pubblicato il 30 Novembre 2007 · 3,222 letture
Il ricordo di Jessie
di Annamaria Ciampaglia
Un saluto a tutti. La seconda parte delle cronache da Alkatraz è in preparazione. I primi capitoli sono stati già spediti al gruppo dei lettori via e-mail. Presto inizierò a pubblicarli anche su questo sito. Intanto, eccovi “Il ricordo di Jessie”.
L’idea di scriverlo è nata quest’estate quando sono stata contattata da una casa editrice bolognese che mi ha proposto di pubblicare le Cronache da Alkatraz. Non ho accettato la proposta perchè troppo onerosa (per me) ma la persona con cui ho trattato mi è rimasta impressa. Una donna piacente e perfettamente calata nel suo ruolo di addetta marketing per la casa editrice. Così, è diventata Jessie, la protagonista di questo racconto tutto calato, nella saga di Alkatraz. Poi, gliel’ho spedito. Nel racconto, io esco sconsolata dal suo studio per tornare a Roma, ma subito dopo di me arriva un altro scrittore a cui la nostra Jessie ha fatto un’allettante offerta di pubblicazione
…Il dolore dell’abbandono, non conosce profondità misurabili e non arrivi mai a un punto in cui viva o morta, hai comunque smesso di cadere…
La donna bionda esce senza una parola seguita dallo sguardo di una delle due segretarie, ormai completamente privo di qualsiasi interesse. Anche gli occhi di Jessie la seguono ma si concedono un’ ultima sortita un po’ perplessa sui suoi jeans corti, il top che le lascia scoperte le spalle e i tribali che corrono giù alla conquista di gomiti e avambracci, tutti avviluppati in lunghi filamenti, foglie e fiori stilizzati dai lunghi profili delicati e inquieti, fino ai polsi su cui si serrano due folte e intricatissime corone di spine.
Il tutto così inadeguato per una donna già ormai chiaramente matura.
Scuote la testa sistemandosi i riccioli con una carezza leggera ma decisa che li ordina bene bene, tutti in fila sotto l’alito gelato della lacca.Quella donna fino a un attimo prima è stata ad ascoltarla tutta seria e interessata. Ha sorriso, gesticolando e spiegando ad una Jessie altrettanto seria e interessata come e perché ha scritto quei racconti e poi ha ripercorso un po’ la sua storia, più o meno come deve aver fatto altre volte, seduta su una poltrona o magari distesa sul lettino, davanti alla sua psichiatra.
La differenza, però è che questa è una casa editrice e Jessie si occupa di marketing dell’editoria, vorrebbe pubblicare i suoi racconti e non ha nulla in comune con visoni persecutorie e manie ossessive …
chiaramente dettate da una galoppante schizofrenia e un profondissimo pozzo di solitudine… Jessie fissa davanti a sé un punto grigio imprecisato galleggiante sulla parete… … forse drammaticamente ingigantito da un grande dolore, crudele e inatteso…
Quel punto cattura per un istante tutti i pensieri e li schiaccia nel grigio dei suoi ricordi, dispersi in un dedalo di gallerie sotto la metropoli obiettiva, ordinata e serena della ragione……insopportabile, al punto da separare l’io cosciente e razionale, da quello interiore, brutale e pericoloso…Quello che odia, ama e scrive…
Beh…mica male come diagnosi… un editore è sempre un po’anche psichiatra e quasi tutti gli scrittori, in fondo, sono pazzi. Però le dispiace per la donna bionda, i cui meccanismi mentali lavorano da un pezzo contro il buon senso. E sono a buon punto, come lei li descriverebbe nelle sue “Cronache da Alkatraz” … soldatini disciplinati, ordinati come i riccioli di Jessie dritti sotto la lacca e ciascuno ben armato e deciso a farla fuori per sempre. No, per quella donna non c’è un pozzo abbastanza grande dove rinchiudere immagini e ricordi e nessun dedalo di gallerie sotterranee sarebbe sufficientemente intricato da poterli smarrire per sempre. Tutto è sempre lì, nella luce dorata del mattino. Per questo lei scrive.
A Jessica Cooley non è affatto sfuggita la vena di delusione quando le ha fatto l’offerta. Da quel momento, il colloquio - la cui durata è matematicamente calcolata in un ora di orologio- che fino a quel momento era stato diciamo, frizzante, addirittura quasi pervaso da un pizzico di complicità femminile, aveva cominciato ad assestarsi su un improvviso, quanto previsto “ora giù la maschera e andiamo al sodo” E tutto era precipitato verso il suo destino, come se le allegre schermaglie iniziali non fossero state altro che un leggero destro-sinistro a inizio del primo round per poi scoprire che hai davanti Mark Tyson ai tempi d’oro e incassare la certezza che l’incontro è già finito.
-Devo pensarci- aveva risposto alzandosi d’istinto. E il time out era scattato in automatico, scandito da un battito di ciglia, insieme ad un ombra d’impazienza nello sguardo scuro scuro di Jessica. L’autrice se n’è andata, con mezzo chilo ferraglia appesa al collo e i capelli platinati, senza stile.
E’ giovedì. Fa caldo e le giornate sono lunghe. Un enorme asciugacapelli s’è impadronito del cielo e continua a soffiare aria calda. I capelli di Jessie però restano a posto. Un po’ neri, un po’ bianchi, un po’ grigi, ricci, ben pettinati, lasciano libera la fronte e scoprono bene i suoi occhi, neri e vivi come pietre di lava.
La donna bionda, invece, sta aspettando l’autobus per tornarsene alla stazione e da lì a casa a raccontare quello che è successo. Un po’ si era persino offesa quando le hai detto che sembrava buffa. Fuori, la strada è un fiume grigio, pieno dei detriti dell’inverno. Sembra lievitare…sotto, tra l’asfalto e la crosta terrestre è tutto pieno di vapore. E si gonfia. Il manoscritto è lì stampato, accucciato nella sua borsa di pelle, tutto pieno di lacrime, incubi e immagini, partorite dalla nebbia di una fantasia scossa e infelice Afferra la cornetta per rispondere alla segretaria che la chiama dalla stanza accanto. “Si?” “E’arrivato il suo ospite”"Lo faccia entrare tra due minuti”. Le hanno detto che è un bell’uomo. Quindi, è d’obbligo una ravvivata ai riccioli e il suo sorriso migliore. Per lui ha già pronto il contratto: sarà la casa editrice a finanziare l’intero progetto. D’altronde la “Capitomb”si occupa principalmente di articoli e riviste scientifiche e questo breve trattato è veramente interessante. A limite dell’impossibile, ma tutto meticolosamente provato. Susciterà discussioni e interventi da parte di altri studiosi, magari si aprirà un forum e sarà tutto merito suo.
“Permesso?” “Prego…” L’uomo è molto alto e inforca un paio di occhiali scuri. E’ vestito in modo distinto, elegante ma senza dare nell’occhio. Se togliesse gli occhiali e vedessi i suoi occhi potresti stabilire se è anche…bello…. Li toglie entrando e per un istante tiene gli occhi socchiusi, un po’ feriti (anzi quasi infastiditi) dalla luce del tardo pomeriggio che straripa dai forellini delle serrande abbassate.
Il sorriso di Jessica resta a metà, sospeso. Poi, s’allarga forzatamente quasi a scacciare un’ intuizione inevitabile, un improvviso lampo nella zona buia e addormentata della mente.
Erano proprio infastiditi… Accanto a lui, s’allunga l’ombra di un evento lontanissimo: un ricordo, Jessie lo afferra ma non tiene stretto. Non lo capisce e lo scaccia. Da qualche parte è notte e sta piovendo a dirotto.
L’uomo resta in piedi accanto alla poltrona di pelle riservata agli ospiti di fronte alla scrivania quasi in attesa di una mossa a cui deve essere piuttosto abituato: ma è molto raro che Jessie si alzi per andare a salutare i suoi visitatori. Invece si alza e gli muove incontro esibendo la sua camminata armoniosa sulle scarpe dal tacco non altissimo ma sufficienti a slanciare l’arco caviglia-polpaccio, fino al margine della gonna scura che le sfiora le ginocchia. Non porta le calze. Le stringe la mano con una certa forza. La stretta la intriga.
“E’ un piacere conoscerla di persona”.
”Come sta signora Cooley?”
Bella mossa. Questo qui gioca d’anticipo eh?
“Niente male, e lei?” Jessica si concentra sui suoi occhi. Chiari, quasi trasparenti, vitrei e lontanissimi. Hanno un’ aria divertita, quasi fanciullesca. Ma nulla di ciò che stanno esprimendo sembra innocente.
“Tutto bene. Ho letto via internet i dettagli della vostra proposta di pubblicazione e sono francamente d’accordo. Credo che non restino che da sistemare alcuni particolari…”
L’ospite si accomoda, s’appoggia sulla spalliera e tiene semi-divaricate le sue gambe lunghissime. Le getta rapidi sguardi di studio e un paio di sorrisi d’intesa.
Veramente dovevi essere tu a iniziare facendo i complimenti per proseguire con l’intervista e poi al piano di marketing per l’editoria e quindi con ‘offerta finale… Jessica annuisce.
Pazienza per il paino di marketing è ancora in tempo per iniziare a condurre il gioco delle trattative,
“Lei non mi dà neanche modo di farle i complimenti…”
Sorride, intelligente, attento “Il vostro interesse è già un complimento grosso e vi sono sinceramente grato”
“…già. Il caso che descrive l’equipe del Prof. Plissetti è veramente incredibile. Il ripresentarsi di una malattia, che in tutti i pazienti viene curata con un normale intervento chirurgico e che invece, nel caso che lei ci ha sottoposto, torna immancabilmente a ripresentarsi…quasi non ci avremmo creduto se tutto quanto non fosse così scientificamente documentato”
L’uomo annuisce “Presto, pubblicheremo la soluzione del caso, vedrà”
Al lampo, segue il brontolio sommesso di un tuono lontano. Di nuovo torna il ricordo, ma stavolta chiaro, immediato, reale, vero. E’ l’ospite a portarlo con se, ne è completamente intriso. Jessie, stavolta lo riconosce: trattiene il fiato: senza un vero motivo sta rincorrendo pensieri sepolti, abbracciata ad un vecchio dejavù che corre, corre, in basso, nell’intrico di catacombe, sotto l’asfalto rovente.
Ti sta scrutando…vuole vedere se hai capito, il colore dei tuoi occhi Jessie è dentro i suoi Il suo sguardo diviene solido, difficile da sostenere. E’ dello stesso colore dell’aurora pallida e gelata, del cielo macchiato di nubi ancora gonfie d’acqua dopo il temporale della notte, è come le lacrime ormai immobili sul volto della bambina che ha pianto senza mai asciugare il suo fiume di paura e solitudine. L’ospite porta con sé l’odore dei medicinali, l’ospedale, l’aria morta, il vuoto, il silenzio immobile ed eterno, la disperazione di quel ricordo. Porta il dolore.
Il cielo ha pianto. E tu lo hai visto impallidire, distesa nel lettino, immerso in un angolo quieto dello stanzone di ” Terapia Intensiva Pediatrica”……Eri troppo piccola per capire che non ti ci avevano lasciato per sempre ma solo per quella notte, perché la tua pelle bruciava come nella bocca del vulcano e i tuoi occhi erano pietre di lava solidificata, nerissimi e lucenti nel delirio della febbre. Credevano che non ti saresti neanche accorta che erano andati a casa per riposare un po’.
Jessica fruga distrattamente nella borsa in cerca delle sigarette, dimenticandosi che non si può fumare. Il suo ricordo affiora indifeso e stupito alla luce del sole, strappato all’oscurità dell’ultima cripta ancora inesplorata dove se ne stava accucciato nel sonno vigile dell’oblio della ragione, la vita e il buon senso. Jessie lo afferra e lo trascina in mezzo alla metropoli cosciente e funzionante dei suoi pensieri, lo espone nudo nelle piazze. Intruso e fuori posto, come una statua antica.
O un vecchio totem, fuggito da foreste marce e dimenticate.
Quando ti risvegliasti, credesti d’essere stata abbandonata per sempre. La luce sbiadita del mattino, immobile dietro le tende ti raggiunse ed era acqua di pozzo e non vedevi il fondo, perché il dolore dell’abbandono, non conosce profondità misurabili e non arrivi mai a un punto in cui viva o morta hai comunque smesso di cadere… Ed iniziasti a urlare, così forte che accorsero gli infermieri spaventati e dovettero darti un leggero sedativo, per farti riaddormentare. Ma tu, mentre dormivi, continuavi a gridare. Ecco perché pubblichi trattati scientifici.
Sta suonando un allarme da qualche parte nella sua testa.Ti sei dimenticata di caricare l’orologio virtuale per lo start e il time out di questo colloquio…Mio Dio…ma che ora è?
Guarda l’orologio sul muro. Ci sono cinque o sei tentacoli invisibili stretti intorno alla sua gabbia toracica e non mollano la presa. Se ne accorge quando si sgretolano e finalmente riesce a respirare.
“Tutto bene Jessica?”
Tutt’ok, sono passati appena 15 minuti. “Mi perdoni…sono un po’ stanca”
E’ arrossita e sente le guance calde: alza lo sguardo e incontra due fessure gelate su cui stanno danzando le scintille di luce del tramonto.
Sono due pozzanghere, piene d’acqua di palude…Devi assolutamente rimettere in moto l’orologio e far scattare il time out.
I potenti guerrieri della luce, tracciano sentieri puliti, ragionevoli e quieti nella mente di Jessica Cooley, lucida e ben allenata alla speranza. Corrono armati fino ai denti, scovano il vecchio ricordo pieno di dolore e lo sprofondano di nuovo in basso tra l’asfalto bollente e la crosta terrestre, in mezzo al vapore che si gonfia. E Jessie, se ne dimentica di nuovo.
Sorride, fredda, attenta, decisa a far sparire l’immagine così insicura che ha dato di sé stessa.
Ma che ti è preso? Devi aver fatto una figuraccia…se solo si è accorto di come l’hai guardato…
“Si figuri…le farò perdere meno tempo possibile…immagino che la sto annoiando”
“Annoiando? Ma vuole scherzare! Oggi proprio non ho avuto il tempo di annoiarmi. Tra la mattinata a leggere e il colloquio con quella donna tutta suonata…”.
Istintivamente Jessie ha appoggiato la mano sul manoscritto. L’ospite sembra incuriosito.
“Ma sì, un personaggio strano, che dire…ha talento ma è un po’ visionaria, pazzoide quasi…” L’ospite ride e getta per la prima volta un’ occhiata al manoscritto.
“Sembra una storia interessante…”
“Certo, ma per farla funzionare innanzitutto dovremmo cambiare il titolo.
“Cronache da Alkatraz” è già sentito”
“Alkatraz?”
L’ospite è scattato in piedi e le sta di fronte oscillando dall’alto dei suoi quasi due metri, ammutolito. Ha inforcato di nuovo gli occhiali. Ha quasi urlato: Jessie se n’è accorta.
“Tutto bene Mr…?”
Le gira le spalle e cerca di avvicinarsi alla finestra ma urta in modo maldestro con la coscia contro l’angolo della scrivania, facendola sobbalzare. Jessica è sul punto di alzarsi: il silenzio diviene una presenza reale e tangibile. Ma l’ospite si volta verso di lei e si toglie di nuovo gli occhiali per mostrarle due occhi chiarissimi che brillano d’una luce accattivante sopra uno smagliante sorriso a 32 denti.
“Adoro le storie fantastiche e un po’ folli! Mi piacerebbe saperne un po’ di più…magari…potrebbe leggermene un pezzettino…solo la sinossi….”
Jessie non si lascia sfuggire l’occasione. Ricordi e strane sensazioni sono ormai completamente annientate da quel sorriso astuto e intrigante.
“Perché no? Facciamo al Tango bar? Lo conosce? E’ a due isolati da qui”
L’uomo ha già raggiunto la porta. Lei gli si fa incontro porgendole la mano: cammina come una modella in passerella. Sa di piacergli e…ne comincia ad approfittare. Si stringono la mano, indugiando ciascuno nello sguardo che ha di fronte
“Bene di chi devo chiedere al bancone?”
Jessie sta già tornando verso la scrivania, quando una scarica d’adrenalina gelata le fa scattare i riccioli verso l’alto, saltare le forcine ben nascoste sotto la lacca e tremare gli orecchini d’oro sui lobi delle orecchie.
“Whire, chieda di mr Whire….”
Alkatraz, 07/09/2007













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