pubblicato il 06 Marzo 2006 · 3,190 letture
Madri sole: sfide politiche e genitorialita’ alla prova
di Letizia Tavani
Uno dei piu’ gravi problemi del nostro paese e’ la femminilizzazione della poverta’ e le donne sole con figli, come figure riflesso dei cambiamenti in atto – dalla condizione femminile alla famiglia - costituiscono oggi un nuovo gruppo sociale, particolarmente esposto ai processi di impoverimento e al limite della marginalizzazione.
È in questa direzione che si inserisce la pubblicazione della CISL “Madri sole. Sfide politiche e genitorialita’ alla prova” (Franca Bimbi, a cura di, Roma, Edizioni Lavoro 2005), studio in cui vengono convogliati e che attraversa, appunto, temi come la conciliazione dei tempi di vita e del tempo di cura e dei percorsi biografici ed indentitari tra genere e genitorialita’, famiglia e lavoro.
Nella nostra societa’ convivono infatti realta’ contraddittorie:
- ingresso delle donne nel mercato del lavoro ma partecipazione femminile al lavoro piu’ bassa d’Europa;
- aumento dell’istruzione femminile ma scarsa valorizzazione delle donne nelle carriere e nelle professioni;
- il lavoro di cura di persone assolto dalle donne in assenza e di una reciprocita’ di genere e di servizi e sostegni alla famiglia;
- cambiamenti epocali nella famiglia cui non seguono adeguate politiche di welfare;
- incoraggiamento verso forme di famiglia tradizionali e protrarsi nel tempo delle scelte adulte
. E il tema delle madri sole con figli, o meglio dei “genitori non in coppia”, necessita di un riconoscimento pubblico del proprio vissuto e delle proprie difficolta’ proprio perche’ attraversa tutte le contraddizioni irrisolte del momento attuale.
- La poverta’. Vivere sola per una donna comporta un rischio di poverta’ doppio rispetto a quello di un uomo, sia negli anziani soli, dove aumenta la componente femminile, sia nel caso delle madri sole in presenza di figli minori. In questo secondo caso bisogna ricordarsi anche come poverta’ di una famiglia monogenitore prenda il significato del problema emergente della poverta’ del bambino, che si va quindi ad incanalare in percorsi transgenerazionali di emarginazione.
- Il lavoro. In Italia la maggior parte delle donne sole con figli lavora a tempo pieno, con poca diffusione del part-time, probabilmente a causa di evidenti diminuzioni di reddito, e ha un titolo di studio prevalentemente medio-basso. In generale si puo’ affermare che la dipendenza economica dal lavoro sia preferita, anche in casi di ritorno in famiglia o del protrarsi della convivenza nel nucleo d’origine, alla dipendenza familiare e dei servizi sociali.
- La conciliazione. Dati Istat dimostrano che le madri sole si avvantaggiano della assenza del partner per un minor carico di ore da dedicare ai lavori domestici (e che in coppia la suddivisione della cura della casa sia di sette ore per le donne contro due degli uomini, gli stessi valori riportati da un’analoga ricerca di quattordici anni fa). Le madri sole vengono sostenute nelle loro esigenze di conciliazione sia dai nonni, anche se possono contare -in prevalenza - solo sul ramo di origine, e – ancora - anche se non si puo’ piu’ dare per scontata la loro disponibilita’ a tempo pieno; sia dalla rete amicale.
- La paternita’. Il tema della responsabilita’ paterna e’ una questione oggi cruciale. La ricerca di un nuovo equilibrio tra sfera privata e sfera pubblica, tra sistema lavoro e sistema famiglia, riguarda gli uomini come le donne e mette in gioco il ruolo della genitorialita’ e il futuro delle giovani generazioni. Avanza il desiderio e la rivendicazione dei padri a prendersi cura dei figli, cosi’ come viene riconosciuto il pieno diritto dei figli ad avere la cura di entrambi i genitori, anche quando non vivono in coppia. E questo dato, insieme agli altri, rinnova il bisogno di darci risposte adeguate agli interrogativi sulla realta’ della famiglia italiana di oggi.
Le madri sole: famiglia, genitorialita’ e genere.
Cominciamo dall’inizio, dal riconoscimento della filiazione. Mentre in passato era il matrimonio, o comunque il riconoscimento paterno, a rendere legittimi gravidanza, parto e “frutto del concepimento”, oggi, dove convivono anche sotto lo stesso tetto esperienze e rappresentazioni di essa profondamente discontinue, e’ piuttosto la scelta volontaria della madre a trasformare il padre biologico in padre legale e sociale. L’affievolirsi del potere paterno nel rapporto tra nascita e filiazione va in parallelo con la costruzione sociale di una responsabilita’ genitoriale piu’ condivisa tra i partner e sostenuta, almeno formalmente, dalla legislazione e dalle misure di welfare. Si parla di sostegno formale poiche’, di fatto, le madri sono diventate donne della doppia presenza: l’occupazione femminile e’ scelta professionale e non solo necessita’ economica, mentre la maternita’ si e’ trasformata in uno dei profili possibili dell’identita’ femminile, da combinare con altri, secondo non facili geometrie variabili. Le madri sole vivono all’interno di processi di ridefinizione della genitorialita’ perche’ sono profondamente cambiati i rapporti di genere. E, percio’, sono state riscoperte come tema sociologico e come issue sociale in un contesto di trasformazione delle identita’ e dei diritti femminili, delle relazioni familiari, dei diritti dei giovani e dei bambini. Dall’interno infatti di un discorso di lavoro sulle relazioni di genere – che ha legittimato la redistribuzione del lavoro di cura, la negoziazione dell’esercizio dell’autorita’ genitoriale, la reciprocita’ affettiva, la condivisione delle responsabilita’ genitoriali, la permeabilita’ dei ruoli - si fa comunque ancora fatica a riconoscere come la responsabilita’ di fatto della cura dei figli resti prevalentemente alla madre, e che il conflitto inedito tra diritti materni e paterni, che ha sostituito una patria potesta’ monocratica, necessiti di elaborazioni culturali e giuridiche. Il “contratto di genere” si mantiene inadeguato: lo squilibrio tra tempi maschili e femminili di cura si abbina alla forte dipendenza economica dal partner, causa ed effetto delle discriminazioni nei differenziali salariali e del non riconoscimento economico del lavoro familiare. Non sorprende allora se, al momento della rottura della coppia, la madri si trovino compresse tra l’impoverimento economico e la sindrome ambivalente di un’autonomia genitoriale difficile da elaborare.
Sappiamo che le giovani madri possono sfuggire alle rilevazioni delle famiglie monogenitore perche’ ritornate nel nucleo d’origine, cosi’ come sappiamo che cresce il numero di figli minori i cui genitori non convivono. Queste esperienze, e la loro vulnerabilita’, illuminano il contrasto tra una cultura politica ideologicamente familista e un sistema di welfare assolutamente poco presente sul versante delle politiche familiari, anche per la mancanza di politiche attive dell’occupazione femminile e di misure per la conciliazione tra lavoro per il mercato e attivita’ di cura, come pure per la scarsa efficacia e implementazione delle politiche di pari opportunita’. Se nel complesso il sistema italiano di welfare considera le madri sole come lavoratrici-madri e non come madri caregiving, va detto che nel Sud esse restano dipendenti dal piu’ tradizionale male breadwinner regime, con tassi di non partecipazione al lavoro elevatissimi, e nel Centro-Nord la doppia presenza si regge sul tempo di cura gratuitamente offerto dalle donne piu’ anziane alle piu’ giovani.
Le madri sole: qualche numero.
Le famiglie monogenitore a capofamiglia donna costituiscono da qualche anno un fenomeno emergente nella societa’ italiana. Sebbene infatti situazioni di questo tipo gia’ esistessero, l’aumento della speranza di vita e dell’instabilita’ matrimoniale hanno portato a cambiamenti radicali nella composizione delle famiglie monogenitore.
- Crescita del fenomeno. Questa tipologia di nuclei e’ in crescita: da 1.775.000 nel ‘93-94 si passa a 2.000.000 nel 2003; sono prevalentemente sotto la responsabilita’ di una donna (89%). Se si confronta lo stato civile dei nuclei monogenitore con figli fino a 26 anni e gli altri si scoprono due mondi: nel primo caso il 62% delle madri sole e’ separata o divorziata e il 24,3% vedova, nel secondo il 12,4% separata o divorziata e l’85,9% vedova. Nella maggioranza di essi e’ presente un solo figlio (68,2%).
- Titolo di studio. Il titolo di studio delle madri sole e’ medio-basso, solo il 27,8% ha almeno un diploma o la laurea, ed e’ comunque piu’ basso di quello delle donne in coppia con figli.
- Occupazione. Il 38,1% delle madri sole e’ occupato, ma si arriva al 63,7% con figli fino a 26 anni. Il 42% delle occupate e’ impiegata o quadro, il 35,8% operaia, il 5,7% imprenditrice o libera professionista, l’11,4% lavoratrice in proprio. Specifica criticita’ va attribuita al 14,2% delle occupate atipiche o a tempo determinato. Le madri sole lavorano in media piu’ delle altre donne e la motivazione dominante addotta e’ la riduzione del reddito derivante dal part-time non sostenibile per una madre sola.
- Situazione economica e soddisfazione. La situazione economica e’ particolarmente critica: l’incidenza di poverta’ piu’ elevata si registra comunque tra i nuclei di madri sole con figli fino ai e ai 26 anni, e lo svantaggio e’ spesso acuito da un’abitazione spesso troppo piccola e in affitto. Nella percezione delle madri sole e’ anche il fattore di massima criticita’. Le madri sole, per ovviare, alla maggior precarieta’, si avvalgono di una duplice strategia: 1)la ricerca di un’autonomia economica attraverso l’occupazione e il supporto da parte della famiglia di origine, che non raggiunge i livelli delle madri in coppia; 2)l’organizzazione dei tempi di vita attraverso l’utilizzo delle reti familiari e dei legami di parentela.
- Rete di aiuto. La rete informale degli aiuti ha un ruolo importante se non essenziale: il mantenimento del sostegno che ricevono dalle famiglie d’origine e’ una strategia fondamentale, ma, innanzitutto, l’aiuto per la madri in coppia e’ maggiore perche’ possono contare su una rete di parentela doppia e, in secondo luogo, si evidenzia chiaramente un problema di carenza nell’offerta e di elevati costi per la fruizione dei servizi per la prima infanzia che riguarda tutti ma che condiziona soprattutto le madri sole.
Le madri sole: tipologie di massima.
Possiamo identificare questa serie di tipi orientativa, essenzialmente basata sulle modalita’ di convivenza e sulle percezioni manifeste di essa.
- Madri sole in famiglia che prolungano di fatto la loro condizione di figlie;
- madri sole tornate in famiglia;
- madri sole piu’ indipendenti che utilizzano la rete e le risorse familiari come scelta;
- madri sole che possono attingere a risorse familiari, extra-familiari, informali o comunitarie “ricche”;
- madri sole che possono attingere anche ad un network, un patchwork di risorse amicale/relazionale vitale e solidale;
- madri sole che sostituiscono le risorse familiari con quelle relazionali e amicali, con forme innovative di condivisione della cura;
- madri sole-sole, che contano su aiuti solo istituzionali o a pagamento;
- madri sole nella cui famiglia la cura di un anziano polarizza attenzione e risorse, riducendo sullo sfondo la cura del minore presente
La dimensione sottostante questa graduazione e questa scala non e’ solo quella della possibilita’ di scelta e dei gradi di autonomia, quanto anche qualcosa che abbia a che fare contemporaneamente con il vissuto e con l’immagine di se’ come carer da parte del genitore solo. Quindi i tipi 3, 4, 5 si fondano sulla multidirezionalita’ degli aiuti come sulla creativita’ e innovativita’ delle soluzioni escogitate, i tipi 7 e 8 seppur eterogenei sono quelli che si caratterizzano di piu’ per la rivendicazione orgogliosa del “farcela da sola”.
Abbiamo stabilito come le madri sole e i loro figli si trovino in condizioni di vulnerabilita’, di poverta’ e soprattutto di “invisibilita’” come categoria sociale nelle politiche pubbliche. Non e’ tanto - o solo - pero’ la condizione di genitore unico in se’ a rendere piu’ vulnerabili economicamente e socialmente, quanto quella di “genitore unico donna”. E un’analisi attenta delle traiettorie biografiche permette non solo di penetrare tra le maglie dei meccanismi attraverso i quali si definisce la condizione di vulnerabilita’ delle madri sole, ma anche di lasciar affiorare alcuni elementi di possibile risoluzione. Tra le tematiche piu’ rilevanti:
- le modalita’ di manifestazione e superamento della crisi legata alla fine di un rapporto di coppia, attraverso l’attivazione di processi interni, autoriflessivi che raggiungano nuove forme di coerenza e nuove definizioni della propria identita’, come di risorse esterne, dovute alla disponibilita’, al supporto e all’articolazione di una rete di aiuto intorno al genitore unico
- ;
- l’impoverimento economico che ne consegue, dove diventano tangibili il valore totalmente sostitutivo e non sussidiario della famiglia in Italia, la riluttanza a rivolgersi ai servizi sia per percezione di non efficacia sia per paura di essere stigmatizzate, e connesso ad essa la tendenza delle donne a preferire un lavoro anche precario alla “dipendenza” da qualsiasi altra forma di sostegno, e l’impoverimento relazionale, costituito essenzialmente dal progressivo e necessitato autoisolamento della madre sola e dal poter contare quasi esclusivamente sulla famiglia d’origine;
- il lavoro come strumento chiave per le strategie di sopravvivenza quotidiane: lavoro full-time ma bisogno di voci aggiuntive di reddito, precarieta’ lavorativa e tendenziale mobilita’/progressione discendente in termini di qualifiche e mansioni professionali che rispecchiano il profilo del lavoratore atipico italiano donna con molteplici esperienze lavorative eterogenee e con problemi di reingresso nel mercato del lavoro; ma anche lavoro come fattore fondamentale e consapevole di definizione dell’identita’ personale;
- il problema della conciliazione all’interno di un mercato del lavoro ancora impostato rigidamente al maschile;
- i limiti della normativa vigente sui diritti del lavoratore, dove congedi parentali generosi contribuirebbero alla riproduzione di forti asimmetrie di genere, cosi’ come riproporrebbero il divario tra settore pubblico tutelato e settore privato.
Tra risorse da attivare, ricombinare, per superare le crisi, le difficolta’, i cambiamenti e i rischi legati alla loro vulnerabilita’ sociale (potenziale e reale), con attenzione al tema delle dipendenze e delle interdipendenze, dello scambio, del dono e della reciprocita’; e vincoli (constraints), costrizioni che limitano la liberta’ d’azione, e, percio’, fonte di disagio. Questo, quindi, in sintesi, il vissuto, l’esperienza di una madre sola.
Una risorsa emersa come comune e cruciale nel vissuto delle madri sole e’ la stessa ricostruzione identitaria personale, una sorta di tappa obbligata, un “giro di boa”, per cui tutte devono passare. Un processo di rafforzamento della persona attivato a partire da- e grazie alla ricostruzione dell’esperienza personale/professionale, che contestualizzi e rilanci strategie di risoluzione della transizione, per lo piu’ tesa tra due istanze. Da una parte i tassi di occupazione elevati ci dicono che, al di la’ della questione della sopravvivenza stricto sensu, essi sono probabilmente collegati alla centralita’ del lavoro per la madre sola proprio nella sua qualita’ di risorsa identitaria, dall’altra la ricostruzione non puo’ non passare attraverso un rinnovato riconoscimento/assunzione della genitorialita’: ci si puo’ ritrovare solo in quello specchio di noi che sono i nostri figli. C’e’ insomma nell’esperienza della madre sola una coincidenza temporale e di sostanza fra la risoluzione della crisi come ricostruzione dalle basi di un’identita’ personale nuova e la (ri)scoperta della propria capacita’ di essere padre-e-madre allo stesso tempo. Le trame di fratture e di discontinuita’ che compongono le loro storie ci restituiscono infatti soggetti i quali possono ricostruirsi proprio sui figli, a partire da loro e dall’investimento nei loro confronti. Tra dono e vincoli, appunto.
La percezione del “vincolo”, invece, e’ legata sia a fattori di ordine meramente organizzativo (riuscire nel gioco di incastri tra diverse persone che il bambino conosca) sia di ordine qualitativo, ovvero tutelare, per quanto possibile, il benessere del bambino.
In sostanza, sia per gli aiuti extra familiari, dove la percezione del vincolo e - percio’ - del disagio viene fuori dall’impossibilita’ di scegliere tra piu’ alternative “valide per il bambino” in quel momento preciso (malato o convalescente etc), sia per quelli parentali, dove e’ possibile avvertire la minaccia della regressione in termini di rinnovata dipendenza filiale, del “cumularsi dei debiti”, sia, ancora, per gli aiuti istituzionali, dove il rischio percepito e’ quello del giudizio morale, dell’insensibilita’ burocratica, dello spettro dell’assistenzialismo, si pone il tema della restituzione, dello scambio, del debito non ripagabile, anche dove il fattore della scelta, connaturato nell’amicizia, possa attenuare il senso di obbligo ineludibile.
Come scrive l’antropologo Godbout, l’opposizione tra homo donator e homo oeconomicus e’ veramente costitutiva delle societa’ in cui viviamo, laddove la ragione dell’utilitarismo e la teoria dell’azione razionale influenzano gran parte dei comportamenti degli attori sociali. Non dover nulla a nessuno, l’assenza di debito e’ il cuore della liberta’ dell’homo oeconomicus.
La madre sola non solo rifugge - dove puo’ - il “debito”, ma non crede e non vuole lo stesso scambio meramente economico, quel do ut des che affossa la reciprocita’ in una sorta di “mercato”, “compravendita di favori”. Collocare l’aiuto in una concezione “ricca” della cura e del prendersi cura, invece, al di fuori del mero ed economicistico do ut des, nella prospettiva psicologica e relazionale dello scambio, del dono gratuito, e operare, quindi, un passaggio di percezione e di rappresentazione delle relazioni tra se’ e il mondo circostante che consenta di conciliare le logiche del dono e dello scambio e il bisogno di pensarsi come autosufficienti e indipendenti e’ la base del processo di combinazione e ricombinazione dei pezzi identitari della madre sola.
Grazie a diverse strategie di “controllo” del senso del debito si puo’ accettare l’aiuto, evitando il circolo vizioso tra isolamento-onnipotenza e dipendenza-impotenza con una valutazione, invece, piu’ realistica e aperta della propria situazione. In qualche misura, si puo’ definire questo come un percorso di empowerment: rafforzamento della consapevolezza delle proprie capacita’ e insieme accettazione dei propri limiti e delle dipendenze ed interdipendenze che il vivere stesso comporta. Ovvero incremento della capacita’ di controllare attivamente la propria vita, attraverso l’attivazione personale e professionale che nasca da una maggiore consapevolezza di se’, dalla riappropriazione di risorse e potenzialita’, dalla rinnovata capacita’ di indagare e muoversi/proporsi nel mercato del lavoro, di organizzare, ricombinare, mobilitare e ritrasferire competenze e potenzialita’, incanalandole in un puntuale e fattibile piano d’azione futuro. Momento, questo, che implica il necessario coraggio per riconoscere e superare i possibili blocchi che impediscono alla persona di utilizzare la propria responsabilita’ progettuale.
Proprio nell’ottica di contrastare quella “geografia semantica della dipendenza”, che puo’ assumere connotazioni economiche, oppure affettivo-relazionali, nella sfera privata (nella coppia o nelle reti familiari) o in quella pubblica (del sistema di welfare) e che significa, in casi di necessita’ di presenza per la cura o di conciliazione, la normalita’ del sacrificio del lavoro femminile perche’ meno pagato.
Gia’ il riconoscimento del genere puo’, infatti, aprire ad una visione del contesto come culturalmente segnato in cui si svolgono le esistenze al maschile e al femminile, che lasci affiorare le rilevanti differenze di tratti di personalita’, interessi e comportamenti tipizzati su modelli acquisiti e sistematicamente rinforzati dall’ambiente, e che, in concreto, possa disinnescare i rischi connessi con gli atteggiamenti legati agli stereotipi occupazionali: tanto piu’ pericolosi per le madri sole, se intendiamo mettere in relazione gli elevati tassi di occupazione delle madri sole anche con quella visione del lavoro come risorsa per l’identita’, come modalita’ di fronteggiamento in senso ampio di tutte le situazioni critiche e le fasi di transizione, come via d’uscita dal momento problematico di cambiamento che il soggetto riesce ad intravedere. Adottare/approfondire, allora, la prospettiva di genere diviene centrale per poter riconoscere e, nel caso, disinnescare quindi quegli elementi socioculturali che non consentano la piena espressione dell’identita’ dell’individuo, emerge come opportunita’ reale per la madre sola di uscire da quei circoli viziosi in cui la “geografia della dipendenza” puo’ relegarla.
“Se il soggetto – infatti - non si percepisce capace di fronteggiare efficacemente le forze in gioco nella propria esperienza tendera’ a sottoutilizzare il suo repertorio di abilita’, a ridurre il coinvolgimento personale nella situazione, a impegnarsi meno per la soluzione dei problemi, nel gestire il proprio ruolo professionale, nell’eseguire con accuratezza, diligenza e creativita’ i compiti assegnati”(Isfol, 1992).
Attraverso le ricerche qualitative sulle madri sole, si sono potuti evincere due ordini di dati su cui riflettere e intervenire: innanzitutto una carenza nell’offerta di servizi sociali pubblici per le madri sole e, insieme, gli elevati costi per la fruizione di servizi per la prima infanzia che riguardano tutti i bambini ma che condizionano la possibilita’ di utilizzo soprattutto per le madri sole; in secondo luogo, una carenza anche di informazioni sugli aiuti esistenti, che puo’ nutrire, da una parte, i pregiudizi di inefficienza nei confronti delle strutture di sostegno, dall’altra, il timore di “essere giudicate” cui si accennava poco sopra.
Studi di questo tipo possono essere allora la giusta premessa per l’individuazione/creazione di sempre piu’ necessari momenti/luoghi di prossimita’ (incontro e raccordo) tra individuo e contesto (socioculturale, come economico, istituzionale, relazionale etc), in e attraverso i quali il soggetto che ha rinvenuto nel proprio bagaglio di vita vecchie e nuove capacita’ ed energie possa riuscire a a scorgere il proprio orizzonte di azione e, insieme, la propria dimensione di cittadino.













Commenti
1 commento per il momento.
Io sono una mamma vedova di 37 anni , ed ho un figlio.
Io ho perso mio marito ed in piu ho perso la mia casa in un fallimento
tutta la casa era pagata.
Io sono italiana ,ma sono nata in Svezia che e un stato completamente diverso dall italia gli le persone svantaggiate gli aiutano .
Io sono per fortuna una persona che lotta ogni giorno per avere gli miei diritti pero in Svezia hai tutti gli diritti quando si tratta di avere una abitazione.Io ero rimasta in strada per 7 anni e nessuno gli fregava se io ero sola con un figlio.Ho dovuto andare dalle case popolari a piangere da disperata.dopo 7 anni mi hanno datto la casa.Qui in italia ci sono le leggi e gli diritti ma prima de ottenergli .Se torrnerei indietro nelle mia vita qui in italia non sarrei venuta non la pensavo cosi male e questo anno non vado a votare perche mi sembrano tutti degli falsi nell vostro governo .