accanto che stanno annerendo la nostra cronaca.

In effetti già il cinema aveva descritto questo momento di esplosione distruttiva. In “Un giorno di ordinaria follia” (Falling Down, 1993, Joel Schumacher) Michael Douglas prorompe in una serie di atti di violenza gratuita verso incolpevoli persone. Il perdente radicale, infatti, non ha coscienza di classe, ma solo bisogno di vendetta, di ripagare il suo stato di frustazione. Di “fargliela vedere”.

E’ un meccanismo psicologico facilmente estendibile ad una serie di atti selvaggiamente violenti che vanno dal figlio modello che massacra i genitori ed arriva ad un gruppo di ragazzetti che accoltellano coetanei allo stadio.

Ma perché nella società contemporanea questo fenomeno pare essere in crescita? Il saggista tedesco espone una teoria, da verificare, ma convincente. Il progresso sociale non riesce ad eliminare la precarietà della condizione umana, ma solo a modificarla: sono aumentate a dismisura le aspettative di uguaglianza a fronte però di una limitatissima possibilità di una loro effettiva realizzazione.

In pratica all’aumentare delle conquiste sociali in termini di libertà e diritti, sarà sempre presente un numero crescente di esclusi. Se questo è vero, allora il perdente radicale vede crescere la propria rabbia ad ogni miglioramento che vede negli altri. E se trova un “vestito” ideologico a questa sua rabbia indirizzerà le proprie esplosioni distruttive contro un obiettivo (gli ebrei, gli immigrati…).

Non sorprende dunque che in Italia ad una stagione di estremismo politico sia seguito un periodo di riflusso abbastanza lungo e che la nostra cronaca abbia sostituito alla violenza politica quella domestica. Questa situazione è un allarme abbastanza preoccupante sullo stato della nostra società, ma non è l’ultimo stadio.

Quando un’intera comunità si riconosce come perdente radicale abbiamo un fenomeno nuovo: l’integralismo. Il fondamentalismo islamico si fonda, secondo Enzensberger, su una serie di umiliazioni che hanno colpito la cultura, la società, la scienza islamica da qualche secolo a questa parte. Una sorta di caduta immaginaria che ha creato parallelamente una società fortemente squilibrata ed a-sociale ed un senso di rivalsa verso il resto del mondo colpevole genericamente di questa situazione.

Il problema è che il perdente radicale non conosce risoluzione al conflitto se non l’annientamento suo o dell’avversario. Enzensberger arriva a vedere questo meccanismo alla base del suicidio nazista iniziato prima con l’annientamento degli ebrei, poi con la distruzione delle infrastrutture tedesche e culminato con la pistolettata di Hitler.

Il saggio di Enzensberger è molto amaro nelle sue conclusioni in quanto non indica, e non pare nemmeno avere, soluzioni. La facilità di arruolamento all’interno della comunità islamica di perdenti radicali pone interrogativi alle religioni, ma anche e soprattutto alle culture politiche tradizionali.

Alla fine il poeta tedesco lascia supporre che non vi sia altra strada che combattere questa battaglia, ma non vede possibilità di vittoria in quanto non si tratta di uno scontro di civiltà dove vincere è possibile. Si tratta più che altro della decomposizione delle società e delle relazioni sociali.

Commenti

13 commenti per il momento.

  • di claudio (24.08.2007 alle 16:30) claudio Identicon Icon

    insomma… Enzensberger è un perdente radicale!


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  • di Stefano Minguzzi (25.08.2007 alle 18:50) Stefano Minguzzi Identicon Icon

    mmmh, non ho capito qual è il punto: guardando il tuo blog mi viene in mente che l’aggettivo “radicale” abbia fuorviato il tuo commento.


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  • di Simone (1.09.2007 alle 11:55) Simone Identicon Icon

    Stefano ha scritto:
    “Enzensberger individua in questo capitale distruttivo presente nelle nostre società la spiegazione più ovvia agli efferati omicidi della porta accanto che stanno annerendo la nostra cronaca.” ed ancora: “…prorompe in una serie di atti di violenza gratuita verso incolpevoli persone. Il perdente radicale, infatti, non ha coscienza di classe, ma solo bisogno di vendetta,…”
    Da sito del Ministero dell’Interno si puo’ scaricare un documento interessante di 300 pagine dove si possono trovare molte statistiche relative alla criminalita’ dagli anni 80 a oggi.
    E’ interessante notare che dall’inizio degli anni 90 il numero di omicidi e’ costantemente diminuito. In particolare sono diminuiti molto gli omicidi commessi per “futili motivi”. Questo e’ sorprendente perche’ i media tenderebbero a far pensare il contrario, e a quanto pare anche le “teorie” di Enzensberger.
    Sono aumentati invece gli omicidi commessi all’interno della famiglia, probabilmente perche’ i figli rimangono di piu’ in casa (questa la butto li’ ma non lo so).
    Sicuramente rispetto a 10 o 20 anni fa oggi la cronaca ha uno spazio molto piu’ grande sui media questo probabilmente induce alcuni a costruire teorie sociologiche non in base a cio’ che avviene nella realta’ ma in base a come la realta’ viene presentanta dai media.
    Altro dato interessante e’ che l’effetto dei media non e’ devastante, infatti la percezione del pericolo non e’ particolarmente cambiata negli ultimi 30 anni (anche se i media tenderebbero a far pensare il contrario…forse va cosi’: “oh te, vuoi fare un’intevista? basta che dici che e’ tutto uno schifo e puoi apparire in televisione”)


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  • di Michela (1.09.2007 alle 13:43) Michela Identicon Icon

    questa definizione del perdente radicale sembra essere una descrizione un po’ generica di persone che non mi è chiaro se sono escluse dalla società o si autoescludono. Sono un frutto del conflitto tra società ricca e società povera? In tal caso non sarebbe certo un fenomeno nuovo, oppure il perdente radicale è un particolare caso di alienato, di disadattato ? Non è semplicemente dovuto a un’infanzia difficile, senza amore e magari violenta? O magari perchè cersciuto in mezzo a una guerra dove la vita stessa perde valore? In che senso questo perdente radicale è una nuova definizione? Cosa c’è di nuovo nel prendersela con i più deboli e nell’uccidere per desiderio di rivalsa e di vendetta?


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  • di Stefano Minguzzi (2.09.2007 alle 09:11) Stefano Minguzzi Identicon Icon

    L’obiezione di Simone ha senso anche perché in effetti HME non sostiene tanto la crescita del fenomeno del perdente radicale quanto la sua importanza come ruolo sociale. Potrei quindi svicolare in due modi: è colpa mia, oppure HME non parlava dell’Italia alla quale i dati del ministero si riferiscono. Non saprei dire perché in Italia i delitti stanno calando, so per certo che Berlusconi è andato al governo l’ultima volta spingendo a tavoletta con le proprie tv sulla questione sicurezza. E’ d’altronde vero che in mancanza di relazioni con chi ti circonda il senso di insicurezza aumenta (non li conosco, quindi li temo) e questa è una condizione ormai generalizzata in centro come in periferia.


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  • di Stefano Minguzzi (2.09.2007 alle 09:17) Stefano Minguzzi Identicon Icon

    rispondendo a Michela, il perdente radicale non è un emarginato o un “anormale”, è un integrato nella società con il suo lavoro, la sua famiglia e magari anche i suoi hooby. L’elemento chiave è il quadro psicologico di questa persona: indipendentemente da come gli vadano le cose, vive la società in termini di sconfitta, vendetta, etc. Per cui vive chi vicino a lui ha successo come un ladro che gli ruba qualcosa di suo. Personalmente di “livorosi a prescindere” ne incontro a pacchi, ma può darsi che non sia un’esperienza diffusa.
    Il punto chiave non è però come vivono i perdenti radicali, quanto come/quando scoppiano e come queste persone si aggregano anche politicamente. Ad esempio ho fortissimi sospetti che nell’ondata di antipolitica ci sia una enorme componente del tipo “facciamogliela pagare” anche se poi magari si è loro fedeli elettori da 20 anni.


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  • di Semmelweis (2.09.2007 alle 19:42) Semmelweis Identicon Icon

    credo che la frase di claudio sia invece molto azzeccata. Il “perdente radicale” è il primo a pensare che gli sforzi per cambiare una situazione siano inutili, che la logica della violenza sia ineluttabilmente vincitrice. ora corro al cinema, poi ne riparliamo ciaooooo (ps sono appena tornato, ho visto novità interessanti… ma è già stata costituita l’associazione?)


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  • di Semmelweis (2.09.2007 alle 22:15) Semmelweis Identicon Icon

    vengo al dunque dopo un kim ki duk agghiacciante:
    questo saggio mi sembra che annaspi ciecamente, affrontando temi psicologici e sociali in maniera apodittica senza alcuna preparazione psichiatrica, nè tantomeno proponendo una teoria della realtà umana.
    Ci si limita ad osservare i fenomeni (l’efferatezza apparentemente inspiegabile di certi casi di cronaca, l’inspiegabile efferatezza collettiva del nazismo, ecc) e a creare una definizione sociale di individuo attore di questi fenomeni. ne deriva la curiosa tesi che sarebbe la logica dell’esclusione, una volta che sia svelata una possibilità di eguaglianza a determinare la psicosi manifesta e l’eliminazione propria e dell’altro. ma la dinamica di rapporto, il meccanismo non viene assolutamente teorizzato, e quindi ovviamente non si propone nessuna soluzione.
    E’ una magia insomma: come i cloni di gizmo, siamo tanto carini ed educati, finchè una spaghettata di mezzanotte non ci trasforma tutti in gremlins assassini.
    Addirittura mi sembra ci sia una componente reazionaria pesantissima in questo autore: non è la diseguaglianza, ma l’aspettativa delusa di eguaglianza a determinare questi “raptus”.
    Cioè se stava meglio quando se stava peggio, meglio servo della gleba e religiosamente convinto che quello sia il mio destino piuttosto che illuminista deluso da false aspettative di libertà ed eguaglianza….
    Ma poi qualcosa di interessante mi sembra di riconoscerlo, in mezzo al pressappochismo psicologico che nemmeno un poeta dovrebbe permettersi: l’idea della nullificazione (o annullamento) nazista o integralista, verso l’altro che però raramente si rivolge anche verso se stessi, degli “schizoidi” cioè di quegli individui che hanno perduto qualsiasi rapporto con la realtà umana.
    solo che non è nell’autocommiserazione, o nell’invidia che è già un sentimento, che è già un rapporto, che si può cercare qualche spiegazione
    Nel nazismo non c’è rabbia, odio, invidia. Ad avere questi moti d’animo è semmai chi si aggrega intorno a queste persone, ma non sono loro i mandanti, sono spesso gli esecutori, affascinati dal vuoto di questi pochi “folli”


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  • di Simone (3.09.2007 alle 09:46) Simone Identicon Icon

    Stefano ha scritto: “Non saprei dire perché in Italia i delitti stanno calando, so per certo che Berlusconi è andato al governo l’ultima volta spingendo a tavoletta con le proprie tv sulla questione sicurezza.”
    Eppure per affrontare un discorso sulla criminalita’, o meglio, in questo caso, sull’apparente violenza che ci circonda, partire dai dati e’ necessario.
    Gli omicidi sono calati dai primi anni 90 a oggi (cosi’ dice il Ministero degli Interni) per motivi molto poco ideolgici: intanto bisogna dividere gli omicidi commessi dalla criminalita’ organizzata da quelli commessi dalla criminalita’ comune. Se si esaminano soltanto quest’ultimi si puo’ affermare che gli omicidi sono calati semplicemente perche’ negli anni che vanno dal 90 ad oggi la percentuale di giovani e’ calata a causa della bassa natalita’ (tendenza compensata solo in parte dall’immigrazione). E’ infatti un dato che gli omicidi sono commessi piu’ dai giovani (con un picco intorno ai 25 anni) che dai vecchi (la curva va sostanzialemente a zero oltre i 45 anni).
    Sul documento non si trovano spiegazioni sul perche’ invece gli omicidi all’interno della famiglia sono aumentati. Io tendo a sostenere che sono aumentati semplicemente perche’ genitori e figli restano a contatto stretto piu’ a lungo e di conseguenza aumenta la probabilita’ che avvenga un omicidio (ovvero si integra una funzione di distribuzione su un dominio piu’ ampio).
    Per quanto riguarda Berlusconi e’ vero che ha spinto molto con le sue televisioni sulla questione sicurezza. Ma e’ anche vero che pure in questo caso bisogna fare della distinzioni. Una cosa e’ la paure di subire un’azione criminale altra cosa e’ invece la paure generica della criminalita’. La prima colpisce le fasce medio-basse a causa di situazioni contingenti, la seconda colpisce in modo astratto le fasce medio-alte per ragioni culturali indotte dai media. Il primo tipo di paura e’ sotanzialmente stabile da quasi 20 anni, il secondo e’ probabilmente in netto aumento a causa dei media (ma su questo non ci sono dati certi).
    Queste due paure sono il riflesso di un mondo sdoppiato, uno reale e l’altro virtuale, gli “intellettuali” si riferiscono al mondo virtuale, si svegliano la mattina e mettono insieme le parole ricercando una valenza estetica e non scientifica a quello che dicono…nulla di nuovo.


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  • di Stefano Minguzzi (3.09.2007 alle 10:24) Stefano Minguzzi Identicon Icon

    parto da fondo (il commento di Simone), mentre trovo stimolante l’ipotesi che formuli circa una rapporto direttamente proporzionale tra numeri di giovani ed omicidi (ed ancora di più l’ipotesi dei giovani in famiglia causa dell’apparente impennata di delitti casalinghi), non concordo sulla percezione delle due criminalità. A me non pare che i media spingano una paura della criminalità tout-cour che colpirebbe soprattutto i ceti medi-alti e gli intellettuali. Semmai il contrario. A me pare che in un quartiere tutto sommato benestante come il mio le porte blindate, le grate alle finestre, gli allarmi (che suonano tutta la notte ed ad agosto…) sono aumentati a dismisura negli ultimi anni. Insomma credo che la paura fomentata dai media sia del tipo “non si piò più uscire la sera”, quindi paura di scippi, ladri, macchine rubate. Che non mi pare una paura indistinta della criminalità.

    Passando invece al commento di Semmelweiss non so se sia necessario avere una teoria psichiatrica(!) per poter parlare dei fenomeni sociali, ma sicuramente l’impostazione di HME non è esente dagli aspetti che denunci. Tutto sommato non mi sono posto il problema se HME era conservatore o progressista, ma mi pareva uno spunto interessante (e così in effetti è stato). La questione per la quale all’aumentare dei diritti cresce di pari passo anche l’insoddisfazione per l’impossibilità di goderne a me pare molto attuale: pensa ai precari (non politicizzati) che in pratica chiedono l’abolizione dei diritti acquisiti dai dipendenti a tempo indeterminato o anche tutta l’ondata di antipolitica (qualunquista) che chiede un linciaggio pubblico, ma non accetta di dover pagare le tasse…


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  • di Stefano Procaccini (3.09.2007 alle 20:52) Stefano Procaccini Identicon Icon

    Ho copiato il tuo blog perchè interessante.

    Ho scritto autore e sito.

    Spero no ti dispiaccia.

    Una volta mi hanno dato del “dormiente” confondendo però la filosofia con la malattia.

    Ciao

    Stefano Procaccini


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  • di Simone (4.09.2007 alle 15:00) Simone Identicon Icon

    Stefano ha scritto:
    “A me pare che in un quartiere tutto sommato benestante come il mio le porte blindate, le grate alle finestre, gli allarmi (che suonano tutta la notte ed ad agosto…) sono aumentati a dismisura negli ultimi anni. Insomma credo che la paura fomentata dai media sia del tipo “non si piò più uscire la sera”, quindi paura di scippi, ladri, macchine rubate. Che non mi pare una paura indistinta della criminalità.”
    Eppure i dati sembrerebbero dire che la paura di essere vittime di un reato e’ sostanzialemente stabile dalla meta’ degli anni 90. Al tempo va pero’ detto che la paura e’ stabile ma la percentuale abbastanza alta (circa il 30%), quindi finche’ questo 30% non arriva a saturazione il numero di allarmi installati aumenta. Bisogna poi anche capire se chi compra allarmi e’ chi ha paura di subire un reato o chi ha una paura sociale-ideologica della criminalita’ (e’ infatti vero che il mercato ci spinge a comprare tutta una serie di cose di cui noi stessi sentiamo di non avere un effettivo bisogno).
    C’e’ poi un altro punto da chiarire: chi e’ il target di una rete televisiva in mano ad un poltico potente quando questa parla di criminalita’? ovvero, la televisione muove paure ideologiche o cerca di parlare a chi ha paure dovute a cause concrete? probabilemente il primo target e’ piu’ plasmabile mentre la concretezza e’ piu’ difficile da manovrare…queste sono cose che butto li’ senza avere chiare idee in testa.
    L’unica cosa sicura e’ che negli studi statistici questi due tipi di paure da ormai molto tempo vengono presi in considerazione separatamente.


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  • di Stefano Minguzzi (4.09.2007 alle 15:06) Stefano Minguzzi Identicon Icon

    mah, sono anch’io dell’idea che a Roma una porta blindata sia ormai un optional con il quale si dota la casa, come l’aria condizionata o il riscaldamento autonomo. La sensazione è che la paura sia stata interiorizzata e sia diventata un “bisogno intrinseco di sicurezza”.
    Per quel che riguarda le tv di Berlusconi queste sono generaliste e si rivolgono a tutti indistintamente. Ovvio che spaventare un pubblico agitando l’uomo nero quantitativamente dà più risultati. E’ come quando vedi quelle trasmissioni sull’inquinamento che smetti quasi di respirare e se potessi ti installeresti immediatamente un pannello solare in testa… Sulla sicurezza stessa cosa: con una mano instilli paure e timori e con l’altra porgi la soluzione (”votate a destra”). Un classico del genere.


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