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pubblicato il 18 Ottobre 2007 · 2,971 letture

Cronache da Alkatraz 4. Sala Tipo

di Annamaria Ciampaglia

“All these years I thought I was wrongBut I know it was youRaise your headRaise your faceYour eyesTell me who think you are?” “In my darkest hour”, D. Mustaine Il reparto dove devo andare si chiama Terapia Intensiva Post-Operatoria.

Percorro i pochi metri tra la zona franca e la vetrata chiusa. Un medico molto giovane, credo un caporale, sta entrando. Lo seguo, così evito di citofonare ma mi dice che per entrare debbo chiamare uno degli infermieri e chiedere il permesso, poi sparisce dietro la vetrata. Citofono e dico che sono lì per insegnargli ad usare la corsia informatizzata.

Mi dicono di entrare, indossare il camice, la mascherina e le soprascarpe. Obbedisco e vestita come una specie di marziano mi avventuro nella grande sala della TIPO. All’inizio sono curiosa: di fronte a me c’è una fila composta da almeno cinque letti, tutti occupati. Non riesco a vedere però i degenti, perché sono nascosti dietro tubi e tende plastificate. Da ciascun letto spuntano fuori almeno due o tre tubi che confluiscono nei macchinari che monitorano il battito cardiaco e la respirazione. Cioè, la vita. In sottofondo, ogni tanto avverto un sibilo. Tiro dritto verso la caposala che mi accoglie come se stesse in chiesa e per fortuna mi guida dietro una piccola vetrata in uno stanzino dove posso iniziare a spiegare come si usa il sistema informatico di gestione reparti. Sul monitor, quei letti sono tanti quadratini: rosa per le donne, azzurri per gli uomini. Mi concentro su come si trasferiscono quei cosi colorati da un reparto all’altro. Lei è attenta, fino a che qualcuno non la chiama. Alzo lo sguardo e dietro la vetrata mi trovo faccia a faccia con un generale. Questo non mi saluta, anzi neanche mi guarda. Però io sì. E’ giovane per la carica che ricopre, ha l’aria seria, lunghi baffi grigi e i capelli color grigio topo stranamente spettinati e lunghi fino alle spalle. Chiama tutti a raccolta: ufficiali, caporali, infermieri. Gli si stringono intorno in attesa di istruzioni. Non riesco a sentire cosa dice, parla piano ma nessuno osa nemmeno fiatare. Ogni tanto si girano verso uno dei letti e qualche caporale annuisce ossequioso mentre un ufficiale donna, fa qualche puntualizzazione. Ogni volta che parla si passa una mano tra i capelli corti di un rosso innaturale: realizzo che i suoi capelli debbono essere grigi in realtà e il rosso-menopausa fa parte dell’uniforme da battaglia Ha gli occhi azzurri chiari chiari come l’acqua…mi vengono i brividi, qualcosa non sta funzionando, non sta andando tutto come dovrebbe…ho freddo, all’improvviso, sento tintinnare la sua armatura…

Resto lì. Col mio camice verde, la mascherina e le soprascarpe. All’inizio continuo a smanettare con il programma, poi cerco di collegarmi a internet…quanto tempo è passato? Dieci minuti, credo. Sono ancora tutti lì al centro della sala. Il generale impartisce gli ordini, loro prendono appunti. Non posso collegarmi a internet perché il Ministero della Giustizia ha intimato di disattivare l’accesso al web a tutto il personale subordinato. Allora mi giro verso i letti. Creature dotate di spire stanno attingendo aria da piccoli serbatoi. Sacchetti di plastica si gonfiano debolmente per poi sgonfiarsi come quando gonfi e rigonfi il sacchetto vuoto del cornetto della colazione, indeciso su quando lo farai scoppiare.Trattengo il fiato.Voglio uscire. Ho inserito sul mio cellulare il profilo “silenzioso”. Sul display la mia foto mi guarda con aria istupidita. L’aria è carica come di ovatta umida. L’odore dei disinfettanti si sta mischiando ad un aroma di palude. Il tempo passa. Sono venti minuti che sto lì ad aspettare che il generale finisca di impartire ordini alla truppa. Decido di andarmene.

Uno, due, i sacchetti vanno su e giù. Gonfio, sgonfio.

Metto un piede fuori dello stanzino ma mi blocco all’idea di attraversare la sala da sola e dovermi fermare di fronte alla truppa a dare spiegazioni. Guardo il vetro che mi separa dal monitor: c’è una specie di condensa, tante, tante goccioline bianche che corrono l’una dietro l’altra verso il pavimento. Mi tremano le mani. Da dove vengono tutte quelle goccioline?Ora fa bum…esci di qui.

Cerco di attirare l’attenzione della caposala, restando lì in bilico sulla porta. Lei mi vede, accenna un sorriso per rabbonirmi e poi si gira verso il generale, dimenticandosi completamente di me. Una scossa sulla mia mano.

Il cellulare vibra. Bum! Tutti i palloncini scoppiano insieme. Resto lì a guardare la scritta anonima che si compone sul display. Un nome, uno come tanti. I miei muscoli si bloccano e una mano gigantesca mi afferra lo stomaco.

Sei tu. Eccoci.Qui, nella sala della TIPO, di fronte al generale e all’esercito pronto alla battaglia. M’hai beccato. L’aria nella mia bocca diviene solida, difficile da inghiottire. Afferro il cellulare ed esco senza badare a nessuno. Faccio un cenno distratto alla caposala e corro verso lo stanzino dove poco prima ho indossato l’uniforme da sala TIPO.

Non puoi essere qui dentro, c’è gente, non sei arrivato a tanto, Alkatraz è una prigione e non è facile entrare.

Mi accuccio dietro l’armadietto di stoffa dove sono appese in buon ordine le uniformi e fisso in alto i tubi di plastica che corrono sul soffitto ad alimentare i macchinari.

Lì protetta da uno stuolo di fantasmi verdi che fluttuano sulle loro stampelle, realizzo che è tutto vero.

Rispondo. “Dove sei?”

Voglio dirtelo subito. Perché sono stata così sciocca da non cercarti? Ero impazzita davvero? Il cemento della mia ostinazione si sgretola senza rimedio. Polvere, al suo posto. Sto per scoppiare a piangere e a ridere insieme.

“Sono giorni che ti cerco” Sono qui, ad Alkatraz, nello stanzino della TIPO. Vieni. Hai l’impressione che la nebbia che ti attanaglia lo sguardo si diradi per un secondo. E’ solo un impressione, un preludio alla verità.

“Come stai? Come vanno i tuoi pensieri?”

Schegge. Ecco cosa sono i miei pensieri. Una grande vetrata che esplode in tutte le direzioni. Non riesco più neanche a comporre il mio nome senza perdermi. Ho bisogno del tuo ordine, la mia coscienza se ne sta andando , c’è uno strano sentiero tutto pieno di curve e deviazioni che si perde tra gli alberi e frantuma ogni volta il mosaico della logica. I pezzi sono tutti storti, vanno alla deriva nel fiume, non s’incastrano più. Aiutami.

“Sicuramente meglio della tua vista”

Sospiri. Lo sento: se ti vedessi potrei contare le ombre che oscurano il paesaggio che hai davanti. Potrei intuire le sagome d’ombra degli alberi nella foresta, così come le vedi tu oscillare nel crepuscolo, in alto in alto, dove si fondono col cielo. Se ti vedessi. “Dove sei?”Silenzio. Non posso dirtelo. Invece di risponderti macino confusamente lingue di fuoco senza alcuna parvenza di concetto.

E’ora che ci incontriamo. L’ultima volta eri quasi impazzita”

“E tu eri cieco, completamente”“Posso ancora vedere”

Mi seggo sul pavimento. Chiudo gli occhi, piano, piano fissando distrattamente le piastrelle verde acqua dello stanzino. Ecco che i miei pensieri tornano a posto, ecco pian piano prendono forma, il mio viso si rilassa, Alkatraz torna ad essere un normale ospedale di una grande città. Dura solo un istante, un impressione, un preludio alla verità. Io ho bisogno della tua acqua.

“Non ti ridarò la vista stavolta. Per ogni colore che ti faccio ritrovare io divento più vecchia. Se mi vedessi ora…sono passati cinque anni e il mio viso inizia a sembrare la superficie di una foglia negli ultimi giorni d’estate. Il mio cuore batte più lentamente, le mie mani diventano sempre più piccole e di notte, resto a lungo sveglia ad ascoltare il tic tac dell’orologio sul muro.Quando io morirò, tu sarai comunque cieco”

“fino ad allora, io voglio vedere”

“Qui non puoi trovarmi e quando sarai cieco del tutto io sarò al sicuro”

“hai detto così anche l’ultima volta…ma poi… ricordi?

Stai ridendo, secco lontano.

“Se solo ripenso a come annaspavi nell’acqua”

“Se solo penso a quando ti ho stanato col fuoco!”

Ora sono io a ridere e tu stai in silenzio con i tuoi occhi inutili appena socchiusi.

“Ti stanerò comunque. intorno a te c’è il sentore dell’errore è come l’odore di plastica bruciata intorno ad un filo elettrico che è andato in corto”

Quel filo sono io, le mie sinapsi, i miei ragionamenti

“Vicino a te c’è sempre qualcosa che non funziona, un meccanismo che s’inceppa, una rotella che salta…E io me ne accorgo…sai, posso vedere ancora tutto anche quando fa buio. E prima o poi, commetterai uno sbaglio, è nella tua natura e allora… ti metterai ad urlare, proprio come i pazzi, così forte che io ti sentirò”

“Torna nella foresta e restaci per sempre, proprio come i totem, dimenticato da tutti, sprofondato tra gli intrighi dei tuoi alberi marci…”

Silenzio. Ti chiedi perché all’improvviso ho deciso di correre il rischio d’ impazzire, pur di allungarmi la vita. Stai pensando a come possa essere così crudele da permettere che tu smetta per sempre di vedere.

Ma all’improvviso dici:

“Sei pazza”

“E tu cieco”. Rispondo.

Chiudo. Resto li per un po’ e l’unica cosa che sento è il fuoco delle lacrime. Tocco le piastrelle, sperando che acqua fresca mi bagni le mani. Prego, col capo poggiato sulle ginocchia che tu richiami. Uno, due, tre…eccoti di nuovo. Mi alzo lentamente. Non rispondo. Esco, senza togliermi di dosso il camice, la mascherina e le soprascarpe. Dove sei. Mi fermo al bagno, chiudo la porta e fisso il mio viso a lungo nello specchio. Eccole, piccole venature di foglia si stanno arrampicando sugli zigomi per raggiungere i miei occhi. La prossima volta saranno tante, troppe perché io possa fermarle. Non rispondo. Mi sfilo la divisa da sala TIPO e, fissando il pavimento giallognolo di Alkatraz, mi sposto piano fino alla zona franca. Entro: “Buongiorno”.

Un ufficiale mi sorride indicandomi distrattamente le soprascarpe che ho dimenticato di togliere. Ho le guance calde e gli occhi lucidi. Ho sbagliato, voglio urlare, voglio che tu mi senta, seppure non puoi vedermi. Mi chino fino a terra e quasi le strappo dai miei piedi. Il mio stomaco sembra un sasso millenario messo lì a bloccare l’aria nei polmoni. Guadagno lentamente il miglio verde. La striscia rosa scuro mi accoglie dalla vetrata come il velo di una sposa e accarezza silenziosa il disordine impazzito di tutti miei pensieri. Entro nella sala base dell’INTERPRICE e senza una parola mi seggo alla mia postazione.

Il messenger è spento. Apro il sistema di archiviazione interventi e inizio a scrivere.

Applicativo: gestione reparti. Intervento: formazione personale. Tempo impiegato…(non ricordo…è già sera) un ora…Operatore….ala, piano…

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