Globalizzazione. Di cosa parliamo?

scritto da Vittorio Parola il 16 giugno 2003 alle 8:21 pm.
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Può intendersi per globalizzazione il flusso di informazioni, generato da una serie razionale di eventi, conseguenti ad un processo decisionale di un soggetto dominante, in grado di coinvolgere l’umanitá e di spingerla verso la sua unificazione.La parola globalizzazione é oggi molto usata. Ogni qualvolta c’é una difficoltá a spiegare con parole semplici un problema difficile ce la caviamo con la frase: c’é la globalizzazione. Se ci troviamo di fronte a qualcosa di spiacevole, la responsabilitá é certa, la colpa é della globalizzazione neoliberista. Oggi il termine é, quindi, di uso comune. Non sempre é stato cosí. La globalizzazione é stata per lungo tempo un argomento riservato agli economisti, agli storici e ai sociologi, un tema su cui si sono scontrati correnti di pensiero e schiere di specialisti. Per molti il processo di globalizzazione é iniziato dall’antica Roma che si é espansa fino a fondare un Impero, altri hanno preso ad esempio le Crociate che hanno esteso l’influenza del cristianesimo, Cristoforo Colombo, infine, é stato indicato come il globalizzatore per eccellenza, con la scoperta dell’America ha addirittura allargato il mondo e i suoi confini. Se vogliamo fare le pulci a questi ragionamenti, possiamo trarre giá due primi insegnamenti. La terra che ha poi preso il nome di America esisteva anche prima di essere scoperta dal navigatore genovese ed aveva una sua storia. Con la globalizzazione questa storia precedente viene soppressa da un soggetto dominante, in quel caso la Spagna e si ha l’inizio di una nuova narrazione. Emerge giá, in questa come in tante altri racconti precedenti o successivi, l’importanza della sorgente, la fonte dotata dell’autoritá necessaria ad iniziare o ad estendere un processo di globalizzazione. Processi che contengono in sé sia una forza materiale, un impero, una esercito, una flotta, sia un messaggio immateriale contenente un corpo organico di valori, la polis greca, la civiltá romana, il Vangelo, il modello americano. La globalizzazione, cosí descritta non é nient’altro che il corso della storia, che alterna fasi di intensa trasformazioni ad altre di stasi o addirittura di riflusso. Il trattato di Robertson parla della globalizzazione come di una tendenza verso l’unificazione del mondo attraverso fasi di globalizzazione, di deglobalizzazione e di riglobalizzazione.

Per gran parte dell’opinione pubblica con il termine globalizzazione si intende solo una parte di questo processo, la penetrazione economica, lo sviluppo delle multinazionali e la finanziarizzazione dell’economia. Cosí ridotta la globalizzazione zoppica per il mondo e trova fautori tra quelli che ne beneficiano o la favoriscono perché il modello americano li convince, altri tra cui il “movimento” che la contrastano per le disuguaglianze che produce ed alimenta. I dati sembrano dare ragione a quest’ultimi. Secondo i dati forniti recentemente dall’economista inglese Alan Freeman, da non confondere con Alan Friedman, il Pil globale suddiviso per abitanti, depurato dai valori dell’inflazione é in diminuzione a cominciare dal 1992. Come dire che l’aumento della ricchezza mondiale é minore della crescita della popolazione. La questione se la globalizzazione é positiva o negativa, tuttavia non é l’oggetto di questo articolo. Piú importante mi sembra il tentativo di incominciare a lavorare ad un lessico comune, verificare la possibilitá di costruire una chiave di lettura dei processi di globalizzazione, comune a una gran parte dei movimenti e delle forze politiche e culturali della sinistra. C’é piú che mai bisogno di avere a disposizione uno strumento, piú o meno perfetto, che possa essere usato per interpretare la complessitá degli avvenimenti che si sono susseguiti nel corso della storia. Incominciamo a sfatare i luoghi comuni. E’ una favola che la globalizzazione sia un processo lineare, naturale, oggettivo, inarrestabile come la pioggia o il terremoto. Viceversa, é un processo dialettico, umano e reale, fatto di contraddizioni e di conflitti. Per tanti paesi é un’innovazione che viene dall’esterno, scuote le economie locali, si fa veicolo di novitá, mode e curiositá, fa nascere delle elite cosmopolite, che si distaccano sempre piú dai modi di vivere delle loro nazioni e partecipano ad un’alta societá mondiale. Viceversa nelle popolazioni questa innovazione provoca un impatto molto violento rispetto alle tradizioni e agli usi locali, prospetta un nuovo che fa paura e crea uno stato di ansia e di incertezza sul futuro, sollecita difese e ritorni all’indietro, genera resistenze. Nella fase di transizione che si sta vivendo, quando ancora mancano chiari punti di approdo, tutto diventa precario, indefinito, spersonalizzato. Solo le elite della politica, della scienza, della cultura, della televisione, dell’economia, solo i vertici rafforzano il loro diritto all’immagine e al nome. Nel loro impatto con i territori, le tradizioni e le culture i processi di globalizzazione perdono il loro carattere di simultaneitá indotta dalle nuove tecnologie e si differenziano, quindi non si espandono con la stessa velocitá in tutti i paesi, né vengono recepiti in tutte le loro modalitá; in molti luoghi alcuni costumi vengono immediatamente assorbiti, diventano rapidamente abitudini, il vestire all’occidentale, il trucco per le donne, altre societá recepiscono le nuove tecnologie, le antenne satellitari sopra il tetto di tuguri e capanne, ma restano impermeabili rispetto ai messaggi culturali che le accompagnano.

Queste trasformazioni avvengono in un mondo, in cui il tempo e lo spazio si sono contratti. Per i nostri sensi il globo é diventato piú piccolo, i tempi di percorrenza di lunghe distanze si sono ridotti notevolmente, la parola, le voci, le notizie, le immagini viaggiano e si diffondono quasi in tempo reale. Deriva dalla complessitá del fenomeno, che stiamo esaminando, la difficoltá di dare definizioni univoche della globalizzazione in grado di contenere tutta la massa di informazioni che essa contiene. Gli autori sono divisi. Alcuni di loro tendono a dare una definizione che si leghi all’attualitá, considerano la globalizzazione come un aspetto del postmoderno. Per Giddens questo nesso fra globalizzazione e attualitá é servito per fornire a Blair i fondamenti teorici della “terza via”. Negri lo ha utilizzato per costruire il magnifico affresco intellettuale del nuovo totem, l’Impero che é totalitá, contro di esso non resta che l’esodo, l’esilio e il nomadismo. Anche ogni disciplina ha una sua definizione, vi sono tante definizioni della globalizzazione quante sono le discipline e le culture che se ne occupano. Il campo delle definizioni é praticamente infinito. Interessanti sono le definizioni che provengono da alcune discipline, per l’antropologia culturale la globalizzazione é la tendenza di popoli o di gruppi etnici ad uscire dalla loro etnicitá, per una studiosa delle istituzioni economiche come Susan Strange essa puó identificarsi con la tendenza al trasferimento dei poteri dagli Stati nazionali ai mercati. Dal punto di vista delle relazioni fra l’economia e la societá, molto ben articolata é la definizione dell’Ocse. La globalizzazione é “il processo attraverso cui mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre piú dipendenti tra loro a causa della dinamica di scambio di beni e servizi”. L’intensificazione dei flussi di scambio che si svolgono a livello planetario, comportano una “modifica sostanziale delle relazioni tra le parti e hanno dei risvolti in ogni ambito della vita sociale politica e culturale, coinvolgendo gli stessi meccanismi di regolazione del sistema mondo.”. Questa definizione contiene una affermazione molto importante, le nuove dinamiche di stretta interdipendenza delle economie modificano i modi di vita, le istituzioni e regole che hanno finora governato il mondo.

Mettendo assieme le diverse parti del ragionamento, che abbiamo fin qui svolto, la globalizzazione come fenomeno non solo economico, ma in primo luogo informatico e culturale, la tendenza nel lungo periodo del mondo verso la sua unificazione, la contrazione del tempo e dello spazio in conseguenza delle nuove tecnologie del trasporto e dell’informazione, possiamo azzardare una definizione di carattere globale. Puó intendersi per globalizzazione il flusso di informazioni, generato da una serie razionale di eventi, conseguenti ad un processo decisionale di un soggetto dominante, in grado di coinvolgere l’umanitá e di spingerla verso la sua unificazione. E’ una definizione discutibile, ma ha il vantaggio di presentarsi come un’arma offensiva di interpretazione degli avvenimenti capace di cogliere i processi di trasformazione nella loro globalitá coniugando l’apparenza della oggettivitá scientifica, la classicitá dello storicismo e la modernitá del linguaggio informatico. Cosa si puó volere di piú dalla vita.

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