pubblicato il 31 Ottobre 2007 · 3,020 letture
Cronache da Alcatraz 5-Errore in Oculistica
di Annamaria Ciampaglia
Siamo quasi alla fine della prima parte. Io e Mr Whire stiamo per affrontarci ma non è ancora chiaro dove e come.“Ho visto che tieni un quaderno rosso, accanto alla tastiera. Quello su cui annoti i tuoi pensieri da pazza. Ci ho tenuto sopra la mano per un po’, poi, senza farmi notare, ho rubato anche quello. Credo di sapere dove ti troverò”
“I like the way that you fool yourselfad make belive there’s nobody else”“Reconing day”-D.Mustaine,D.Ellefson
Il signor Whire si guarda intorno nella stanza vuota del Day-Hospital di Oculistica. Lo stesso, in cui due anni fa davanti a un entusiasta giovane primario discusse della sua vista e dei progressi che avrebbe potuto ottenere con l’impianto di un cristallino artificiale. Il primario lo convinse ad impiantare quel cristallino mostrandogli le statistiche sulle guarigioni ottenute negli ultimi dieci anni. Anche se in un angolo recondito della sua mente, sapeva in realtà che non avrebbe funzionato, la sua razionalità si ribellava profondamente a quella specie di maledizione insensata che lo univa a una donna quasi completamente pazza. Una vista malata si cura con un trapianto di cristallino o di cornea. Tutto qua. Di fronte alle parole del primario tutta quella storia gli era sembrata una grande assurdità. La realtà era ben diversa: lei soffriva di una seria forma di disturbo mentale e lui di cecità progressiva.
E allora perché se vi incontrate tu torni a vedere e la sua mente torna in ordine?
Aveva funzionato per anni. Ogni volta però lei invecchiava e lui un prendeva un po’ della sua follia.
Dopo l’impianto del cristallino, la sua vista era migliorata e per ben cinque anni si era rifiutato d’incontrarla sentendosi finalmente libero da quell’assurdità. Raramente il bisogno dell’uno coincideva con quello dell’altro, per questo finivano per darsi la caccia in momenti diversi. Il cristallino però non aveva funzionato. La vista aveva iniziato a calare, al termine del quarto anno. Ed ora, era quasi cieco.
Era sicuro che anche lei lo stesse cercando. E invece…nulla, sparita. Voleva liberarsi, aveva deciso di diventare completamente pazza, pur di non invecchiare ancora. L’aveva cercata ovunque chiedendosi dove potesse essersi nascosta. Poi, il caso o la fortuna gliela avevano portata davanti. Si era seduto, solo cinque minuti prima davanti al primario, perplesso per il fallimento dei suoi cristallini e seriamente preoccupato per la sua vista. Poi, mentre faceva ipotesi su come tornare a trattare la malattia, lo aveva raggiunto la voce di un infermiera dall’altra sala che parlava al telefono:
“Non riesco a caricare l’attività di questo paziente, può darmi una mano?”All’inizio non aveva fatto caso alla conversazione. Poi, all’improvviso, si era girato quasi di scatto, non riuscendo a nascondere un sorriso a metà tra lo stupore e il trionfo:“
Ma no…” ,aveva detto l’infermiera,“mi passi la signora…è con lei che ho parlato l’ultima volta.”
Le parole del primario avevano cessato di esistere. Si era alzato, altissimo oscillando euforico dall’alto dei suoi quasi due metri, senza una parola.
“Va bene la chiamo al 3567, tra un quarto d’ora, quando torna dalla pausa”
Sorrise, socchiuse gli occhi e scosse lentamente la testa.
Ore 14,00. L’ora del rancio fluisce lentissima, mentre aspetto che qualcuno si faccia vivo e rispondo alle telefonate annotando su un pezzo di carta gli interventi da inserire nel pomeriggio. La mia squadra sta seduta intorno ad una scrivania a consumare l’ennesimo pranzetto portato da casa: parlano quasi sotto voce. Apro la posta interna e mi balza agli occhi un errore, un semplice 34515157???!!!. Lineare A: conosco questo tipo di messaggi. Entro nell’applicativo “Gestione Day-Hospital”. L’interfaccia familiare del nostro sistema mi guarda con la solita faccia rossa e blu e aspetta che io effettui la log-in.
Mi collego velocemente gettando un occhiata priva di speranze al messenger e all’icona di Dave, rossa e assente. Digito il codice d’errore nell’apposito campo e lancio la mia query: mentre aspetto, mando giù un boccone di pizza al prosciutto cotto mezza bruciacchiata, abituata al solito sapore. Poi seleziono la cifra che mi appare in un piccolo spazio vuoto al centro della form. Con alt-tab mi collego all’applicativo che mi permette, attraverso un codice contatto, di riconoscere il paziente e visionare la sua storia clinica. Unità operativa “Oculistica” . C’è un piccolo errore nell’allocazione di una risorsa. Conosco a memoria la procedura. Ascolto distrattamente in sottofondo i commenti della squadra sui prezzi dei saldi e le abitudini della suocera, qualche risata sommessa. Riesco a sorridere anch’io, mentre correggo l’errore e inserisco il codice giusto. Poi, controllo che tutto sia a posto. Intervento: sostituzione cristallino. Data:14/08/2001. Ultimo controllo: data odierna. Ore 13,00. Paziente….!!!!!!Mi fermo. Tutto si ferma. In basso a destra sul monitor lampeggia un icona con una bellissima ESP nera fiammante.
Dave:“Ci sei?”
Io:“No, non ci sono”.
KILL BILL inserisce il segnale di occupato. La paura mi raggiunge ma resta accucciata in un angolo, sotto il livello della coscienza. So che c’è, ma la tengo fuori. So che c’è: al suo posto però, un sapore ferroso. E dentro di me qualcosa di simile ai fuochi d’artificio, un incendio, una rabbia, un vulcano. No, niente paura: solo, mi sembra che la terra si metta a tremare.
Come osi profanare Alkatraz? Presentarti tu, come un errore, sui miei applicativi?Pietre infuocate stanno incendiando le nuvole. Digito il tuo codice di nuovo e una manciata di dati mi fornisce subito la risposta che cerco: sei ancora qui…non ti hanno ancora dimesso. Sorrido e mi giro verso il comandante intento a sorseggiare il caffè:
“Devo scendere giù ad Oculistica. C’un errore sull’allocazione risorse. Credo sia meglio che controlli in postazione”.
Lui mi fa un cenno d’assenso con il capo, contento della mia solerzia. Il “miglio verde” m’accoglie immerso nella luce del primo pomeriggio. Lo percorro velocemente ma mi dirigo verso uno degli ascensori di servizio.
Intervento al cristallino eh…? Ecco perché non ti sei fatto più vivo…pensavi di cavartela così…E mi avresti abbandonata. Dunque per questo sei stato lontano tanto tempo. Perché non è affatto vero che sei cieco, ti hanno curato, ci vedi, stai bene e non hai più bisogno di me!!!
Entro nell’ascensore di servizio quello che non fa fermate e premo velocemente il piano meno uno.
So dove devo andare, il più velocemente possibile. Mi appoggio alla parete metallica mentre la terra scivola verso il basso.La tua telefonata, era solo un addio. Un patetico atto di finta pietà. M’ hai condannata, per sempre, come se la mia follia fosse un inevitabile male.
Ricaccio indietro le lacrime, le brucio col fuoco che arde incontrollato dentro la mia testa. Lo sento scoppiettare.
Eppure alla fine io t’avrei salvato. Tu, no.
Saluto un OTA verde-acqua, poi un caporale, un portantino, un ufficiale in divisa da sala operatoria , un generale intento ad esaminare un referto e un comandante donna che si aggiusta i capelli grigi specchiandosi in una delle finestre. L’intera Alkatraz mi fissa, curva su di me come se io fossi il suo ombelico. Alkatraz è un enorme donna, una madre furiosa che scruta dentro la sua pancia e trema, pronta a fartela pagare. Io sono Alkatraz. Io e te, cara Alkatraz. Tu con le tue finestre, io coi miei sistemi. Tu con il tuo esercito, io con i miei errori.
Mi dirigo verso la trincea: le cucine stanno fumando mentre decine e decine di brodini caldi per la cena dei degenti attendono di uscire, la lavanderia singhiozza dietro le pareti scrostate del piano meno uno mentre sterilizza le uniformi del personale, sento i tonfi delle macchine, sento il rullo di tamburo del mio cuore pronto a stanarti per l’ultima volta. In alto le finestre sono tutte aperte, timidi occhi sofferenti mi scrutano, quasi in attesa…Non ti deluderò, sta tranquilla…Quasi di soppiatto mi dirigo verso la sala degli armadi. Prima però sguscio nella lavanderia ostentando il mio cartellino da interna di Alkatraz. Afferro la prima uniforme verde da fantasma che trovo appesa ad un lunghissimo tubo di ferro da cui ogni mattina l’esercito si veste per affrontare la battaglia. Sto tremando all’idea di non saperla indossare o che la taglia sia sbagliata o che qualcuno mi riconosca. Nessuno bada a me e se qualcuno lo fa pensa che sia normale, che magari devo entrare a sorvegliare il grandioso sistema di gestione delle sale operatorie. Lego i capelli a cipolla dietro la nuca e infilo la cuffia. Senza sforzo, assumo le sembianze di un ufficiale, tenendo la mascherina calata e stampandomi sulle labbra un bel sorriso da ordinanza. Devo far presto, prima che ti dimettano…
“Tra breve sarà buio. Ho ancora poche ore a disposizione per cercarti. Sono appena salito all’ottavo piano. Ho chiesto di te a un gruppo di giovani informatici che mangiavano, raccolti intorno a un tavolo. Entrando ho urtato vicino a una scrivania vuota. Mi hanno detto che sei in giro per l’ospedale al piano meno uno, forse. Ho visto la tua poltrona, la tua postazione ma i miei occhi mi hanno impedito di decifrare le parole elettriche, fluttuanti, incomprensibili sul tuo monitor bianco, immacolato.Ho urtato perché la mia vista peggiora ogni minuto. E quella era la tua postazione. Ho visto appesa all’attaccapanni una lunga giacca di pelle nera e ho cercato inutilmente di ordinare alle mie mani di non afferrarla, per ridartela tra breve, quando t’incontrerò e dovrai coprirti per non prendere freddo, completamente fradicia d’acqua come ti lascerò…Ho visto che tieni un quaderno rosso, accanto alla tastiera. Quello su cui annoti i tuoi pensieri da pazza. Ci ho tenuto sopra la mano per un po’, poi, senza farmi notare, ho rubato anche quello. Credo di sapere dove ti troverò”
Continua….














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