11 Settembre: 5 anni e vince ancora il terrorismo
di Daniele Tavani and Stefano Minguzzi
Per il quinto anno si è celebrata a Ground Zero la memoria degli attentati alle Torri. Le reti televisive americane, unificate nella spettacolarizzazione mediatica delle notizie e della vita, trasmettono lo strazio delle madri, delle mogli, dei padri, dei mariti, dei fratelli e degli amici delle vittime degli attentati del 9/11. E come non cambia il cerimoniale, non cambiano nella sostanza i discorsi delle autorità: cinque anni dopo, né l’America né il mondo sono in grado di guardare ad un futuro diverso da questo presente in cui il potere si conserva con la paura.
Rudi Giuliani, sindaco di New York ai tempi, il celebrato eroe istituzionale primo a recarsi sul luogo del disastro, interveniva di buon mattino alla radio affermando che “è naturale pensare che gli Stati Uniti saranno ancora attaccati, e che anzi è sorprendente che non lo siano stati per cinque anni”.
All’inizio della cerimonia, l’attuale sindaco Michael Bloomberg ha affermato che “certamente non è facile recarsi in questo luogo”. Non solo per la memoria di ciò che è successo, ma anche e soprattutto perchè dopo 5 anni, nel luogo dove sorgeva il World Trade Center, resta ancora soltanto la memoria. Restano le recinzioni intorno alle fondamenta a cielo aperto con attaccate le foto, i fiori e le lettere; resta l’anziano homeless che suona il silenzio o l’inno americano con la sua tromba sgangherata, resta il voyeurismo dei turisti che osservano contriti le rovine o scattano le foto che mostreranno ai loro cari tornando a casa. E’ vero, sono arrivati finalmente gli operai, si sono aperti finalmente i cantieri per la costruzione del nuovo sito, che sarà dominato dall’altissima Freedom Tower. Ma per il completamento dei lavori di ristrutturazione della zona non ci vorranno meno di 6 anni. 11 anni in totale per elaborare il lutto non sono proprio pochi.
Il presidente Bush ha trascorso l’anniversario in un tour istituzionale tra le cui tappe figurano anche gli altri luoghi dell’11 settembre, e cioè Shanksville, in Pennsylvania, dove si sarebbe schiantato lo United 93, e il Pentagono. Questo è il primo anno in cui il presidente si reca in visita ufficiale a tutti e tre i siti della tragedia. La sua giornata si è conclusa con un lungo discorso alla nazione. Il nocciolo delle sue parole è la giustificazione della guerra in Iraq. Ma basta metterle in fila per capire che ancora una volta l’obiettivo è quello di fare paura agli americani, mostrando loro le presunte minacce che questa guerra vorrebbe sventare.
La logica del ragionamento è la seguente. “L’America è più sicura di 5 anni fa, ma non è ancora del tutto sicura. […](Infatti,) Bin Laden e altri terroristi sono ancora latitanti […] La sicurezza del Paese dipende dall’esito delle battaglie nelle strade di Baghdad. […] Abbiamo di fronte un nemico determinato a portare sofferenza e morte nelle nostre case, […] che continua a cercare armi di distruzione di massa, e se le trovasse non esiterebbe ad usarle contro il Paese. […] Quindi, anche se nessuno vuole la Guerra in Iraq, l’errore più grande sarebbe quello di andar via senza completare l’opera. […] Non ce ne andremo finchè non ci sarà un vincitore: o noi o gli estremisti. [..] Da questa guerra dipende il destino di milioni di persone in tutto il mondo, e la guerra va vinta per evitare ai nostri figli di fronteggiare un Medio Oriente sopraffatto da Stati terroristi e dittatori radicali armati con armi nucleari”
Non è difficile intravedere le difficoltà logiche nel discorso del presidente. La maggior parte delle affermazioni che vi compaiono non hanno alla base nessuna argomentazione, sono semplici sentenze. E in quanto tali fanno percepire a chi ascolta che le posizioni che esprimono sono deboli. Ecco allora che per rinforzarle bisogna ricorrere alle minacce. La parola chiave è “sicurezza”. Una parola ormai talmente logora che ogni volta che la si usa è per affermare la sua assenza. L’America non è ancora sicura, è la prima minaccia.
E’ fantastico poi come Bush abbia giocato a usare il nesso Saddam/11 settembre sostanzialmente negandolo: “Mi hanno chiesto più volte perchè siamo in Iraq quando Saddam Hussein non ha niente a che vedere con l’11 settembre”. La risposta è che “Saddam andava affrontato e il mondo è più sicuro con lui catturato”. Saddam di fatto non c’entra nulla con il 9/11 ma era una minaccia comunque, quindi tanti saluti alle giustificazioni per la guerra in Iraq.
Non si può poi dire prima che gli estremisti stanno cercando le armi nucleari e poi concludere dando per scontato che le abbiano trovate (seconda minaccia). Ma il grande paradosso è che proprio la latitanza di Bin Laden fornisce ancora una giustificazione allo stato di cose corrente. Le critiche piovute nei giorni scorsi, nell’imminenza dell’anniversario, da tutta la carta stampata (“Bin Laden is still at large”, Bin Laden è ancora a piede libero) forniscono al Presidente la ragione ultima della sua perseveranza in questa sgangherata guerra al terrorismo. E poi il solito avvertimento da sceriffo: “Ti prenderemo, non importa quanto ci vorrà, e ti assicureremo alla giustizia”.
Di contorno, un pò di frasi buttate lì per ricordare alla gente quail sono le cose che fanno paura, come “gli attentati sventati nel Regno Unito”, che il New York Times ha definito “una montatura” senza essere ancora mai stato smentito.
Il tutto condito, in serata, dal film tv “The Path to 9/11″, trasmesso dal network Newyorkese ABC, che ha ripercorso la giornata dell’11 settembre 2001. Inevitabile minestrone di populismo, qualunquismo e buoni sentimenti patriottici che non ha aggiunto nulla, ma proprio nulla, che potesse ricondurre i sentimenti dei telespettatori ad un presente difficile. Le uniche cose che si ricordano sono il malcelato atto di accusa nei confronti del lassismo di Bill Clinton, imputato di aver trascurato le minacce provenienti da Al Quaeda, e il resoconto del record negativo dato dalla 9/11 Commission all’Amministrazione Bush per il modo in cui è stata gestita la lotta al terrorismo negli ultimi 5 anni. Pari e patta.
Nel frattempo i teorici del complotto conquistano posizioni nei sondaggi. Il Corriere della Sera riporta i risultati di un’indagine condotta dall’Università dell’Ohio secondo la quale il 36% degli intervistati ritiene che ci sia un coinvolgimento delle istituzioni americane nella tragedia. Documentari come “The Loose Change” hanno fatto il giro del mondo. Eppure lo stato di cose è tale che la ricerca della verità e delle responsabilità dell’11 settembre, ammesso che la teoria del complotto contenga almeno un fondo di verità, non può ormai più giocare alcun ruolo nella ricerca di una via d’uscita dall’attuale situazione, interna e internazionale.
La situazione in Afghanistan è stuck, immobile, senza vincitori nè vinti: i Taliban risorgono e la produzione di oppio cresce a dismisura. L’Iraq, dopo due anni e mezzo, è praticamente soltanto una fucina per nuove generazioni di terroristi, nonostante Bush lo descriva come una nascente moderna democrazia. Bin Laden è ancora a piede libero. C’è una nuova emergenza in Medio Oriente, ci sono Corea del Nord e Iran che giocano al piccolo scienziato nucleare.
Con il suo discorso roboante ma vuoto, Bush ha voluto far leva ancora una volta sulle paure degli Americani. E finchè è la paura il sentimento dominante, la Nazione non sarà capace in nessun modo di progettare un qualsiasi futuro. Il senso del discorso di Bush potrebbe essere racchiuso nel fatto che chissà per quanto ancora la situazione sarà questa: non facciamoci illusioni e combattiamo, intanto. Finchè saranno queste le linee su cui si muoverà la strategia Americana, la vittoria sarà solo buona per farsi belli agli occhi delle masse, ma non avrà nessun contenuto sostanziale.
Nei panni di un cittadino Americano c’è davvero da sentirsi presi in giro dal proprio Presidente. Ci sarebbe da sognare un Presidente che, invece di continuare a terrorizzare, desse speranza nel futuro, e la realtà è che Bush non ha nessuna idea di come sarà il futuro. O forse non ci pensa, visto che il futuro, alla fin fine, non è affar suo.
Si potrebbe discutere sul fatto che dopo 5 anni in cui Ground Zero è stato null’altro che uno scomodo buco tra I grattacieli, invece di farne un posto dove ricordare le vittime del primo grande attentato condotto sul suolo Americano, sarà la speculazione edilizia a riprenderselo. Eppure a questo punto non resta che sperare che si sbrighino a riempirlo, quell buco, almeno dentro ci sarà qualcosa. E magari quel qualcosa sarà la metafora di un paese che ha un’idea di come vorrebbe che fosse il domani, invece di starsene rintanato nel suo presente.










