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pubblicato il 29 Ottobre 2001 · 3,022 letture

No man’s land: riflessioni

di Letizia Tavani

Più o meno qua da noi sono passate 2 anime della produzione cinematografica dei Balcani: quella lirica, un’anticchia new -age, tipo “Prima della pioggia” (e ci inseriamo pure Anghelopulos); e quella grottesca, cartonesca, scanzonata, che facciamo cominciare col Kusturica di Underground e la facciamo passare per La Polveriera. Entrambe produzioni di guerra. Entrambe tendenzialmente simboliche, spesso fortemente circolari.

Il nuovo arrivo “No man’s land”, firmato Tanovic, una produzione a 4 mani col Belgio, e Slovenia(?), lo inquadriamo nel filone grottesco. Ora, posto che ci sono battute che sono splendide, e che lo humor tipico autoctono lo é pure (vedi il soldato in tricea che legge distrattamente il giornale e commenta “certo che casino in Rwanda!”)… quando sono uscita dal cinema, nonostante abbia riso, e mi sia resa conto di aver riso dell’assurditá di una guerra fratricida, tra vicini di casa, compagni di scuola, etc, etc… la sensazione era -piú o meno- “vabbeh, e poi?!”.
Insoomma, a parte il compiacimento che lo spettatore puó provare (e prova! Eco docet) quando ti si ammicca in forma accattivante, brillante, quant’altro, il “disvelamento” (scusate l’heidegerese) di una certa situazione come acquisibile, quando, piú o meno, é giá, invece, consolidata; e una volta che abbiamo capito come le prendono le cose da quelle parti… Che cosa aggiunge No man’s land al cinema di guerra jugoslavo? che ci dá d’altro? che ci dice di piú? che ci testimonia di illuminante di una cultura attraversata da una decennale guerra civile devastante? La mia umile risposta é “pochino”. Poco originale il contenuto l’analisi dei fatti), poco originali i registri usati (la mise en scéne, molto teatrale, gli spazi chiusi in campi ravvicinati, personaggi tipizzati: la testa calda, il bravo ragazzo, quello che con una mina sotto il culo ha compreso la vanitá del tutto, la giornalista, il politico, l’eroe e il francesino sciusciá che si ritrova un morto sulla coscienza).
Questa la chiamo produzione di riporto: parla di argomenti che non scottano piú (l’intervento in Bosnia ormai é storia passata e piú o meno pacificata per líopinione pubblica), ce ne parla con toni familiari senza sconvolgerci, e ci fa comprendere cose che giá sappiamo, facendoci credere di aggiungere coscienza.
Io, allora, esco dal cinema intimamente insoddisfatta, penso che ho visto cose giá dette, che non mi hanno dato niente, e mi chiedo se oltre a ricercare facile e comodo consenso (e finanziamenti), riproponendosi con film di stampo tendenzialmente uguale, il cinema balcanico ci dirá prima o poi qualcosa di coraggiosamente nuovo.

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