pubblicato il 23 Novembre 2007 · 3,121 letture
Cronache da Alkatraz 7
di Annamaria Ciampaglia
Ecco il finale della prima parte. Ma solo della prima parte. La seconda è già pronta. Ho già inviato al gruppo dei miei lettori la premessa. A chi ha letto le puntate che ho pubblicato spero sia piaciuto. E comunque, potete contattarmi via e-mail all’indirizzo rec_less3@yahoo.it o venirmi a cercare al sito www.myspace.com/fydar o peggio…qui all’ottavo piano di Alkatraz…magari, lasciate un commento qui, in fondo al finale di Cronache da Alkatraz, parte prima. Sarebbe per me molto gradito.Annamaria, 23/11/2007, Alkatraz piano 8-Interprice-
Will you turn on me?Is it my final stand?“Addicted to chaos” D.Mustaine
Stamattina, qui in ospedale, c’è una dolcissima atmosfera natalizia. E’ incredibile, come possa bastare la voce allegra di un Babbo Natale immaginario ad alleviare la tristezza di fondo che regna qui dentro. Ma in realtà- e lo penso mentre mi avvio verso l’ascensore, in fretta per osservare il mio orario di lavoro - questo è anche un posto di grandi speranze. Ci credo e me lo auguro, mentre mi sfilo i guanti e getto un occhiata al cortile: c’è un gruppetto di fumatori, per fortuna sempre più sparuto, grazie alle tenaci campagne anti-fumo condotte dalla Direzione che si attarda prima di raggiungere i rispettivi reparti,, ambulatori, sale operatorie. Questo è un posto di vita, anche se a volte il grigio delle sue mura un po’ bugiardo, ricorda solo la sofferenza. La mia mente lucida e fresca di prima mattina ordina i pensieri e si prepara a nove, lunghe ore di lavoro di squadra. In ascensore, saluto medici, infermieri, portantini, OTA dalle divise verde- acqua, mi avvio verso la mia postazione, nella grande sala da dove monitoriamo e gestiamo i canali informatici di questa grande citta’-ospedale. E’ importante per me riuscire a decifrare ogni piccola sigla, cifra, messaggio, che mi viene trasmesso via e-mail o compare sul mio monitor. So, che anche nascosta quassù, accanto ai miei colleghi, ognuno concentrato sulle sue cose, io sono parte della speranza che è a sua volta l’anima vera di questo posto. Rispondo al telefono, cerco di capire i problemi, le difficoltà, le tensioni delle persone che mi cercano. Faccio del mio meglio. I colleghi mi hanno già accolto ieri preoccupati per quanto è successo, ma anche curiosi. Ho dovuto raccontare almeno 10 volte la storia del pazzo con l’idrante e di me nascosta sotto il bancone della caposala di “Psichiatria”, con una dose di morfina in circolo. Sono stati tutti molto discreti e il mio nome non è stato reso noto alla stampa né al personale dell’ospedale. Ho dovuto rilasciare però una dichiarazione ai carabinieri, in cui ho riferito di non ricordare praticamente nulla, perché sono subito svenuta per la morfina, dopo la crisi isterica e di non aver potuto vedere in viso il pazzo che ci ha assalito. Sul monitor osservo curiosa l’icona di Dave che è già connesso. Io ho ancora quella con Kill Bill. Oggi, ci metterò di nuovo quella con la mia faccia. Day-Hospital
Dave: “Ci sei?”
Io: “Certo, sono qui.”
Dave: “Come stai? Ho saputo di quel pazzo con l’idrante che a momenti faceva una strage, lì in ospedale. Mi sono preoccupato…”
Sorrido. Rispondo mentre lancio sul desktop il mio programma di posta interna.
Io:“Tutto bene, non preoccuparti. Per fortuna mi sono persa il finale, ma mi hanno raccontato”
Dave: “Verrai stasera al concerto?”
Io: “Certo. Cercherò di prenotare un tavolo, così non rimango in piedi…”
Dave: “Non devi preoccuparti…ci ho già pensato io…”.
Sorrido ancora. I miei colleghi stanno di nuovo raccontandosi tra loro com’è finita la storia del pazzo con l’idrante….
“…Il portantino che stava all’uscita del piano meno due, non sapeva nulla. Se ne stava lì a pulire le scale, quando si è trovato davanti un tipo alto quasi due metri, avvolto in un impermeabile tutto fradicio. Lì per lì, non ci ha fatto molta attenzione, da quelle parti sono abituati ai tipi strani. Poi però ha visto che teneva tra le mani una sigaretta e gli ha detto di spegnerla. E lì è successa una cosa strana. Mentre riversava a terra il detergente per pulire, si è accorto che puzzava di benzina. Anzi, era proprio benzina! Non ha fatto in tempo a dirlo che il pazzo dell’idrante ha gettato il mozzicone acceso proprio in mezzo alla pozza e….il corridoio ha preso fuoco. Per fortuna non c’era nessuno oltre il portantino che è riuscito a mettersi in salvo. Il pazzo, invece hanno dovuto tirarlo via a forza: era paralizzato dal terrore, attaccato alle pareti e chiedeva aiuto. Ha rischiato di morire bruciato. Per fortuna gli altri portantini hanno azionato subito gli idranti e ancora prima che arrivassero i pompieri l’incendio era spento. Però il pazzo l’ hanno arrestato. Chissà che cosa gli è passato la testa….e chissà chi aveva messo la benzina invece del detergente sterile in quella tanica…”
La giornata passa velocemente. I commenti sull’accaduto si perdono presto appresso alle mille questioni da risolvere. Ricevo una telefonata dal Direttore Generale, che si complimenta e si scusa con me per l’accaduto e mi chiede se voglio rilasciare un intervista alla stampa. Ringrazio e dico semplicemente :“Non me la sento. Preferisco che questa storia venga dimenticata al più presto, non sarebbe una buona pubblicità per il nostro ospedale”
Il Direttore Generale m’informa che la Professoressa Grant, che dirige il Day-Hospital di psichiatria e terapie delle tossico dipendenze, se l’è cavata con una contusione al collo qualche livido. Tornerà a lavoro tra una quindicina di giorni. Anche lei si scusa con me per l’iniezione di morfina e i metodi un po’ bruschi ma dice che in quel caso, era un approccio indispensabile. Minimizzo, facendo capire che non farò ricorso all’assicurazione, né sporgerò denuncia contro nessuno. “Fa parte del lavoro”, dico “può succedere, siamo una squadra”.
Di pomeriggio tardi, verso le diciassette, una striscia rosa scuro incanta il cielo, qui all’ottavo piano del nostro ospedale. Mi fermo, esco e accendo la mia sigaretta. Le finestre sono tutte illuminate e in basso guardo la fila di auto che s’incolonna verso l’uscita.
Stamattina ho scoperto una piccola ruga, sulla mia fronte intatta. L’ho studiata a lungo nelle specchio, prima di uscire di casa. Ci ho passato sopra la mano. Sto pensando a ciò che può vedere un uomo, in prigione. Una prigione o un ospedale psichiatrico sono la stessa cosa. Chissà come ci si sente in una grande prigione, in un posto come Alkatraz.
Già…come ti senti?
E’ pronta la seconda parte a breve su queste pagine…













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